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Tetto agli stranieri in classe, la preside di Caivano a Open: «Io non caccio nessuno, ogni studente immigrato è un valore aggiunto» – Il video

21 Settembre 2026 - 11:52 Ygnazia Cigna
Dal palco del Festival di Open, la dirigente scolastica diventata simbolo del riscatto educativo e della lotta alla dispersione scolastica risponde all'annuncio di Meloni sulle quote del 30%
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«Uno studente immigrato è un valore aggiunto per la scuola. Noi prendiamo tutti quelli che vengono e quando non ce la faccio creo soluzioni. Ma non deve mai succedere che io debba cacciare qualcuno fuori». C’è la voce della trincea quotidiana e non la calcolatrice dei palazzi nelle parole con cui Eugenia Carfora, preside dell’istituto Morano di Caivano, interviene al Festival di Open sul tetto del 30% di studenti stranieri per classe annunciato dalla premier Giorgia Meloni.

Il tetto del 30% agli stranieri in classe

Sullo sfondo c’è lo scontro politico riaccesosi poche ore prima che la dirigente scolastica arrivasse sul palco del festival a Parma. Dal raduno di Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, Meloni ieri ha infatti annunciato il tetto massimo di alunni stranieri per classe fissato per legge, corsi d’italiano obbligatori per i genitori e stop al burqa a scuola. «Non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Non si può fare», ha scandito la premier. Un limite, quello del 30%, che in realtà teoricamente esiste già dal 2010, ma che tra deroghe e realtà sul campo non è mai stato applicato rigidamente.

«Nessuno studente deve sentirsi invisibile»

Per la preside di Caivano la vera sfida della scuola non è tanto contare chi entra, ma fare in modo che «nessuno si senta invisibile». La sua storia ne è l’esempio più limpido. Arrivata all’istituto superiore Morano nel 2013, dopo anni già spesi nel quartiere, ha trovato un gigante di cemento abbandonato al «disordine» e agli abusi, con spazi sottratti alla comunità. Il suo lavoro è stato quello di rimettere al centro i ragazzi e le ragazze del quartiere e restituirgli gli spazi. La scuola di Eugenia Carfora non inizia e non finisce al cancello dell’istituto. Quando la mattina le aule restavano vuote, è scesa direttamente in strada. È andata a bussare alle porte del Parco Verde, una per una, a prendersi i suoi ragazzi. L’immagine di lei con il megafono in mano a gridare i nomi degli studenti per strada è diventata un simbolo. «Ero mossa dalla disperazione, io sono andata in quelle case disperata», ha confessato dal palco. «Volevo strapparli alla strada e portare un messaggio chiaro: “Guarda, c’è qualcuno che ti pensa, per il quale tu sei importante”».

«Sogno una scuola aperta tutto il giorno, anche di notte»

Una visione che per la preside rappresenta l’unico vero modo per combattere la dispersione scolastica. L’abbandono, ha spiegato sul palco di Parma, non si misura soltanto quando le sedie sono già vuote e bisogna contarle per capire come far ritornare quei ragazzi. C’è una dispersione invisibile e silenziosa che li consuma mentre sono ancora seduti al loro posto. «I ragazzi ci abbandonano anche quando li troviamo a dormire sul banco», ha avvertito. Ecco perché la scuola, a suo avviso, non può limitarsi a timbrare il cartellino delle ore. «La scuola è un faro, è una luce, è il villaggio delle opportunità. Io sogno una scuola aperta tutto il giorno, anche di notte», ha chiosato.

Gli accoltellamenti a scuola

Il filo conduttore di ogni sua scelta si riassume in una parola sola, relazione. Mentre la politica ragiona con barriere e misure drastiche, anche di fronte ai numerosi casi di violenza e accoltellamenti tra le mura scolastiche, Carfora rifiuta la scorciatoia del mero controllo. «Io davanti a tutto questo controllo vedo una sconfitta dell’umanità». Non nega la complessità delle emergenze, ma rifiuta di rinunciare al fattore umano. «Bisogna osservare i ragazzi, capire come si muovono, leggere i segnali d’allarme, e poi accorciare le distanze, ripristinare il contatto. Prendiamoci il loro cuore, abbracciamoli».

La preside simbolo del riscatto educativo

È qui che emerge la sostanza di una donna diventata simbolo nazionale del riscatto educativo nelle periferie, con una storia raccontata anche dal documentario Come figli miei di Domenico Iannacone e trasformata nella miniserie Rai La Preside, interpretata da Luisa Ranieri. Ma dal palco di Parma, Carfora smonta la narrazione del mito e il piedistallo da eroina che le hanno costruito attorno. «Io non mi sento una preside, non mi sento “LA preside di Caivano” ma una formica nell’apparato scolastico».

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