Ucraina in Europa? Sì, ma non il suo grano. E i nuovi Stati Ue resteranno “osservati speciali” per 15 anni
I prossimi Paesi che entreranno nell’Unione europea potrebbero restare «osservati speciali» per 15 anni dopo l’adesione: per tanto aleggerebbe su di loro la spada di Damocle della possibile sospensione del diritto di voto in sede Ue in caso di «gravi violazioni» dei valori fondamentali Ue. E quei Paesi candidati che hanno un settore agricolo particolarmente «ingombrante» per dimensioni e dinamiche di prezzo – leggi in primis l’Ucraina – si vedranno ristretto l’accesso ai sussidi e al mercato europeo per i cereali. Sono le due proposte più rilevanti messe sul tavolo oggi dalla Commissione di Ursula von der Leyen per rispondere ai timori di governi e opinioni pubbliche europee in vista del possibile allargamento che l’Unione prepara per i prossimi anni. Le cosiddette «salvaguardie» politiche ed economiche vanno ora al vaglio dei 27 governi nazionali, i cui leader ne discuteranno al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre.
I Paesi in prima linea per l’adesione e le proposte Ue
A 13 anni dall’ingresso dell’ultimo Paese – la Croazia nel 2013 – l’Ue sta spingendo sull’acceleratore per accogliere presto nel blocco una serie di altri Stati del «vicinato europeo»: l’Ucraina e la Moldova, direttamente minacciati dalla Russia, ma anche la Georgia e sei Paesi dei Balcani (qui la guida completa di Open). In quest’area sta anzi il Paese indicato da Bruxelles come il più avanzato nel percorso di adesione: il Montenegro, che mira a chiudere i negoziati con l’Ue entro fine anno e ad entrarvi nel 2028 (è già iniziata la redazione del Trattato di adesione). Gli altri frontrunners identificati dall’Ue sono Albania, Ucraina e Moldova. Potenzialmente, l’Ue potrebbe così allargarsi fino a comprendere nei prossimi anni tra i 30 e i 35 Paesi. Una necessità geopolitica per rafforzare l’Unione e scongiurare che quei Paesi finiscano nell’orbita russa o cinese, ricorda costantemente Ursula von der Leyen. Ma anche una sfida colossale per un’Unione che già oggi fatica a prendere decisioni a 27, e in cui molti Paesi vivono fasi di grande tensione politica e preoccupazioni economiche: quattro dei Paesi principali oltre tutto – Spagna, Francia, Italia e Polonia – andranno alle urne entro i prossimi 12 mesi. Per questo le proposte della Commissione su come gestire il possibile allargamento erano molto attese.

Le riforme per entrare in Ue e l’«integrazione graduale»
Nella comunicazione presentata oggi, l’esecutivo Ue ribadisce l’importanza «geostrategica» di procedere con l’allargamento, ma rassicura sul fatto che il processo resterà sempre «basato sul merito»: tradotto, la candidatura di ciascun Paese candidato potrà avanzare solo se progrediranno le necessarie riforme interne nei vari settori. Poiché, Montenegro a parte, l’adesione non è però dietro l’angolo per molti di quei Paesi che scalpitano – dall’Ucraina ai Balcani – ora la Commissione propone di avvicinarli progressivamente all’Ue tramite una «integrazione graduale»: potrebbero ad esempio entrare già prima in programmi comuni come l’Erasmus, iniziare a lavorare con agenzie come Frontex o avere già accesso parziale al mercato unico. «Metteremo a disposizione anche dei fondi per questo – spiega una fonte Ue sentita da Open – Ma non è un sostituto per la membership Ue, né una scorciatoia per l’adesione». La “carota” di una integrazione graduale dei Paesi candidati si accompagna però al “bastone” delle restrizioni cui potrebbero dover far fronte nei primi anni dopo l’eventuale adesione.
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Sul piano economico, la Commissione propone «meccanismi mirati» per proteggere il mercato Ue da quei «prodotti agricoli sensibili» provenienti da nuovi Paesi che abbiano un mercato incompatibile con quello europeo per dimensioni, struttura e livelli di produttività. Come anticipato dal Financial Times, su quei prodotti i nuovi Paesi verrebbero tagliati fuori almeno per alcuni anni dal sistema di sussidi Ue e dal libero accesso al mercato unico. Si tratta nei fatti di una misura pensata per rispondere ai timori degli agricoltori europei – soprattutto italiani, francesi e polacchi – per la possibile «invasione» di grano e altri cereali a prezzi bassi dall’Ucraina. «Dobbiamo proteggere gli Stati membri, l’adesione dell’Ucraina non deve danneggiarli, e vogliamo aiutare Kiev a riguadagnare i suoi tradizionali mercati di export», spiega la Commissaria Ue all’Allargamento Marta Kos in conferenza stampa. Ufficialmente insomma Bruxelles si sforza di presentare anche questa iniziativa come una mossa geostrategica. «Prima della guerra con la Russia, la maggior parte dei prodotti agricoli dall’Ucraina andava verso il Nordafrica. Vogliamo ripristinare quella situazione», spiega un funzionario Ue sentito da Open. Se così non fosse, aggiunge, «creeremmo seri problemi per Paesi che prima contavano su quell’import: rischieremmo di generare carestia in Egitto o altri Paesi della zona».
Il «freno d’emergenza» in caso di deriva anti-democratica
Sul piano istituzionale, la Commissione propone ai governi dei 27 di inserire una nuova clausola di salvaguardia nei Trattati di adesione, che permetta all’Ue di azionare il «freno d’emergenza» in caso di deriva anti-democratica in stile Ungheria di Viktor Orbán in grado di destabilizzare l’intera Ue e/o bloccarne i processi decisionali. A chiedere di attivare lo strumento potrebbe essere la Commissione o uno degli Stati membri, ma solo in caso di «gravi violazioni» dei princìpi fondamentali Ue tali da «danneggiare il funzionamento dell’Unione», protratte nel tempo e cui non si possa rispondere con gli strumenti normativi già esistenti. In tal caso si aprirebbe la strada a contromisure «mirate e proporzionate»: la più pesante sarebbe la sospensione del diritto di voto in Consiglio Ue. Si tratterebbe di una «tutela» nuova e ingombrante per i nuovi Paesi membri, specie se i governi dei 27 accetteranno la proposta della Commissione di consentire un intervento del genere per ben 15 anni dopo l’adesione. Fonti Ue sentite da Open spiegano che si tratta comunque di uno strumento d’emergenza, da attivarsi solo nel caso vadano «drammaticamente male», dunque – è la rassicurazione verso i Paesi candidati che potrebbero indispettirsi per la proposta – «in linea di principio non avranno nulla di cui preoccuparsi». «Tutti gli Stati membri godranno degli stessi diritti, non ci saranno Paesi di Serie A e B», chiarisce la Commissaria Ue all’Allargamento Marta Kos in conferenza stampa.
Gli strumenti per far funzionare meglio l’Ue
Decisamente meno forti sono le idee che avanza la Commissione per snellire il processo decisionale interno all’Ue in accompagnamento al possibile allargamento. Stante la difficoltà politica e legale di rimettere mano ai Trattati per superare l’unanimità – molti governi, compresa l’Italia di Giorgia Meloni, non sono d’accordo – l’esecutivo Ue non può far altro che «incoraggiare» gli Stati a usare sempre di più gli strumenti già esistenti. Da un lato estendere il voto a maggioranza qualificata ovunque possibile, anche tramite le cosiddette «clausole passerella», dall’altro lavorando sulla strada delle «cooperazioni rafforzate» per avanzare su comparti o progetti in cui alcuni Paesi pongano «ostacoli persistenti». Si attende di capire ora come le proposte della Commissione verranno accolte dai 27 Stati membri, e da quelli che vorrebbero presto diventarlo.
In copertina: Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con quella della Commissione Ue Ursula von der Leyen – Bruxelles, 18 giugno 2026 (Ansa/Epa – Olivier Matthys)

