Stop alla causa di Trump per bloccare i voti in Alaska: il caso dei due candidati omonimi e perché la giudice ha respinto il ricorso
Il dipartimento di Giustizia dell’amministrazione Trump ha perso la battaglia legale per intervenire sul voto in Alaska, dove un caso di omonimia tra due candidati al Senato ha sollevato accuse di possibili interferenze elettorali. Come riporta la Cnn, la giudice distrettuale Sharon Gleason ha respinto il ricorso presentato dal governo federale, che puntava a impedire la certificazione dei risultati in caso di sconfitta del senatore repubblicano Dan Sullivan. Al centro della controversia c’è la presenza di un altro candidato con lo stesso nome, Daniel J. Sullivan, che secondo le accuse sarebbe stato individuato dai democratici per sottrarre consensi all’esponente conservatore, sfruttando la confusione tra gli elettori.
Perché la giudice ha respinto il ricorso
La giudice, nominata dall’ex presidente degli Usa Barack Obama, ha stabilito che il governo federale non ha la legittimazione ad agire per imporre all’Alaska di separare le schede elettorali e che una simile procedura rischierebbe di compromettere la segretezza del voto. Ha poi sottolineato come, alla vigilia delle elezioni, non ci siano più i tempi per introdurre modifiche così rilevanti nelle operazioni elettorali. «Gli Stati Uniti non forniscono alcun piano praticabile su come intendono separare le schede elettorali espresse per Daniel J. Sullivan il giorno delle elezioni e poi condurre un’indagine non specificata, ordinata dal tribunale, su tali schede in modo da preservare la segretezza del voto», ha scritto Gleason nella decisione. La sentenza rappresenta dunque uno stop al tentativo dell’amministrazione Trump di intervenire preventivamente sulla certificazione del risultato elettorale nello Stato.

