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Turismo, grattacieli e riforme: così l’Albania di Edi Rama corre verso l’Ue. Le tappe verso l’adesione e le ombre

29 Settembre 2026 - 14:32 Antonia Verderosa
Edi Rama Ursula von der Leyen
Edi Rama Ursula von der Leyen
A 35 anni dalla fine del regime, il Paese adriatico ha ripensato la sua economia e punta a entrare in Ue entro il 2030. Tutto quello che c'è da sapere
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Trentacinque anni fa l’Albania usciva da uno dei regimi più ferrei e isolati d’Europa e decine di migliaia di suoi cittadini attraversavano l’Adriatico diretti verso l’Italia. Oggi è una destinazione sempre più in voga per turismo e investimenti immobiliari e sotto la guida di Edi Rama vanta rapporti privilegiati con gli Usa e corre verso l’adesione all’Ue. Proprio all’inizio dell’autunno la Commissione ha evocato la possibile conclusione dei negoziati a dicembre 2027. Come siamo arrivati fin qui? E cosa può succedere nei prossimi mesi?

Albania, questa (s)conosciuta

Affacciata per centinaia di chilometri sulle sponde di Mare Adriatico e Ionio, l’Albania confina a nord col Montenegro, a nord-est col Kosovo, a est Macedonia del Nord e a sud con la Grecia. Misura nel complesso meno di 29mila chilometri quadrati. Dall’altra parte del Canale d’Otranto c’è l’Italia: le punte di Puglia e Albania distano appena 71 chilometri. Oltre alla capitale Tirana, dove vivono oltre 600mila persone, le altre città principali sono Durazzo, principale porto del Paese, Elbasan, Scutari e Valona. Fuori dalle città il paesaggio offre montagne che superano i 2mila metri, vallate attraversate da fiumi e grandi laghi e oltre 300 chilometri di costa.

In Albania vivono circa 2,3 milioni di persone. Nel 2011 erano 2,82 milioni: in quindici anni il Paese ha perso quindi quasi mezzo milione di abitanti. La popolazione del Paese invecchia: l’età media è passata dai 35,3 anni del 2011 ai 42,5 del 2023. Fuori dai confini nazionali vivono circa 1,6 milioni di albanesi. Quasi un cittadino su tre vive nella prefettura di Tirana, l’unica delle dodici ad aver aumentato i propri residenti tra il 2011 e il 2023.

Dalla dittatura all’esodo verso l’Italia

Lo Stato albanese moderno nacque il 28 novembre 1912, quando Ismail Qemali proclamò a Valona l’indipendenza dall’Impero ottomano, dopo circa quattro secoli di dominio. Nel 1928 Ahmet Zogu, fino ad allora presidente, salì sul trono con il nome di Zog I. Il 7 aprile 1939 le truppe di Benito Mussolini invasero il Paese. Zog fuggì all’estero e l’allora re Vittorio Emanuele III ne assunse la corona. Nel novembre 1944, alla fine dell’occupazione tedesca, i partigiani comunisti guidati da Enver Hoxha entrarono a Tirana e presero il controllo del Paese. Hoxha era già alla guida del Partito comunista e capo del governo provvisorio. Rimase primo ministro fino al 1954, ma nei fatti al vertice del regime fino alla morte, nel 1985, mantenendo per oltre quarant’anni il controllo del Paese.

Con Hoxha l’Albania diventò uno dei Paesi più isolati d’Europa. Nel 1948, dopo la rottura tra Tito e Stalin, Tirana si schierò con Mosca e ruppe i rapporti con la Jugoslavia, che fino ad allora aveva esercitato una forte influenza sul Paese. Dopo la morte di Stalin, però, Hoxha si oppose alla destalinizzazione avviata da Nikita Krusciov e al riavvicinamento sovietico a Belgrado. Nel 1961 arrivò la rottura con Mosca e l’Albania si avvicinò alla Cina di Mao Zedong. Anche quell’alleanza finì negli anni Settanta, quando Pechino iniziò ad aprirsi all’Occidente e agli Stati Uniti. Nel 1978 la Cina interruppe gli aiuti economici a Tirana, lasciando il Paese ancora più isolato. Partiti e opposizione furono cancellati, le frontiere bloccate. Nel 1967 il regime aveva proclamato l’Albania il primo Stato ateo al mondo: moschee, chiese, monasteri e teqe bektashi furono chiusi o destinati ad altri usi e le pratiche religiose proibite. Sul territorio vennero costruiti migliaia di bunker di cemento, pensati per difendere il Paese da una possibile invasione.

Dopo la morte del dittatore, nel 1985, gli succedette Ramiz Alia. Nel dicembre 1990 furono legalizzati i partiti di opposizione e il 31 marzo 1991 si tennero le prime elezioni multipartitiche del dopoguerra. L’apertura arrivò mentre il Paese attraversava una grave crisi economica. Fabbriche e imprese statali chiudevano, il lavoro scarseggiava e, con l’allentamento dei controlli alle frontiere, migliaia di albanesi decisero di partire, soprattutto verso l’Italia. Nel marzo 1991 quasi 27mila persone raggiunsero Brindisi e l’8 agosto circa 20mila arrivarono a Bari sulla Vlora, stipate sul ponte e sulle strutture del mercantile.

Nel 1997 crollarono le società finanziarie piramidali nelle quali aveva investito circa due terzi della popolazione. Centinaia di migliaia di famiglie persero i risparmi, le proteste dilagarono e il governo perse il controllo di ampie zone del Paese. L’anno successivo venne approvata con un referendum una nuova Costituzione, la prima della fase democratica dopo la fine del regime comunista. Nel settembre 2000 l’Albania diventò il 138esimo membro dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Nove anni dopo, il 1° aprile 2009, entrò nella Nato.

La nave Vlora arriva a Bari l’8 agosto 1991 con circa 20mila albanesi a bordo, fuggiti dopo la caduta del regime comunista (Ansa/Luca Turi)

Albania nell’Ue: a che punto sono i negoziati

«Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa», gridavano gli studenti di Tirana già a dicembre 1990, mentre finiva il monopolio politico del regime comunista. Poco meno di 20 anni dopo, nell’aprile 2009, sotto la guida del governo di Sali Berisha, il Paese ha presentato formalmente la domanda di adesione all’Ue. Cinque anni dopo, nel 2014, ha ottenuto formalmente lo status di Paese candidato. Nonostante le pressioni della Commissione, i governi Ue hanno però dato il via libera all’apertura dei negoziati solo a marzo 2020, e per il loro avvio si è dovuto aspettare fino a luglio 2022: il dossier albanese era stato affiancato a quello della Macedonia del Nord ed è rimasto bloccato anche dalla disputa tra Skopje e la Bulgaria su lingua, storia e identità. Due ulteriori anni sono serviti perché l’Ue completasse un processo di «screening» dell’Albania in tutti i settori. Di fatto, i negoziati sono entrati nel vivo a ottobre 2024.

Dei 33 capitoli oggetto del processo di avvicinamento all’Ue, a luglio 2026 sono stati chiusi provvisoriamente i primi tre: quelli che riguardano scienza e ricerca, istruzione e cultura, relazioni esterne. Nell’ultimo rapporto sullo Stato di diritto in Albania, la Commissione ha riconosciuto i passi in avanti fatti nella riforma della giustizia e nella lotta alla corruzione. Anche la progressiva digitalizzazione del Paese è giudicata positivamente: con la piattaforma e-Albania molti servizi dello Stato sono diventati fruibili in pochi click. Restano però diversi problemi: la polizia è ancora considerata particolarmente vulnerabile alla corruzione e gli appalti pubblici poco trasparenti. Sul settore dei media, Bruxelles lamenta una proprietà concentrata nelle mani di pochi gruppi imprenditoriali e spesso intrecciata con interessi politici. Rimangono anche dubbi sull’indipendenza dell’autorità di regolazione del settore e sui criteri con cui viene distribuita la pubblicità statale.

A settembre la Commissione ha detto di puntare a chiudere i negoziati entro la fine del 2027. Il governo di Tirana, dal canto suo, indica il 2030 come orizzonte per l’ingresso nell’Unione. Tra febbraio e aprile 2026, in un sondaggio commissionato dall’Ue, il 92% degli albanesi si confermava favorevole all’adesione: la percentuale più alta tra i Paesi dei Balcani occidentali coinvolti nella rilevazione.

Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il premier albanese Edi Rama al vertice Ue-Balcani occidentali – Bruxelles, 17 dicembre 2025 (Ansa/Epa – Olivier Hoslet)

Politica e religioni

Musulmani sunniti e bektashi, cattolici e ortodossi convivono oggi in un Paese che nel 1967 aveva proibito le pratiche religiose. A Tirana ha sede anche il centro mondiale dell’ordine bektashi. La lingua ufficiale, l’albanese, costituisce un ramo autonomo della famiglia indoeuropea. Gli abitanti chiamano il proprio Paese Shqipëri; il nome “Albania”, usato all’estero, deriva invece da forme medievali come Arbanon e Albanum, che indicavano originariamente un’area centrale dell’attuale Stato. La moneta nazionale è il lek albanese.

L’Albania è una repubblica parlamentare. Il capo dello Stato, eletto dal Parlamento per cinque anni, ha soprattutto funzioni d’indirizzo istituzionale: dal luglio 2022 è Bajram Begaj, medico ed ex capo di stato maggiore delle Forze armate. A guidare l’esecutivo è il governo guidato dal primo ministro. Dal 2013 è Edi Rama, 62 anni, leader del Partito Socialista giunto al quarto mandato consecutivo da premier. In precedenza Rama è stato pittore e docente all’Accademia di Belle Arti, poi ministro della Cultura e per undici anni sindaco di Tirana.

Nel 2025, per la prima volta, hanno potuto votare alle parlamentari anche gli albanesi residenti all’estero. Si sono iscritti al voto quasi 246mila elettori in 85 Paesi, una novità significativa per un Paese che conta circa 1,6 milioni di cittadini fuori dai propri confini.

La capitale Tirana vista dall’alto (Albnext/WikimediaCommons)

Turismo, agricoltura, tessile: come cresce l’Albania

L’economia albanese è trainata soprattutto da servizi, costruzioni e turismo. Nel 2025 il Pil è cresciuto del 3,8%, così che quello pro capite è salito a 13mila dollari per abitante. Lo scorso anno sono entrati nel Paese – in gran parte per turismo – quasi 12,5 milioni di cittadini stranieri (+6,6% rispetto al 2024). A Tirana nuovi palazzi e grandi progetti immobiliari hanno ridisegnato lo skyline; sulla costa Saranda e Ksamil sono tra le mete più frequentate, mentre Berat e Gjirokastër attirano visitatori nell’interno.

Tra i grandi progetti immobiliari avviati negli ultimi anni c’è anche quello legato a Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump: un investimento da circa 1,4 miliardi di euro per la costruzione di un grande complesso turistico di lusso tra l’isola di Sazan e la costa di Zvërnec, vicino alla laguna di Vjosa-Narta, con hotel, ville, appartamenti e approdi per yacht. Proprio a Zvërnec, a fine maggio, le recinzioni installate nell’area destinata allo sviluppo hanno dato il via a una protesta durata per tutta l’estate e arrivata fino a Tirana. Ribattezzata «rivoluzione dei fenicotteri», a settembre la mobilitazione ha superato i 100 giorni. Il progetto non è stato cancellato, ma resta in fase di studio; su parte dei terreni è stata aperta un’indagine della procura anticorruzione. Anche la Commissione europea ha chiesto garanzie sull’impatto ambientale.

Quasi metà degli occupati in Albania lavora nell’ambito dei servizi, tra commercio, trasporti, alberghi e ristorazione, servizi alle imprese e pubblica amministrazione. L’agricoltura dà però ancora lavoro al 33,8% degli albanesi: fuori dai grandi centri resta il primo settore per occupazione. Poco più di un lavoratore su cinque invece è impiegato nell’industria. Tessile e calzature hanno un peso importante nell’export: nel 2025 hanno generato circa il 30% delle esportazioni albanesi di merci.

Il tessuto produttivo albanese è composto quasi interamente da piccole e medie imprese, che rappresentano il 99,9% delle aziende attive e danno lavoro a oltre quattro occupati su cinque. Accanto a loro operano alcuni grandi gruppi privati. BALFIN, presente nel commercio, nell’immobiliare, nelle banche e nel turismo, controlla tra l’altro Tirana Bank e ha sviluppato il grande centro commerciale Tirana East Gate. Kastrati Group, nato nel settore dei carburanti, negli anni si è esteso alle infrastrutture, alle costruzioni, alle assicurazioni e al turismo. Dal 2020 controlla l’aeroporto internazionale di Tirana.

Negli ultimi anni è cresciuto anche il settore delle startup, concentrato soprattutto a Tirana. Nel 2026 l’Albania ha guadagnato otto posizioni nel Global Startup Ecosystem Index di StartupBlink, arrivando al 75esimo posto nel mondo. Un altro segnale è arrivato da Plug and Play, acceleratore e investitore della Silicon Valley, che ha aperto un centro nella capitale e nel 2026 ha effettuato i suoi primi investimenti diretti in startup legate all’ecosistema albanese.

Lo stipendio medio lordo mensile è di 84.112 lek (circa 860 euro). La disoccupazione è andata calando negli ultimi anni: è passata dal 10,9% nel 2022 all’8,4% nel 2025. Il legame con gli albanesi che hanno lasciato il Paese resta forte, anche sul piano economico: le rimesse personali ricevute dall’estero equivalgono all’8,4% del Pil.

Ksamil, sulla costa ionica dell’Albania, una delle principali località turistiche del sud del Paese (IllyricumSacrum/WikimediaCommons)

Energia e clima, asset e fragilità

Nel 2025 quasi l’87% dell’elettricità prodotta in Albania è arrivata dalle centrali idroelettriche. Fierza, Koman e Vau i Dejës, lungo il fiume Drin, sono tra gli impianti principali. Il limite è la pioggia: negli anni più secchi diminuisce l’acqua disponibile per produrre energia. Per questo negli ultimi anni sono aumentati gli investimenti nel solare e nell’eolico. A Karavasta, sulla costa adriatica, dalla fine del 2023 è in funzione un impianto fotovoltaico da 140 megawatt, il più grande dei Balcani occidentali.

Secondo la Banca Mondiale, l’Albania ha «uno dei più alti livelli di rischio ed esposizione ai disastri tra i Paesi europei». Negli ultimi vent’anni alluvioni, incendi, frane e terremoti hanno interessato il 95% dei Comuni. Il cambiamento climatico pesa in particolare su due settori centrali per il Paese, energia e agricoltura. Senza maggiori investimenti nell’adattamento, i danni potrebbero arrivare a valere circa il 7% del Pil nel 2050.

Foto di copertina: Il premier albanese Edi Rama con la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen – Tirana, Albania, 13 ottobre 2025 (Ansa/Epa – Malton Dibra)

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