Verso le Midterm, Trump e i limiti della democrazia americana: chi può fermare il presidente? Le interviste
A pochi giorni dalle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, sono in molti a chiedersi se il presidente Donald Trump accetterà l’esito del voto in caso di sconfitta dei repubblicani. Uno scenario che appena un decennio fa sarebbe sembrato impensabile, ma che oggi si inserisce nella traiettoria di un’amministrazione segnata da una crescente concentrazione del potere nelle mani del presidente. Fino a sollevare dubbi sulla tenuta stessa della democrazia americana.
«Trump e i suoi – spiega a Open David Super, professore di diritto costituzionale alla Georgetown University – trattano la legge come qualcosa di irrilevante. Anche sulle questioni che avrebbero potuto risolvere legalmente hanno scelto di violare le norme».Un esempio è la decisione di aggiungere il nome di Trump al Kennedy Center for the Performing Arts. «Il nome del centro è stabilito dalla legge. Il presidente non ha alcuna autorità per cambiarlo, eppure l’ha fatto». Ma le conseguenze sono ben più importanti quando si passa a misure come i dazi, imposti secondo Super senza rispettare le procedure previste, o alla guerra contro l’Iran, avviata senza l’autorizzazione del Congresso. «Il presidente dispone di un’autorità limitata per rispondere a minacce di emergenza. Premesso che è difficile considerare la minaccia iraniana un’emergenza, ha comunque superato da molto il periodo entro il quale gli è consentito agire autonomamente».
Una presidenza (quasi) senza limiti
Per Super, l’unicità di Trump sta nella «combinazione tra l’utilizzo di poteri che effettivamente possiede un presidente e la rivendicazione di poteri che invece non ha». Ma come ha potuto agire senza incontrare ostacoli più efficaci? Super lo spiega così: «Il Congresso è controllato dal suo partito e tra i repubblicani non viene consentita alcuna forma significativa di dissenso nei confronti di Trump. Anche quando i parlamentari hanno approvato risoluzioni per fermarlo, non sono riusciti a farle rispettare».
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Gli esempi sono materia di attualità: «La Corte Suprema ha bocciato il tentativo dell’amministrazione di eliminare il diritto di cittadinanza per nascita, ma i team legali del presidente sono al lavoro per aggirare quella decisione. Stesso discorso per la Federal Reserve: la Corte ha stabilito che la governatrice Cook dovesse restare al comando, ma Trump continua a cercare strade per estrometterla», spiega Super.
Se le decisioni della Corte Suprema vengono aggirate, quelle dei giudici federali sono semplicemente ignorate. Secondo Elisabetta Grande, docente di Diritto comparato all’Università del Piemonte Orientale, Trump «in molte occasioni non ha rispettato gli stop dei giudici sulle deportazioni o sugli arresti di immigrati».
La trasformazione del Dipartimento di Giustizia è uno degli esempi più concreti del nuovo corso. «Viene utilizzato da Trump contro i nemici e a favore degli amici», sostiene Grande. Nel solo 2025 oltre 6.400 dipendenti hanno lasciato il Dipartimento, tra licenziamenti, dimissioni e pensionamenti. Trump ha inoltre chiesto pubblicamente all’ex ministra della Giustizia Pam Bondi di perseguire alcuni suoi avversari politici, tra cui l’ex direttore dell’Fbi James Comey e la procuratrice generale di New York Letitia James. Per i sostenitori del presidente si tratta di correggere la politicizzazione della giustizia sotto Biden; per i critici, di smantellare l’autonomia che ha tradizionalmente separato le decisioni dei procuratori dagli interessi della Casa Bianca.
I problemi dell’America non cominciano con Trump
Eppure i problemi dell’America di Trump non cominciano con Trump. Lo spostamento a destra della Corte Suprema – oggi con sei giudici conservatori su nove, di cui tre nominati da Trump – è iniziato ben prima del suo arrivo. Già sotto George W. Bush, la selezione dei giudici passava anche dalla Federalist Society, influente rete di giuristi conservatori. Tra i suoi dirigenti c’era Leonard Leo, che ha contribuito alle nomine di Bush e poi di Trump, costruendo parallelamente una rete di organizzazioni finanziate da alcuni degli americani più ricchi con l’obiettivo di influenzare la giustizia americana.
Trump ha spettacolarizzato il peso del denaro nella politica americana, ma è stato Barack Obama a prendere una delle decisioni che hanno reso le cattive pratiche sistema: «Nel 2008 – racconta Grande – Obama fu il primo candidato a rinunciare ai finanziamenti pubblici per le elezioni generali, perché non voleva sottostare ai limiti di spesa previsti dal sistema e preferiva poter raccogliere liberamente fondi privati. Da allora, tutti i principali candidati alla presidenza hanno seguito la stessa strada».
Due anni dopo, con la sentenza Citizens United, la Corte Suprema stabilì che le aziende potevano finanziare senza limiti le spese elettorali indipendenti, in nome della libertà di espressione. «Ma che cosa significa, per un’azienda, esercitare la libertà di parola? Significa poter spendere denaro», osserva Grande. Una decisione che ha ampliato enormemente lo spazio dei grandi capitali nelle campagne elettorali. Anche il Congresso, che dovrebbe esercitare un controllo sul presidente, risente di debolezze strutturali molto più antiche. Edward Luce, editorialista del Financial Times, sostiene che sotto Trump sia diventato «un semplice organo che ratifica le decisioni dell’amministrazione».
«La verità è che la Costituzione consente a Trump di fare molte delle cose che ha fatto», spiega Elisabetta Grande. È la Costituzione, per esempio, ad attribuire due seggi al Senato a ogni Stato, indipendentemente dalla popolazione. «Il Wyoming, con circa 600 mila abitanti, ha lo stesso peso della California, che ne ha quasi 40 milioni». Anche il Collegio elettorale, attraverso il quale viene scelto il presidente, presenta profonde distorsioni. Secondo Luce, spinge i candidati a concentrarsi su pochi Stati in bilico, trascurando gran parte del Paese. Le sue origini sono legate anche al compromesso raggiunto nel 1787 con gli Stati schiavisti: le persone ridotte in schiavitù, pur senza diritto di voto, venivano conteggiate per tre quinti nel calcolo della rappresentanza, aumentando così il peso politico degli Stati del Sud anche nelle presidenziali. «Quel contesto storico è scomparso, ma il sistema è rimasto. Trump ne ha messo a nudo i limiti», osserva Luce. Ancora oggi il Collegio elettorale può portare alla Casa Bianca un candidato che ha ottenuto meno voti del suo avversario, come accadde a Trump nel 2016. Per Luce, sulle azioni dei singoli ha pesato l’incapacità del sistema americano di adattarsi. «La Costituzione americana non è un salice, non si piega al vento. È una quercia. E a un certo punto finirà per cadere, perché questo sistema non è in grado di adattarsi».
La differenza con le altre amministrazioni
Ma fino a che punto il presidente sta davvero violando le regole? «Credo sia corretto dire che l’amministrazione Trump sta testando i limiti dello Stato di diritto. Ma stabilire se e quando oltrepassi effettivamente quella linea è oggetto di un grande dibattito e di un forte disaccordo», chiarisce a Open Alexandra Natapoff, docente della Harvard Law School.
Secondo la giurista, in alcuni ambiti – e il diritto penale è uno di questi – esisteva già un margine di manovra talmente ampio che un’amministrazione come quella Trump aveva molto spazio da sfruttare. «Semplicemente, le amministrazioni precedenti non avevano l’abitudine di farlo, o meglio non avevano l’abitudine di ammettere di farlo».
In altre parole, i veri limiti talvolta non erano giuridici, ma normativi e culturali. Natapoff cita la grazia concessa da Biden al figlio Hunter: «Si è aperta una crepa nell’edificio delle convenzioni condivise su ciò che poteva e non poteva accadere. E l’amministrazione Trump ha poi fatto passare un carro armato attraverso quella crepa».
Eppure, mentre cresce il timore che Trump stia trasformando la democrazia americana in un’autocrazia, c’è chi vede nelle sue azioni un’applicazione, per quanto estrema, di una teoria costituzionale molto dibattuta negli Stati Uniti: quella dell’«esecutivo unitario», secondo cui il presidente deve poter esercitare il controllo su tutta l’amministrazione federale, comprese le agenzie tradizionalmente indipendenti come quelle che vigilano sulla concorrenza e sui diritti dei lavoratori. Per i sostenitori è un principio democratico: il presidente è eletto dai cittadini e deve poter dirigere funzionari che non rispondono direttamente agli elettori. Per i critici, invece, significa concentrare troppo potere nelle mani di una sola persona.
La questione, dunque, va ben oltre Trump. «Abbiamo attribuito ai presidenti e alle agenzie amministrative poteri enormi, partendo dal presupposto che li avrebbero utilizzati soltanto in situazioni di emergenza», osserva Super. «Ma Trump ha trattato quei poteri come strumenti che può utilizzare in qualsiasi momento, per semplice convenienza». E il precedente rischia di sopravvivere alla sua presidenza.

