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Papa Leone XIV e le terapie per l’adenocarcinoma polmonare: la chemio, la pillola, il rischio recidive

15 Ottobre 2026 - 06:29 Alessandro D’Amato
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I test genetici sveleranno le eventuali cure da intraprendere. L'immunoterapia e la chemioterapia le più gettonate, ma con efficacia diversa. I risultati arriveranno entro una settimana
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Dopo l’operazione all’adenocarcinoma polmonare Papa Leone XIV dovrà sottoporsi ad altre terapie. Mentre i test sveleranno il rischio di recidive. Robert Francis Prevost ha cominciato a svolgere fisioterapia respiratoria e a camminare in stanza. Il direttore della Sala stampa vaticana ha detto che il suo desiderio è «compiere la visita in Sud America prevista a inizio novembre». Mentre il tempo di degenza in ospedale resta di «circa una settimana». Marcello Tiseo, ordinario di oncologia e primario all’ospedale di Parma, spiega oggi a Repubblica che prima di tutto bisogna sapere se il tumore è arrivato ai linfonodi oppure no. La risposta a questa domanda dà un indirizzo alle eventuali cure da intraprendere.

Le terapie

Tiseo spiega che conta prima di tutto lo stadio della malattia: «Se è precoce, come sembra, e quindi se è al primo stadio e non c’è interessamento dei linfonodi, la chirurgia è l’atto risolutivo. Il paziente deve solo fare dei controlli nei mesi-anni successivi. Se però il tumore ha una caratteristica molecolare particolare, la mutazione del gene Egfr, si potrebbe anche fare una terapia biologica, costituita da una compressa al giorno per tre anni». Secondo il professore è poco probabile che vengano trovate cellule tumorali. Ma in questo caso «si aprirebbero tre scenari, a seconda sempre di quello che diranno gli esami, quello istologico e soprattutto quello immunoistochimico e molecolare. Vengono avviate quelle che sono definite terapie adiuvanti, perché hanno come obiettivo di ridurre in modo rilevante il rischio che la malattia si possa ripresentare, colpendo, ove fossero presenti, micro-metastasi non visibili con gli esami strumentali».

Le tre possibilità

Tiseo spiega che in caso di mutazione del gene Egft, che si riscontra nel 10-15% dei casi di adenocarcinoma, «si fa la cosiddetta terapia target, che blocca il recettore mutato delle cellule tumorali. Si tratta di una terapia biologica che può anche essere proposta nel caso di mutazione del gene Alk, meno frequente perché riguarda circa 4-5% dei casi di adenocarcinoma. Queste terapie in senso preventivo sono disponibili da pochi anni. in questo caso il paziente deve prendere una pasticca tutti i giorni, se c’è la prima mutazione per tre anni, se c’è la seconda per due». Gli effetti collaterali sono «diarrea e tossicità cutanea con il farmaco per la mutazione Egfr e disturbi gastrointestinali e gonfiore per l’altra».

L’immunoterapia

Il secondo tipo di trattamento «si basa sull’immunoterapia, che stimola il sistema immunitario a combattere le cellule del cancro. Prima è necessario però fare tre o quattro cicli di chemio, una ogni 21 giorni. Dopo, se si trova un valore elevato di proteina Pdl1, che è quella che inattiva il sistema immunitario aprendo la strada al tumore, si può fare l’immunoterapia. Succede nel 25-30% dei casi di adenocarcinoma. Il farmaco blocca il Pdl1, facendo così aggredire il cancro dal sistema immunitario. Anche in questo caso si tratta di una terapia che si fa per endovena o sottocute, una volta ogni 21 giorni e per un anno. Può dare problemi di diarrea, alterazione della funzione tiroidea e prurito».

La chemioterapia

Infine, c’è la possibilità della chemiaterapia, da fare ogni 21 giorni e per quattro volte. «Gli effetti collaterali sono il rischio dell’abbassamento delle difese immunitarie, la nausea, il vomito. La chemio dà un beneficio più modesto delle altre terapie, basta pensare che abbinandola all’immunoterapia la sua efficacia aumenta del 20%. E con la terapia target la risposta al tumore è ancora più efficace». Il Corriere della Sera ricorda che l’adenocarcinoma è la forma più frequente di tumore polmonare. Adesso bisogna conoscere se e quali alterazioni genetiche sono presenti per capire quale sottogruppo di adenocarcinoma si ha di fronte (EGFR mutato, Alk riarrangiato, KRAS mutato, ROS1, eccetera) perché è proprio in base al cosiddetto «profilo molecolare» del tumore che si possono scegliere le cure più efficaci caso per caso.

I test genetici

Il Pontefice dovrà quindi attendere il responso dei test genetici che si eseguono sul pezzo di tessuto asportato durante l’operazione: identificare un’alterazione molecolare è come scoprire un bersaglio su cui meglio direzionare la cura. Le tempistiche possono variare da un centro all’altro, ma solitamente i risultati si ottengono in una settimana lavorativa.

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