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Il Papa e l’adenocarcinoma polmonare: l’intervento, le terapie, il tasso di sopravvivenza

14 Ottobre 2026 - 04:58 Alessandro D’Amato
papa leone xiv adenocarcinoma polmonare
I medici hanno scoperto a Leone XIV il più comune tra i tumori maligni del polmone. La lobectomia e la chemioterapia. Il rischio di recidiva e i linfonodi decisivi
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Papa Leone XIV ha un adenocarcinoma polmonare. Ovvero il più comune tra i tumori maligni del polmone. Per il quale oggi esistono più farmaci nuovi. Per questo ha subito l’asportazione del lobo inferiore del polmone destro: «Per chi è in buone condizioni respiratorie, e senza altre patologie associate, si tratta di un intervento standard, ben sopportato». La situazione di Robert Francis Prevost è quindi peggiore rispetto a quella prospettata prima dell’operazione di ieri all’ospedale Gemelli di Roma. Per un adenocarcinoma al primo stadio il tasso di sopravvivenza a 5 anni supera l’80%, ma servono ulteriori esami per capire meglio la situazione specifica.

L’intervento

Il bollettino delle 20 di ieri ha spiegato che l’intervento si è chiuso positivamente. «Il Santo Padre è stato sottoposto, come programmato, all’intervento di chirurgia toracica», scrivono il medico personale Luigi Carbone e il professor Stefano Margaritora, che ha eseguito l’intervento. E aggiungono: «Per rendere l’intervento radicale, è stato asportato il lobo inferiore del polmone destro con tecnica videoassistita. L’esame istologico estemporaneo ha confermato la diagnosi di un adenocarcinoma polmonare, come sospettato dagli esami pre-operatori. Il Santo Padre è stato in sala operatoria per circa 3 ore, la durata dell’intervento è stata di circa 90 minuti. L’intervento è riuscito e non ci sono state complicanze. Il Papa si è svegliato regolarmente ed è rientrato nella sua stanza al decimo piano dopo un breve periodo di osservazione».

Cos’è l’adenocarcinoma polmonare

Il Corriere della Sera spiega che l’adenocarcinoma è il più comune tra i tumori maligni del polmone. È più frequente nei non fumatori. L’asportazione del lobo inferiore del polmone destro, o lobectomia, prevede anche un intervento sui linfonodi intratoracici. L’operazione è la toracotomia: ovvero un’incisione di circa 20 centimetri sul torace. In molti casi oggi è possibile evitarla tramite toracoscopia Vats (video-assistita), una tecnica chirurgica mini-invasiva, che è la strategia standard. Impossibile sapere se Leone XIV dovrà sottoporsi a chemio o radioterapia. Se i linfonodi asportati risulteranno interessati dal tumore si valuterà se fare una terapia post operatoria (di quale tipo lo si deciderà in base di vari fattori che emergeranno dagli esami). Se invece i linfonodi saranno negativi, quindi esenti da malattia, potrebbe bastare la sola operazione chirurgica effettuata perché le probabilità di guarigione sono molto elevate.

La degenza

Il tumore polmonare oggi viene suddiviso in numerose altre sotto-patologie sulla base di una classificazione biomolecolare: è fondamentale conoscere se e quali alterazioni genetiche sono presenti all’interno della neoplasia di ciascun paziente perché è proprio in base al cosiddetto «profilo molecolare» del tumore che si possono scegliere le cure più efficaci caso per caso. La degenza media per questo tipo di interventi è di 7-10 giorni. Poi il paziente può tornare alla normale attività.

Il nodulo e lo lobectomia

Luca Voltolini, che dirige la chirurgia toraco-polmonare del policlinico Careggi di Firenze, spiega intanto a Repubblica: «Dopo aver rimosso il nodulo, mentre il paziente è sotto l’effetto dell’anestesia, si aspetta il risultato, che arriva in 10-20 minuti. Se c’è la conferma che si tratta di tumore, si procede con l’intervento chirurgico, asportando il lobo interessato». È un tumore «meno aggressivo di quello a piccole cellule, che non si opera quasi mai, e di più di quello squamoso».

I medici del Gemelli hanno rimosso anche i linfonodi del Papa: «Se c’è un tumore è sempre necessario fare la linfoadenectomia. E va fatto l’esame istologico su quelli e sul nodulo». L?esame dei linfonodi è fondamentale «perché se sono infiltrati dal tumore cambia lo stadio della malattia, si passa cioè al secondo o al terzo. Se i linfonodi sono liberi, senza cellule tumorali, non c’è bisogno di fare terapie, ma viene avviato un follow up, con esami nei mesi successivi».

La terapia adiuvante

Se i linfonodi sono infiltrati dal tumore «è necessaria una terapia adiuvante. Vengono fatti esami sul tumore, anche genetici, per capire se funzionano la immunoterapia, oppure quella target. Servono a ridurre il rischio di recidive. Se non si possono fare va invece iniziata una chemioterapia, in certi casi associata all’immunoterapia». La terapia più pesante «è la chemio, che però ha una durata limitata perché è appunto adiuvante e quindi preventiva, per evitare che il tumore ritorni. Ci sono tanti schemi di trattamento». Il rischio che l’adenocarcinoma ritorni «con i linfonodi negativi è molto basso, intorno a 10-15% a seconda del sottotipo. Se i linfonodi sono positivi le possibilità sono più alte ma si riducono molto con le terapie».

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