A Firenze i prof fanno lezione per strada agli studenti che stanno occupando il liceo: «Siamo qui per esprimere solidarietà, per non lasciarli soli»
Per una mattina la scuola a Firenze ha funzionato al contrario: con gli allievi a tenere in pugno l’edificio e i professori a fare lezione per strada. Cercando di trovare un punto di contatto. Gli insegnanti hanno spiegato urlando con dei megafoni da giù come in una strana serenata, e i ragazzi ad ascoltarli alla finestra da su. «Siamo qui per esprimere solidarietà ai nostri ragazzi, per non lasciarli soli. E lo facciamo con i nostri strumenti: libri, poesie e racconti». Così i docenti del liceo classico Machiavelli Capponi hanno spiegato – racconta il Corriere della Sera – il flash mob organizzato davanti al portone della scuola occupata dagli studenti. C’è chi legge Bertrand Russell, chi Una questione privata di Beppe Fenoglio o La guerre éternelle di Olivier Rolin. Libri contro la guerra e non solo, anche bigliettini con frasi filosofiche da pescare.
Il sostegno dei professori all’occupazione
Nella giornata di ieri 22 ottobre oltre cento docenti aveva sottoscritto l’appello in favore dell’occupazione e nella mattina di oggi 23 ottobre le firme erano già salite a 400 e nel pomeriggio, afferma la Cgil sono state superate le 600 firme. La strana lezione è stata organizzata dai docenti con la Flc Cgil ed è comincia davanti al Machiavelli. Poi si è spostata più in là verso il Capponi. La decisione dei professori arriva dopo il corteo del 16 ottobre e le numerose occupazioni dei licei fiorentini.
Che cosa pensano i docenti
«Siamo stati molto colpiti da questo loro chiamarci in causa» racconta al Tirreno Francesca, professoressa di italiano, latino e storia al Machiavelli. Gli studenti, dice, si sono accorti che «al di là della buona volontà dei singoli, è a livello strutturale che la scuola è stata colpita e non funziona». E osserva: «Si sta spostando il focus dalle motivazioni della protesta alle modalità». Quelle, ammette, diventano sbagliate quando violano la legge. «Però bisogna anche dare ascolto a certe motivazioni. Non si possono allargare le carceri per rispondere ai problemi del lavoro e dell’istruzione dei ragazzi».

