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Montenegro in Ue? Anche no. La frenata a sorpresa a Bruxelles: così il «muro» della Croazia mette a rischio l’allargamento

16 Ottobre 2026 - 13:23 Simone Disegni
Croazia Ue
Nelle conclusioni del Consiglio europeo annacquato il passaggio su Podgorica: salta il riferimento alla conclusione dei negoziati entro il 2026. Cos'è successo
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Il Montenegro diventerà il 28esimo Stato membro dell’Unione europea? Forse, ma nulla è garantito. Nella notte di Bruxelles, sommersa dalle discussioni sfibranti sull’economia, dai leader Ue è arrivata a sorpresa pure una mezza frenata sul processo di allargamento. Giovedì sera infatti, dopo aver constatato il nulla di fatto sul bilancio comune e sulla revisione del sistema Ets, i capi di Stato e di governo hanno discusso pure di tempi e modi del possibile ingresso in Ue di una serie di Paesi che bussano alle sue porte. Il più vicino al traguardo, come la Commissione ha indicato da tempo, è il Montenegro. Il piccolo Paese dei Balcani usa già l’euro (per decisione unilaterale) sin dal 2002, ha presentato la candidatura nel 2008 e negli ultimi due anni i negoziati hanno avuto una forte accelerata grazie alle riforme interne condotte. Tanto che ad aprile scorso i governi dei 27 hanno deliberato di iniziare a scrivere il futuro Trattato d’adesione all’Ue, e che la Commissione spinge per la chiusura di tutti i capitoli negoziali entro la fine del 2026. Giovedì sera però a Bruxelles i capi di Stato e di governo non hanno avallato questa posizione.

Delusione Montenegro: così sono cambiate le conclusioni del vertice

Nella bozza più avanzata delle conclusioni preparate dagli sherpa, si prevedeva che il Consiglio europeo desse la sua benedizione alla conclusione dei negoziati col Montenegro entro la fine del 2026, verificata l’«implementazione delle riforme del caso», e al completamento dell’elaborazione del Trattato di adesione all’Ue «il più presto possibile». Una chiara spinta verso un ingresso nel breve periodo del Paese dei Balcani, insomma. Che però è scomparsa dalle conclusioni adottate dai leader Ue nella notte tra giovedì e venerdì in materia di allargamento. Il Consiglio europeo, si legge nel testo ben più freddo licenziato dai capi di Stato e di governo, «prende nota dell’intenzione della presidenza irlandese del Consiglio di lavorare alla chiusura provvisoria dei rimanenti capitoli negoziale, a condizione dell’implementazione delle riforme corrispondenti da parte del Montenegro». Nessun riferimento dunque all’orizzonte temporale (fine 2026 o altro), né alla finalizzazione del Trattato di adesione in preparazione. Una doccia fredda bella e buona sulle ambizioni del Montenegro. Come si spiega?

Il muro della Croazia sull’adesione del Montenegro

A rivendicare di fatto la «mano sul grilletto» del colpo (politico) al Montenegro è stato stamattina proprio l’ultimo Paese ad essere entrato a sua volta nell’Ue: la Croazia. Il governo di Zagabria ha fatto filtrare ai media di avere attivamente ostacolato l’adozione di un testo comune che aprisse la strada a una prossima adesione di Podgorica. Nell’ambito della discussione sull’allargamento, riportano i media croati imbeccati dal governo, il premier Andrej Plenković «ha informato i leader degli altri Paesi Ue delle otto questioni poste dalla Croazia che il Montenegro dovrebbe risolvere per avere luce verde da Zagabria per concludere i negoziati di adesione». Plenković d’altronde le aveva già messe nero su bianco in un documento inviato ai partner Ue lunedì, e arrivando al vertice giovedì aveva anticipato ai cronisti che si sarebbe messo di traverso. Le rimostranze croate, per la verità, non hanno nulla a che fare con le riforme interne necessarie per preparare l’ingresso in Ue, ma sono legate sostanzialmente a scorie storiche lasciate nei rapporti bilaterali dalle guerre nei Balcani seguite al collasso della Jugoslavia.

Le ferite di guerra nei Balcani e le richieste della Croazia

Una delle ferite di guerra rimaste aperte riguarda il campo di prigionia di Morinj, in Montenegro, dove circa 300 cittadini prigionieri di guerra croati furono detenuti e maltrattati per mesi all’inizio della guerra, tra l’ottobre 1991 e l’agosto 1992. La Croazia chiede che il Montenegro riconosca quei crimini, che le versi relativi danni e che installi una targa commemorativa nel sito di Morinj – richieste che accendono gli animi dei nazionalisti in entrambi i Paesi. Zagabria chiede poi che Podgorica faccia luce sul destino di 14 suoi cittadini mai tornati dalla guerra, contribuendo a ritrovarne i resti per chiudere quello che viene definito «un grave problema umanitario». E ancora la Croazia chiede che siano risolte alcune dispute territoriali si confini di terra e marittimi col Montenegro, che siano accolte le richieste d’indennizzo di alcune famiglie croate le cui proprietà furono espropriate in guerra, e che sia restituita un’imbarcazione contesa di nome Jardan. «La Croazia si augura sinceramente di voltare pagina su questo doloroso capitolo della nostra storia condivisa e costruire una relazione che guardi al futuro col Montenegro, Ma la fiducia reciproca e una riconciliazione genuina e duratura non possono essere costruire senza risolvere questi nodi», si legge nel documento inviato da Zagabria ai partner Ue, intercettato da Euronews.

La frenata sull’allargamento e timori per il 2027

Il muro alzato di fatto dalla Croazia sui negoziati Montenegro-Ue non è andato giù a diversi altri Paesi. Se l’Italia di Giorgia Meloni ribadisce costantemente di dare priorità all’ingresso dei Paesi dei Balcani, a provare a risolvere la grana nei giorni scorsi è stata in particolare la Germania di Friedrich Merz. Il governo tedesco ha fatto pressioni sulla Croazia perché risolva rapidamente quelle dispute bilaterali, nel timore che quel veto deragli la conclusione dei negoziati col Montenegro e allontani a catena pure tutti gli altri. Il tentativo tedesco è però evidentemente fallito. Non è chiaro se al Consiglio europeo altri Paesi si siano silenziosamente «nascosti» dietro il muro di Zagabria per rallentare il processo di allargamento. Di certo a Bruxelles si respira un’aria più pesante di qualche mese fa sul tema: con l’avvicinarsi di una serie di elezioni in Paesi chiave nel 2027 – prima fra tutti la Francia con Marine Le Pen lanciata verso la vittoria – pesano sempre di più i timori delle opinioni pubbliche sull’allargamento. A inizio ottobre la Commissione Ue lo ha dimostrato presentando una strategia di «pre-allargamento» con notevoli elementi di prudenza: in particolare la proposta di tenere l’Ucraina fuori dal mercato agricolo comune, e quella di adottare strumenti per fare di ogni nuovo Paese membro un «osservato speciale» per 15 anni.

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