Il nuovo attacco di Usa e Israele all’Iran (dopo le Midterm)
Gli Stati Uniti hanno informato alcuni paesi arabi del Golfo di prepararsi a un’offensiva militare breve ma intensa contro l’Iran. L’attacco è previsto per il periodo successivo alle elezioni di metà mandato statunitensi. Lo riporta il Wall Street Journal, citando fonti informate sulle discussioni in corso. Ma intanto dopo i risultati delle elezioni in Israele anche Benjamin Netanyahu fa sapere di essere pronto ad attaccare di nuovo Teheran insieme a Donald Trump.
L’attacco degli Usa a Israele dopo le Midterm
Secondo il quotidiano l’esercito americano sta trasferendo una batteria di missili Patriot dal Texas per rafforzare le proprie difese aeree e sta spostando le truppe da basi che potrebbero essere esposte al fuoco iraniano. Si tratta, scrive il giornale, di segnali che indicano come Stati Uniti e Israele si stiano preparando a una nuova fase di scontro con l’Iran. In risposta, la Casa Bianca ha dichiarato che non commenterà «piani militari sensibili, la cui esistenza è tutta da verificare». Sottolineando tuttavia che «il presidente Trump mantiene tutte le opzioni sul tavolo per garantire che l’Iran non possa mai dotarsi di un’arma nucleare». Il premier israeliano ha invece detto che «Israele ha un’opportunità storica, unica, insieme al nostro partner, il presidente Trump, di eliminare per sempre la minaccia esistenziale costituita dall’Iran».
Il presidente
Durante un comizio per le Midterm Trump ha detto che l’Iran «è in guerra contro l’America dal 1979 e ha ucciso moltissimi dei nostri valorosi cittadini… I leader del passato avrebbero dovuto risolvere questo problema molto tempo fa, ma non hanno avuto il coraggio né l’intelligenza per farlo». E ancora: «Qualcuno mi ha chiesto: “Se dovessi rifarlo, attaccheresti l’Iran?”Ho risposto: “Assolutamente sì”. È una delle cose più grandi che abbia mai fatto». Sui negoziati di pace, invece, «Avevamo stabilito una sorta di tregua, che però non mi è mai piaciuta più di tanto».
Ti potrebbe interessare
I costi
Intanto l’esercito statunitense ha speso finora oltre 47 miliardi di dollari per condurre la guerra in Iran, una cifra superiore di oltre il 25% rispetto alla stima formulata dal Dipartimento della Difesa a luglio, secondo dati del Pentagono ottenuti dall’agenzia Reuters. Il Pentagono non ha risposto nell’immediato a una richiesta di commento in merito a tale stima, che non è stata resa pubblica.
La notizia dell’aumento dei costi della guerra in Iran giunge in un momento in cui i Repubblicani sono alle prese con le ripercussioni politiche di un conflitto impopolare, in vista delle elezioni del 3 novembre che determineranno il controllo del Congresso per i prossimi due anni. L’impatto della guerra sui costi globali dell’energia ha indebolito il sostegno ai candidati repubblicani e ha inciso negativamente sui tassi di gradimento del presidente. Il Partito Repubblicano detiene una maggioranza risicata in entrambe le camere del Congresso.
Il prezzo della guerra
L’ultima stima del Pentagono riguarda i costi operativi del conflitto, con una spesa prevista di oltre 29 miliardi di dollari per rimpiazzare le munizioni consumate durante le operazioni belliche.
Sarebbero necessari oltre 6 miliardi di dollari per sostituire le attrezzature militari e le cosiddette «perdite di piattaforme» – categoria che include velivoli, tra cui numerosi droni, andati distrutti nel corso del conflitto.
Trump ha dato il via alla guerra in Iran, congiuntamente a Israele, nel mese di febbraio, prevedendo che il conflitto sarebbe durato poco. La strategia iniziale di Trump nel conflitto contro l’Iran prevedeva, in una prima fase, l’impiego di costosi missili di precisione ad alta tecnologia per colpire le difese iraniane, così da poter utilizzare in seguito munizioni meno onerose, come le bombe a caduta libera (tra cui i kit JDAM lanciati dagli aerei), di cui dispone in grandi quantità.
Il cessate il fuoco
Tuttavia, un cessate il fuoco siglato ad aprile ha concesso all’Iran il tempo di recuperare depositi sotterranei, riattivando alcune difese, oltre a missili e droni che in precedenza non erano accessibili.
Da allora, Trump ha imposto un blocco navale all’Iran, con l’obiettivo di privare il paese dei ricavi derivanti dall’esportazione di petrolio, e ha lasciato aperta la possibilità di riprendere le operazioni di combattimento dopo le elezioni di metà mandato. Funzionari statunitensi, che hanno richiesto l’anonimato, riferiscono che il Pentagono ha predisposto piani per riavviare intensi scontri armati, qualora arrivasse l’ordine in tal senso.
L’ultima stima del Pentagono si confronta con quella formulata a luglio dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth, che quantificava in 37,5 miliardi di dollari il costo della guerra. Sebbene tali cifre includano una serie di costi operativi – dalle operazioni di volo al supporto informatico – le stime dell’esercito statunitense relative a un eventuale conflitto con l’Iran non tenevano adeguatamente conto dell’ingente spesa prevista per riparare i danni subiti dalle basi americane a seguito di attacchi condotti con missili e droni iraniani.

