Non solo la Francia, anche l’Albania brucia: studenti in rivolta e scontri con la polizia. Cosa chiedono
Si allargano le proteste giovanili in Europa. Da giorni brucia anche l’Albania. Per il sesto giorno consecutivo liceali e universitari sono scesi in piazza a Tirana al grido di «Rama dimettiti». Protestano contro le condizioni disastrose in cui versano le scuole e le università pubbliche e contro la corruzione. Chiedono più fondi, più opportunità e interventi contro la disoccupazione e l’inflazione che divora i salari, già molto bassi. Edi Rama, il primo ministro socialista, in carica dal 2013 e al suo quarto mandato, ha però chiarito che non si dimetterà: «I governi si cambiano mediante elezioni democratiche. L’anno scorso abbiamo avuto elezioni, non una rivoluzione». Una parte del suo partito, però, sembra non essere d’accordo. La sua ex ministra dell’Educazione Elisa Spiropali, ad esempio, lo ha invitato a «cercare una soluzione politica» e a «non temere le elezioni».
Le proteste degli studenti albanesi e gli scontri con la polizia
Le piazze sono diventate nel frattempo teatro di violenti scontri quotidiani tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Come riporta la Repubblica, la polizia usa le volanti come arieti, spara proiettili ad altezza d’uomo, aziona gli idranti e lancia granate stordenti. I dimostranti, dall’altra parte, scagliano contro i simboli del potere: ministeri, stazioni di polizia, tribunali e banche, pietre, molotov e perfino sampietrini. Tanto che domenica, all’alba, sono arrivate le ruspe sul boulevard di Tirana per rimuoverli.
I feriti e gli arrestati durante le proteste
Secondo l’Associated Press, fino ad ora sarebbero 160 gli arrestati e circa 130 i feriti. Molti di loro, come ha spiegato a Repubblica una ragazza da Tirana, «in ospedale neanche ci vanno, perché stanno facendo rastrellamenti anche lì». Per questo la maggior parte viene assistita da infermieri e medici volontari, reclutati in chat, gruppi Telegram e con il passaparola, che danno una mano a patto di restare nell’assoluto anonimato. «Rischiamo il licenziamento», dicono. Nel frattempo la destra di Sali Berisha, ex premier ed ex presidente, ha offerto sostegno legale ai manifestanti, provando a capitalizzare, senza successo, la rivolta.
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Il movimento dei fenicotteri
Le proteste di questi giorni, infatti, si inseriscono in un quadro di mobilitazione più ampio. Da mesi larghe fasce della popolazione sono in rivolta contro il resort di lusso che la società Affinity Partners di Jared Kushner, genero del presidente Usa Donald Trump, vorrebbe costruire sull’isola di Sazan, una zona protetta sulla costa meridionale del Paese. La cosiddetta Flamingo Revolution ha coinvolto studenti, artisti, intellettuali, ma anche semplici cittadini esasperati da inflazione, carovita e disoccupazione, riunendo nel movimento dei fenicotteri un fronte eterogeneo sceso in piazza pacificamente per oltre 100 giorni consecutivi e cementato dallo slogan «L’Albania non è in vendita».
Le accuse di interferenze straniere da parte di Edi Rama
Rama, intanto, su X ha puntato il dito contro presunte interferenze di Russia e Iran, Paese con il quale, tra l’altro, l’Albania non intrattiene relazioni diplomatiche dal 2022: «Abbiamo molte informazioni sull’interferenza nei social media di mani straniere, anche quelle dell’Iran». Il premier ha poi messo in evidenza un post su X di Aleksandr Dugin, da alcuni considerato l’ideologo di Putin, che elogiava le proteste. Sostiene infatti che in gioco non ci sia il suo potere, ma «l’adesione dell’Albania all’Ue», che il Paese spera di ottenere entro il 2030.
La risposta della Commissione europea
Dalla Commissione europea, tuttavia, è arrivata una dura presa di posizione. Accanto alla ferma condanna delle violenze è arrivata anche quella della repressione messa in campo dalle istituzioni albanesi.

