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Crans-Montana, il racconto della madre di due sopravvissute: «Francesca coi vestiti sciolti dalle fiamme, Elisabetta urla ancora nel sonno»

17 Ottobre 2026 - 12:23 Cecilia Dardana
le constellation crans montana
Federica Invernizzi, medico del San Raffaele, ripercorre al Corriere della Sera la notte della strage al Constellation. Dal buttafuori che bloccò la figlia più piccola all'infortunio che ha salvato la più grande dalla vampata letale: «Viviamo ogni giorno ringraziando per averle ancora con noi»
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«Quando la sorella piccola l’ha vista, aveva i lunghissimi capelli bruciati a metà, era in reggiseno perché i vestiti si erano sciolti, tranne il jeans che aveva dei buchi, aveva perso una scarpa e la borsa, teneva il cellulare stretto in mano. Ma era viva. E ci riteniamo ogni giorno fortunati e miracolati per questo». È il racconto che Federica Invernizzi, 43 anni, epatologa e primario all’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, affida in un’intervista al Corriere della Sera. Le sue due figlie, Francesca ed Elisabetta (17 e 15 anni all’epoca dei fatti), sono entrambe uscite vive dall’inferno del Constellation, il locale di Crans-Montana, in Svizzera, divorato dal rogo costato la vita a 41 persone e che ha provocato 115 feriti la notte di Capodanno. Quella notte a svegliarla a Milano fu la telefonata dell’ex marito: «Dormivo, ero a Milano, sui siti non si parlava di niente. Però la voce del mio ex marito era tentennante: mi sono insospettita, lui è sempre così freddo. Mi diceva: non hai idea di cosa è successo, scene da Apocalisse, loro stanno bene ma qui c’è il caos».

Il racconto di quella notte

Invernizzi racconta al Corriere la ricostruzione di quella notte. Le due sorelle erano uscite dal locale verso mezzanotte e mezza per brindare in piazza con gli amici, per poi decidere di rientrare a salutare gli altri prima di rincasare. «Mentre la grande era entrata senza problemi, la piccola non era stata riconosciuta dal buttafuori e si era dovuta mettere in fila: quando è scoppiato il rogo lei era lì in coda tutta arrabbiata, senza sapere che quel dettaglio l’avrebbe salvata», ricorda Invernizzi.

Francesca era invece scesa nella zona fumatori vicino ai bagni: accortasi del fuoco, è tornata indietro ad avvertire gli amici per poi correre verso le scale. Lì è avvenuto l’imprevisto che le ha impedito di finire nella traiettoria della fiammata letale: «Due ragazze l’hanno travolta e fatta cadere, spezzandole i legamenti del ginocchio, ma salvandola dalla vampata che poi sarebbe arrivata subito dopo dalla scala per la combustione dell’ossigeno». Sotto la calca, Francesca ha trovato la lucidità per salvarsi: «Ci ha raccontato di aver pensato: ecco, morirò schiacciata qui sotto. E poi di aver visto la rotula e aver messo il ginocchio in asse per rialzarsi ed uscire dalle porte laterali».

Le ustioni e il blackout della memoria

Convinta la famiglia a raggiungere Milano per il ricovero al San Raffaele, il quadro clinico si è rivelato subito severo: «Mia figlia piccola, Elisabetta, 15 anni, continuava a piangere e a disperarsi; Francesca aveva il monossido di carbonio un po’ alto, ma abbiamo deciso di non intubarla, perché respirava abbastanza bene. Aveva il 25% di ustioni sul corpo, di secondo grado, con un’area di terzo, e aveva i legamenti rotti del ginocchio destro».

Tra le fiamme si è salvato solo un piccolo cornicello con un munaciello comprato pochi giorni prima a Napoli: «La catenina si è sciolta e le ha lasciato il segno, ma il corno è rimasto intatto». A proteggere Francesca dallo shock visivo è stato invece un blackout della memoria: «Lei ricorda quello che le è capitato ma assolutamente nulla di quello che la circondava, gli amici sfigurati, i corpi, il sangue, lo sfacelo. Psichiatra e psicologo dicono che va bene così, che è un meccanismo di protezione che per ora la aiuta».

Lo stress post-traumatico e l’impegno per il futuro

Se Francesca ha affrontato mesi di cure a domicilio tornando a scuola in primavera, il peso psicologico più gravoso è ricaduto paradossalmente sulla figlia minore, rimasta fuori dal locale ad assistere alla tragedia: «Elisabetta purtroppo, avendo invece vissuto e ricordando perfettamente tutta l’angoscia fuori al locale in fiamme, è ancora in preda a uno stress post traumatico, per molte notti urlava durante il sonno, prende farmaci per riuscire a dormire, ed è ancora molto scossa. Paradossalmente mi preoccupa di più». La ragazza combatte con il senso di colpa per essersi salvata mentre tanti coetanei perdevano la vita.

Entrambe sono comunque tornate a Crans quest’estate per non cancellare i ricordi d’infanzia legati alla casa di famiglia. Dalla tragedia, Invernizzi vuole ora trarre una battaglia civile e scientifica da portare anche agli Stati generali della scuola digitale: «Le ustioni non sono trattate adeguatamente come malattie croniche, e invece lo sono perché portano danni a lunghissimo termine. Vorrei trasformare questa drammatica esperienza in qualcosa di costruttivo in ambito medico: non possiamo decidere cosa ci succede, ma decidere come affrontarlo sì».

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