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Caso Shalabayeva, la Procura generale della Cassazione chiede un nuovo processo d’appello per cinque poliziotti

20 Ottobre 2026 - 13:44 Alba Romano
shalabayeva
Stavolta però viene tracciata una distinta linea di responsabilità tra i vertici della Squadra Mobile e l'ufficio Immigrazione.
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Svolta in Cassazione sul caso relativo all’espulsione e al sequestro di Alma Shalabayeva e della figlia avvenuto nel 2013. Il procuratore generale Alessandro Cimmino ha sollecitato un appello ter per i cinque poliziotti imputati, tracciando però una distinta linea di responsabilità tra i vertici della Squadra Mobile e l’ufficio Immigrazione.

Nello specifico, per l’ex capo della Mobile Renato Cortese e per i funzionari Luca Armeni e Francesco Stampacchia, il pg ha chiesto il processo bis solo per il presunto sequestro della figlia della donna kazaka, sostenendo la mancanza di prove sul dolo e non riconoscendo il concorso nel reato. Diversa la posizione sollecitata per l’ex responsabile dell’Immigrazione Maurizio Improta e per il funzionario Vincenzo Tramma: per entrambi il pg ha ritenuto sussistente il dolo nel sequestro della minore, chiedendo un nuovo appello unicamente per il riesame delle attenuanti generiche. È stata infine avanzata per tutti gli imputati la richiesta di prescrizione per il sequestro della moglie del dissidente Ablyazov.

La vicenda

La vicenda Shalabayeva risale al maggio 2013, quando Alma Shalabayeva, moglie del dissidente politico kazako Mukhtar Ablyazov, fu prelevata nella sua abitazione a Roma e rimpatriata d’urgenza in Kazakistan insieme alla figlia piccola di sei anni. L’operazione della polizia era scattata con l’obiettivo di rintracciare Ablyazov, ricercato dal regime kazako. Non trovando l’uomo, le autorità italiane procedettero all’espulsione lampo della moglie e della figlia contestando un passaporto falso, rimpatriandole con un volo privato allestito dal Kazakistan. L’episodio provocò un fortissimo scandalo politico e internazionale, venendo definito un’illegittima “consegna straordinaria” (extraordinary rendition). Dopo le proteste internazionali, alla donna e alla figlia fu concesso di lasciare il Kazakistan e fare rientro in Italia a fine 2013, dove fu loro riconosciuto lo status di rifugiate. L’espulsione fu ritenuta illegittima e scattò un processo a carico di diversi funzionari di polizia e magistrati per il reato di sequestro di persona e falso. L’iter giudiziario ha visto un susseguirsi di condanne in primo grado, successive assoluzioni e nuovi appelli per ridefinire le singole responsabilità e il dolo dei funzionari coinvolti.