Quando la premio Nobel Navi Pillay accusò Israele di genocidio
Navi Pillay, insignita del Premio Nobel per la Pace 2026, ha guidato la Commissione d’inchiesta ONU sui Territori palestinesi che nel settembre 2025 ha accusato Israele di genocidio a Gaza. Pubblicato a circa due anni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il rapporto addebita alle forze e ai vertici israeliani — incluso il premier Benjamin Netanyahu — quattro dei cinque atti genocidi previsti dalla Convenzione del 1948, tra cui uccisioni, lesioni gravi e l’imposizione di condizioni di vita volte alla distruzione del gruppo. Israele ha respinto fermamente ogni accusa.
L’articolo di Pillay sul New York Times
Sul New York Times Pillay scrisse che la conclusione era «inequivocabile: Israele ha commesso un genocidio contro i palestinesi di Gaza». Una «constatazione», specificò, che si basava «su indagini e su numerose prove relative al periodo compreso tra il 7 ottobre 2023, data di inizio della guerra, e il 31 luglio 2025. È stata corroborata da molteplici fonti e valutata attraverso il rigoroso quadro giuridico della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948, di cui Israele è parte contraente».
Il contesto e il mandato della Commissione
La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui Territori palestinesi occupati e Israele è stata istituita dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite nel maggio 2021. Dotata di un mandato permanente, ha avuto il compito di indagare su tutte le presunte violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani nell’area.
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Sotto la presidenza di Navi Pillay — già Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ed ex giudice della Corte Penale Internazionale e del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda — l’organismo ha concentrato le sue indagini sugli eventi successivi all’attacco condotto da Hamas il 7 ottobre 2023 e sulle successive operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza.
La difesa di Tel Aviv: «Guerra contro il terrore e antisemitismo istituzionale»
Di fronte all’atto d’accusa della Commissione Pillay, la risposta di Israele fu immediata, dura e priva di sfumature. Il primo ministro Benjamin Netanyahu e il Ministero degli Esteri israeliano respinsero in toto le argomentazioni, bollando la relazione come un manifesto «politicamente motivato, privo di fondamento giuridico e intriso di pregiudizio sistematico». Israele ribadisce che la sua campagna militare nella Striscia di Gaza non è mai stata diretta contro il popolo palestinese in quanto tale, bensì contro l’organizzazione terroristica Hamas. Quindi senza Dolus Specialis. Tel Aviv contestò il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, accusandolo di applicare un «doppio standard» sistematico contro lo Stato ebraico.
Le conseguenze concrete: giustizia internazionale, embargo e isolamento. Il segnale politico da Oslo
Sebbene la Commissione d’inchiesta presieduta da Pillay fosse un organo d’indagine privo di poteri coercitivi propri, la pubblicazione del rapporto ha generato un “effetto domino” giuridico e politico tuttora in corso. Le 72 pagine del documento sono diventate un mattone fondamentale per i procedimenti pendenti dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e alla Corte Penale Internazionale (CPI). I procuratori e i team legali internazionali hanno integrato i reperti storici, le testimonianze e le analisi satellitari raccolte dalla Commissione per rafforzare le accuse di crimini contro l’umanità e genocidio, aumentando il rischio di mandato d’arresto ed esecuzione nei confronti dei vertici politici e militari israeliani nei paesi aderenti allo Statuto di Roma. Sul piano diplomatico ed economico, la formula “genocidio” sancita da un organismo dell’ONU ha rimosso la copertura politica di molti alleati occidentali. Diversi governi europei e internazionali, sotto la pressione delle opinioni pubbliche interne e per evitare il rischio di complicità in violazioni del diritto internazionale, hanno sospeso o ridimensionato l’esportazione di licenze militari e materiali bellici verso Israele. La successiva assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navi Pillay viene letta dalle diplomazie come un chiarissimo segnale politico: la consacrazione della legittimità delle sue indagini. Se da un lato ha rafforzato le posizioni degli Stati del Global South e dei movimenti per i diritti umani che chiedono l’isolamento diplomatico di Tel Aviv, dall’altro ha ulteriormente inasprito la frattura tra Israele e l’apparato multilaterale delle Nazioni Unite.

