Meloni su Mattarella: «Lui critico? Da ministro fece circolari contro i troppi stranieri in classe». Cosa ha detto da Vespa

Un intervento a tutto campo, tra le curve della legge elettorale e i numeri stretti dei conti pubblici. Dagli studi delle trasmissioni di Bruno Vespa, Cinque minuti e Porta a porta, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni traccia la rotta della maggioranza, alza il tiro sulla tenuta del governo alla Camera e non risparmia note polemiche all’indirizzo dei tecnici dell’Istat e dei governatori d’opposizione. A tenere banco anche le polemiche per l’annuncio sul tetto per gli studenti stranieri nelle classi. Tema su cui il Quirinale si è espresso con un richiamo alla missione inclusiva della scuola. E la premier che risponde ricordando le circolari dell’allora ministro dell’Istruzione Sergio Mattarella, secondo lei in linea con quanto vorrebbe fare oggi il governo.
Meloni e il ricordo di Mattarella ministro dell’Istruzione
«Non credo che il presidente della Repubblica abbia paura delle classi ghetto», dice Meloni da Vespa, che dice di non voler credere a chi ha letto invece le parole del Capo dello Stato come una critica all’iniziativa del governo.«Perché il presidente della Repubblica dice che la scuola deve superare i ghetti, non creare ghetti». Ed è proprio in questo senso, ha spiegato, che si muove l’obiettivo dell’esecutivo di formare «classi più equilibrate».
Meloni ha ribadito che l’obiettivo sarebbe quello di imporre il limite del 30% solo agli strudenti stranieri «che non parlano la nostra lingua». Un’iniziativa che lei stessa ritrova coerente con quella di Mattarella, quando da ministro avrebbe dato le stesse indicazioni ai dirigenti scolastici: «Quando il presidente della Repubblica era ministro dell’Istruzione – ricorda Meloni – redigeva circolari che invitavano a non concentrare ragazzi stranieri nella stessa classe», ha ricordato, definendola «una misura di buonsenso». Perciò, dice Meloni «mi pare sia giusto portarla avanti».
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Il nodo del voto segreto e la sfida alla Camera
A riaccendere le polveri sul percorso della riforma elettorale è l’esito dei recenti passaggi parlamentari. Meloni decide di andare al muro contro muro, trasformando il prossimo passaggio a Montecitorio in un vero e proprio test di tenuta politica per la sua maggioranza. «Quando non è passato l’emendamento sulle preferenze alla Camera con un voto segreto si è detto che il governo non aveva più la fiducia del Parlamento», scandisce la premier senza troppi orpelli tattici. «Chiaramente nel momento in cui torna alla Camera credo che vada fatta chiarezza sull’accusa che veniva fatta: se non c’è la fiducia del governo, penso che ne dobbiamo prendere atto».
Sul tavolo resta anche la decisione di accantonare l’ipotesi del ballottaggio, misura finita al centro delle barricate sollevate dalle opposizioni. La Presidente del Consiglio rispedisce al mittente l’accusa di voler blindare le regole del gioco a proprio vantaggio: «Non penso che ci si possa disegnare addosso le leggi elettorali», replica, aggiungendo che la riforma «è una legge che favorisce i cittadini, non il centrodestra né il centrosinistra» e che il suo unico scopo è dare «la possibilità di realizzare il programma di chi vince».
Conti pubblici: l’amaro in bocca per il deficit al 3,1%
Sul fronte dei saldi di finanza pubblica, il quadro tracciato dall’Istat con il rapporto Deficit/Pil al 3,1% per il 2025 frena le ambizioni di un’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione europea. Un traguardo sfiorato che la premier commenta con la metafora del «hai fatto trenta, eri molto vicino al trentuno».
«Sono chiaramente dispiaciuta perché noi abbiamo fatto un lavoro da questo punto di vista molto complesso in questi anni che ci ha portato a diminuire il deficit», ammette Meloni. «Stare sotto il 3% ci avrebbe consentito in anticipo sulla tabella di marcia di uscire dalla procedura di infrazione, ma vuol dire che andremo avanti per quella che era la tabella di marcia».
Il rammarico della premier si trasforma però rapidamente in una velata contestazione dei metodi di rilevazione dell’Istituto nazionale di statistica. A far discutere è la concomitanza tra il dato sul deficit e la revisione al rialzo della crescita del 2024. «Il dato sul deficit mi rammarica anche perché nella stessa giornata in cui l’Istat dice che siamo a 3,08 dice anche che rivede le stime della crescita del 2024. È accaduto ogni anno che dopo un anno sono state riviste in crescita, non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo e questo mi dispiace, non vorrei che succedesse anche fra tre anni», conclude la premier.
Bollo auto e Sanità: lo scontro con le Regioni
L’ultimo fronte di scontro aperto riguarda la proposta di abolizione del bollo auto, finita nel mirino dei governatori di centrosinistra preoccupati per eventuali tagli ai bilanci locali e alla spesa sanitaria. Meloni smonta la ricostruzione dei presidenti di Regione definendola «strumentale» e basata su «accuse abbastanza gravi».
«Le regioni sanno benissimo che la misura non viene pagata dalle regioni che vengono rimborsate dallo Stato», puntualizza la Premier, assicurando che «niente viene tagliato alla sanità». Poi la stoccata finale ai governatori del campo largo: «Possono sempre far pagare il bollo, ma penso non lo faranno».

