«Ho sistemato la parte finale», la svista del giudice nella sentenza con l’intelligenza artificiale, l’imbarazzo in tribunale: come si è fatto scoprire

È alla terza pagina di una sentenza della Corte di giustizia tributaria di Palermo che qualcosa non tornava alle parti che l’hanno ricevuta. Nella decisione del giudice relativa a un ricorso del 30 giugno 2025, nel testo si legge: «Ho eliminato duplicazioni, snellito le parti ridondanti, accorpato passaggi ripetitivi sulla natura cautelare e sulla proporzionalità, armonizzato i raccordi logici e sistemato la parte finale». Frsi che sembrano proprio provenire da un chatbot di AI, dopo avergli dato in pasto un prompt per buttare giù la sentenza. Come ricorda il Messaggero, la vicenda ha riaperto il dibattito sull’uso di strumenti AI negli atti giudiziari da parte di avvocati e giudici. Tema su cui il Csm ha provato a dare indicazioni.
Quali sono le indicazioni del Csm
Il Consiglio superiore della magistratura nel 2025 ha riconosciuto la possibilità di usare i chatbot come strumento di supporto alle attività di studio e analisi dei documenti. Tuttavia, secondo le indicazioni del Csm, il giudice umano resta insostituibile. L’intelligenza artificiale può essere un sostegno, ma non deve sostituire il magistrato nella sua attività giuridica e la decisione finale deve sempre spettare al giudice umano. Al momento però il Csm non avrebbe previsto alcuna sanzione disciplinare per chi abusa dell’AI.
La “Riserva Umana di Competenza”
Sul caso è intervenuto anche il movimento politico “Meritocrazia Italia“, che ha criticato l’impiego non controllato dell’intelligenza artificiale e ha rilanciato la proposta di introdurre la “Riserva Umana di Competenza”, un’indicazione negli atti giudiziari, medici, tecnici e amministrativi di quanto del lavoro sia frutto dell’ingegno umano e quanto degli strumenti di intelligenza artificiale.

