ADHD, le diagnosi tardive e i tempi di attesa fino a due anni per la prima visita – I video

L’ADHD, ovvero il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, non è sinonimo di distrazione o di tendenza a procrastinare. Si tratta di un disturbo del neurosviluppo con una caratteristica precisa, la cronicità. Come ha spiegato la Dott.ssa Debora Galli, psicoterapeuta e referente Gam Medical, al panel ADHD: uno, nessuno e centomila, tenutosi durante il Festival di Open a Parma, «Questo disturbo è caratterizzato da una cronicità della sintomatologia nel tempo, e porta delle difficoltà alla persona». La differenza tra «mi distraggo a volte» e «vivo ogni giorno come una battaglia personale» è esattamente quella tra un tratto caratteriale e una condizione clinica. Capirla (in sé stessi o in chi si ha vicino) è il primo passo.
Cosa si vede e cosa non si vede
L’ADHD si manifesta in forme diverse, come l’inattentiva, l’iperattiva-impulsiva o combinata. Negli adulti i sintomi cambiano rispetto all’infanzia, con l’iperattività fisica che si attenua e viene “sostituita” con un’irrequietezza mentale difficile da nominare, spostando le difficoltà sul piano organizzativo, lavorativo e relazionale. Un punto fermo, però, lo ha fissato Luca Donato, divulgatore e content creator diagnosticato in età adulta: «Con l’ADHD ci si nasce, non ci si diventa ADHD e soprattutto è una condizione dalla quale non si guarisce, ma ci si impara a convivere».
Chi convive con l’ADHD senza saperlo sviluppa nel tempo strategie di compensazione, strutturando sistemi personali, abitudini e soluzioni alternative. Dall’esterno una persona sembra funzionare, ma lo fa con un costo interiore altissimo. «Quanto gli costa farlo?» è la domanda giusta, non «ce la fa?». Lo stesso Donato ha raccontato di aver messo in atto per anni strategie che non sapeva nemmeno riconoscere: «Ricevendo la diagnosi di ADHD in età adulta avevo già trovato delle strategie di compensazione che mi permettevano di andare avanti. Però la diagnosi è un punto di partenza, poi il percorso continua».
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«Posso immaginare quanto possa essere grande lo sforzo della persona ADHD nel sembrare di funzionare», ha detto Galli, spiegando come «queste strategie possono smettere di funzionare, perché “ho dato troppo e quindi non riesco più a dare”». Il risultato, nei casi più gravi, è il burnout.
Il masking e la diagnosi femminile
Uno degli aspetti meno conosciuti dell’ADHD riguarda le donne. Per decenni la ricerca e la clinica si sono concentrate sul profilo iperattivo, storicamente più associato ai maschi. Le donne con ADHD presentano più spesso la forma inattentiva, che è meno visibile e più facile da confondere con ansia, perfezionismo, stanchezza cronica. Il fenomeno si chiama masking (presente anche negli uomini), ovvero la tendenza a mascherare i propri sintomi per adattarsi alle aspettative esterne. «Molte donne non hanno ricevuto la diagnosi proprio perché sono più caratterizzate da una forma inattentiva», ha spiegato Galli, indicando il masking come «una strategia che tendono a mettere in atto per molto tempo, che le permette di funzionare, però poi possono scompensarsi».
Le conseguenze sono concrete, passando da anni di terapia per l’ansia senza risolvere il problema alla radice, diagnosi errate, e un sovraccarico mentale cronico. «Alla base c’è una forte stanchezza mentale e fisica che le porta in sovraccarico», ha detto Galli, arrivando alla diagnosi di ADHD dopo aver percorso a lungo strade sbagliate.
Non è solo una questione clinica, ma anche una questione di come gli altri leggono chi ha l’ADHD. Come spiegato da Luca Donato, «spiegarsi non significa giustificarsi. Le etichette ce le hanno date le altre persone: “pigro”, “distratto”, “disattento”. Ma la responsabilità rimane nostra nel cercare di andare avanti, di trovare delle strategie».
ADHD, dopamina e dipendenze: la correlazione che pochi conoscono
L’ADHD è correlato a una carenza di dopamina, il neurotrasmettitore legato alla motivazione, alla ricompensa, alla capacità di avviare un compito. Di fatto, il cervello con ADHD cerca costantemente stimoli per compensare questa carenza e non sempre li trova in modo funzionale. «Nel cibo tutto ciò che è zucchero e carboidrati permette di alzare la dopamina e quindi l’ADHD lo cerca», ha spiegato Galli.
«Molti ragazzi che sperimentano l’uso di sostanze in adolescenza scoprono dopo di avere l’ADHD» spiega Galli, precisando che non si tratta di un rapporto automatico, perché non tutte le persone con dipendenze hanno l’ADHD, e viceversa, ma la correlazione risulta documentata e clinicamente rilevante.
Raccontando la propria esperienza, Donato spiega come «nella mia vita ho sempre agito prima di pensare alle conseguenze, ho sempre fatto le cose in maniera impulsiva. La mia riflessione è sempre stata quanto alla fine sia stata solo una questione di fortuna tra la bravata e la cosa effettivamente grave».
Una diagnosi precoce, nei bambini o negli adolescenti, può fare la differenza prima che si sviluppino strategie di compensazione disfunzionali. «La prevenzione e la diagnosi non danno solo strumenti a chi vive l’ADHD per capire cosa sta vivendo, ma anche alle persone che ci stanno accanto per riconoscere dei piccoli segnali», ha spiegato Donato, indicando come «la famiglia, la scuola, il lavoro, gli insegnanti a volte sono proprio gli ambiti dove si riesce a far scattare quel pensiero in più».
I tempi della diagnosi: il problema sistemico
Nel Servizio Sanitario Nazionale i tempi di attesa per una valutazione neuropsicologica sono lunghi e si finisce per dover aspettare anche due anni per il primo appuntamento con lo specialista. Nel frattempo, chi aspetta, adulto o bambino, resta senza risposta, senza strumenti, senza nome per quello che vive. Le strutture private con specializzazione in neurosviluppo riescono a intervenire in tempi significativamente più brevi.
Donato ha descritto il percorso verso la diagnosi come una progressiva ricomposizione di qualcosa che non aveva mai trovato le parole giuste: «Le parole che io non riuscivo a trovare per spiegare la mia situazione, le trovavo in altre persone che vivevano la mia stessa condizione, che già avevano ricevuto una diagnosi e che sono stati un faro nella notte per me».
Non è una condanna
L’ADHD porta con sé anche risorse positive reali, come la creatività, la flessibilità, la capacità di adattarsi all’imprevisto, l’empatia intensa, e in particolare il problem solving in situazioni di pressione. L’iperfocus, ovvero la capacità di concentrazione totale su qualcosa che stimola profondamente, può diventare un vantaggio competitivo in molti ambiti. «Vanno evidenziate le parti positive per aiutare chi viene da anni di sofferenze», ha detto Galli.
Donato ha indicato nella creatività e nel problem solving le sue risorse più concrete: «In momenti che per gli altri sono di caos totale, di crisi, riesco a essere tranquillissimo e a vedere la soluzione più semplice. La mia sensibilità mi dà un punto di vista diverso: riesco a essere meno giudicante, a guardare con occhi diversi e non mi soffermo all’apparenza, ma vado a fondo».

