Indagato un israeliano per la truffa all’ex presidente di banca Fideuram: quanto aveva già incassato. La trappola da 95 milioni e quelli svaniti

Un cittadino israeliano di 48 anni risulta tra i presunti membri della banda che avrebbe messo a segno una truffa da circa 95 milioni di euro ai danni dell’ex presidente di banca Fideuram, Paolo Molesini. Di quella cifra, 39,5 milioni non sono ancora stati recuperati. Il suo nome compare come indagato «in concorso con ignoti» nel decreto di sequestro preventivo firmato dal gip di Milano Sonia Mancini, nell’inchiesta condotta dalla Procura milanese insieme ai carabinieri. Il provvedimento ha permesso di bloccare oltre 13 milioni di euro su un conto corrente in Portogallo.
Sarebbero quasi 4 milioni di euro, convertiti in «criptovalute», i soldi finiti nelle tasche del 48enne israeliano indagato dalla procura di Milano per truffa aggravata e sostituzione di persona. La cifra emerge dalle «analisi dei flussi finanziari» condotte dagli investigatori, che hanno seguito passo dopo passo il percorso del denaro sottratto al banchiere.
Il percorso dei soldi tra Malta, Lussemburgo e Olanda
Gli atti dell’inchiesta descrivono un giro lungo e articolato. In totale, il banchiere aveva disposto undici bonifici per oltre 95 milioni, diretti in un primo momento verso conti cinesi e portoghesi. Gran parte di quella somma è poi stata recuperata, ma 39,5 milioni risultano «perduti», come scrive il gip Sonia Mancini. Di questi, più di 36 milioni sarebbero passati prima per conti a Malta, poi in Lussemburgo e Olanda, quindi «su una piattaforma di Money Transfer canadese», fino ad approdare su «due wallet di Bitcoin» riconducibili all’indagato. Per ricostruire i fatti, gli inquirenti hanno ascoltato anche lo stesso Molesini come testimone.
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Il finto avvocato e le tracce cancellate
Al centro del meccanismo c’era un falso avvocato. I truffatori avevano creato un «dominio mailbox.org» intestato a Molesini, da cui passavano «le comunicazioni principali e gli scambi di documenti», salvo poi eliminare «tutte le conversazioni e i documenti». Il telefono usato dal «sedicente avvocato» era invece stato «attivato direttamente in rete». Quando i vertici dell’istituto si sono resi conto di quanto stava accadendo, complice la segnalazione di operazioni «sospette» arrivata dalla banca portoghese, Molesini ha provato a restare in contatto con il finto legale, «cercando di scoprirne l’identità ma senza successo».
La trappola su Whatsapp spacciandosi per l’ad di Intesa
Secondo la ricostruzione anticipata dal Corriere della Sera, il 23 febbraio scorso Molesini ha ricevuto un messaggio Whatsapp da un numero a lui sconosciuto. L’uomo si presentava come Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, anche se gli scriveva da un contatto differente dal solito. Il presunto Messina avvertiva Molesini che di lì a poco sarebbe stato chiamato da un avvocato di uno studio legale per definire «un’operazione di acquisizione di una banca internazionale» . Secondo quanto riferito a Molesini, l’acquisto non poteva essere effettuato direttamente da Intesa a causa del rischio di una fuga di notizie che avrebbe spinto la Consob a bloccare l’operazione. Per questo «si rendeva necessaria l’acquisizione tramite la controllata Fideuram». Per Molesini non c’era stato nessun sospetto perché mesi prima per lo stesso motivo, ovvero la fuga di notizie, «era sfumata l’acquisizione di Generali».
La seconda voce creata con l’AI
Come ricostruito, un uomo che si spacciava per l’avvocato dello studio legale ha poi contattato Molesini. In realtà, però, era una voca finta creata con l’intelligenza artificiale. Il presunto legale ha inviato a Molesini undici documenti. Poi lo ha spinto a firmare un accordo di massima riservatezza con una procura speciale, in apparenza firmata da Carlo Messina. Infine, sono state inviate le coordinate bancarie per i bonifici.
La chiamata ricevuta per bonifici urgenti
Lo stesso giorno, secondo la ricostruzione, anche il responsabile della Tesoreria e dei pagamenti di Fideuram sarebbe stato contattato da un’altra persona, che si fingeva l’amministratore delegato della società. Quest’ultima lo avrebbe informato che Molesini lo avrebbe chiamato di lì a poco per disporre bonifici «urgenti e riservati».

