Critiche di Meloni all’Istat, la rabbia dei sindacati. Cassata (Cgil): «Inaccettabile il sospetto di dati orientati politicamente»

Le critiche di Giorgia Meloni ai dati diffusi dall’Istat sul rapporto tra deficit e Pil nel 2025, pronunciate durante il programma 5 Minuti di Bruno Vespa, hanno riacceso il confronto sull’affidabilità e sull’indipendenza dell’Istituto. A parlare questa volta sono anche i lavoratori dell’Istat, attraverso le loro rappresentanze sindacali. «Il problema è il livello a cui siamo arrivati», racconta a Open Lorenzo Cassata, ricercatore dell’Istat e responsabile dell’FLC Cgil, secondo il quale la contestazione assume ora un peso diverso rispetto al passato: «Parliamo della presidente del Consiglio, il più alto livello del governo». E il rischio, sostiene, è che le critiche ai dati finiscano per delegittimare anche il lavoro di chi produce la statistica ufficiale.
Cassata (Cgil): «Un attacco frontale»
«Il problema è il livello a cui siamo arrivati». Lorenzo Cassata, ricercatore dell’Istat specializzato in statistica demografica e rappresentante sindacale della Cgil, descrive così a Open il clima all’interno dell’istituto, dopo le nuove critiche rivolte dal governo all’operato dell’ISTAT. Non è la prima volta, racconta, che l’ente finisce nel mirino di questo governo. «Un’altra contestazione era già capitata a marzo di quest’anno», racconta. Allora, però, «si era trattato di una discussione più “sotterranea”», con indiscrezioni e critiche circolate soprattutto attraverso alcuni giornali vicini al centrodestra e legate, prosegue il ricercatore, a una certa insoddisfazione del ministero dell’Economia.
Questa volta, sostiene il ricercatore, il livello però è ben diverso. «Rumors, voci di corridoio», erano le formule utilizzate nei mesi scorsi. Ora, invece, «parliamo della presidente del Consiglio, che, in televisione, nel momento di massimo ascolto sulla Rai, dice che l’Istat ce l’ha o con gli italiani o con il governo». Per Cassata si tratta dunque di «un attacco frontale», che finisce per mettere in discussione due aspetti distinti del lavoro dell’istituto: da una parte, l’affidabilità dei dati, dall’altra, l’indipendenza di chi li produce.
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Meloni: «Ci dissero che la crescita italiana era stata dello 0,7%». Poi la revisione
Uno dei punti al centro delle critiche della presidente Meloni riguardava i numeri emersi, e recentemente condivisi in concomitanza con quelli relativi al deficit/Pil 2025, dalle revisioni effettuate sulle stime iniziali della crescita del Paese nel 2024. Nel corso dell’intervento televisivo, Meloni aveva infatti contestato la condivisione da parte dell’ente di statistica di stime inesatte, poi modificate – anche significativamente –, a distanza di tempo. «Ci dissero che la crescita italiana era stata dello 0,7%, ma oggi si scopre che è stata dell’1,1%. Un errore del 30%», aveva raccontato nel corso della trasmissione condotta da Bruno Vespa. Ma Meloni ha fatto anche un passo in più, non escludendo che “l’errore” possa ripetersi in futuro, questa volta con aggiustamenti al ribasso del rapporto del deficit, stimato ora al 3,08% del Pil: «Mi dispiacerebbe molto se questo accadesse anche fra due anni».
«La revisione dei dati non è un errore»
Per Cassata, però, descrivere le revisioni dei dati economici come la prova di un errore dell’Istat significa non considerare il funzionamento della statistica ufficiale. «È una procedura prevista», spiega. E soprattutto, nel caso della contabilità nazionale, «non è solo frequente, ma necessaria». I dati economici vengono infatti elaborati progressivamente sulla base delle informazioni disponibili in momenti diversi. Le prime stime vengono così costantemente aggiornate e aggiustate, quando arrivano nuovi elementi e fonti, considerando la molteplicità dei fattori coinvolti nel calcolo dell’indebitamento delle Pubbliche Amministrazioni e del suo rapporto con il Pil.
«Non si tratta di un ritardo», sottolinea Cassata. «C’è una revisione, con dati sempre più aggiornati», effettuata seguendo un calendario concordato a livello europeo, che prevede normalmente due verifiche: una a marzo e una a settembre. Lo dimostra anche il fatto che i numeri relativi al 2025 sono già stati oggetto di una revisione rispetto alle stime diffuse a marzo: e, «come è prassi, ne potrebbe seguire un’altra l’anno prossimo». Il dato pubblicato dall’Istat, dunque, non è necessariamente una fotografia definitiva al momento del primo rilascio. «Tra qualche mese saranno ancora più consolidati, quindi magari ci sarà una piccola correzione», aggiunge. «Piccola, però», ribadisce. Si tratta inoltre di un calcolo che è al di sopra di ogni governo: «Così è successo anche negli anni scorsi. Non solo con il governo Meloni». Peraltro, aggiunge, è difficile pensare che il MEF non potesse avere almeno una prima indicazione del dato poi diffuso dall’Istat: «Potevano già averne una prima stima loro, dal momento che sono i primi a fornire buona parte dei dati».
Le accuse in tv: «Alle 20.30 può vederle chiunque»
C’è infine un elemento che, secondo Cassata, rende particolarmente forte l’impatto delle dichiarazioni di Meloni: il mezzo attraverso cui arrivano. «Con tutto il rispetto per i giornali online», osserva, «si tratta comunque della presidente del Consiglio che parla in diretta tv alle 20.30». Una dichiarazione pronunciata in prima serata e trasmessa dalla Rai raggiunge infatti un pubblico molto più ampio, rispetto a un’indiscrezione pubblicata sulla stampa o a una polemica circoscritta agli addetti ai lavori. «Alle 20.30, sintonizzato sul canale può esserci chiunque», ragiona Cassata.
Le dichiarazioni, racconta il ricercatore, hanno suscitato reazioni anche tra il personale dell’Istituto, peraltro conosciuto per appartenere a un dipartimento dell’ISTAT particolarmente rigoroso, e indipendente da condizionamenti di qualunque natura. «Quella sera ho ricevuto messaggi da una ventina di lavoratori», racconta. Commenti delusi e attoniti, da chi nonostante l’impegno quotidiano per la ricerca e la statistica «vedeva messa in discussione pubblicamente la propria professionalità. È una cosa che ha un peso anche nella vita quotidiana» anche perché, a quell’ora, la televisione «la vedono tutti: i tuoi familiari, i tuoi amici, i tuoi figli, i tuoi genitori».
Il comunicato congiunto dei sindacati: «La statistica ufficiale non è un’opinione»
Chi conosce il mondo della rappresentanza sindacale, sa bene che riuscire nell’intento di mettere d’accordo tutte le sigle, nel rilasciare dichiarazioni congiunte, non è cosa frequente. Eppure, questa volta, la missione sembra essere riuscita. Così, nel comunicato condiviso, le organizzazioni sindacali rappresentative dell’Istat – FLC CGIL, FSUR CISL, UIL RUA, FGU Ricerca, SNALS Ricerca e ANIEF Ricerca – rivendicano a gran voce: «La statistica ufficiale non è un’opinione», né «uno strumento del Governo o dell’opposizione». Il dato sul deficit, sottolineano, è il risultato di «un lavoro scientifico e professionale» e le revisioni dei conti nazionali «costituiscono una parte ordinaria della produzione statistica».
I sindacati contestano quindi l’idea che i dati possano essere orientati politicamente: «Non è accettabile alimentare il sospetto che i dati ufficiali siano orientati politicamente o che le lavoratrici e i lavoratori dell’Istat possano manipolarli». E chiedono ai vertici dell’ISTAT «una posizione pubblica, chiara e inequivocabile a tutela dell’indipendenza dell’Istituto e del personale che vi lavora». «Dietro ogni dato ci sono competenze», concludono le organizzazioni, chiedendo rispetto «per l’Istat, per chi ci lavora, per la statistica ufficiale, per il Paese».

