La beffa dei pescatori italiani: raccolgono la plastica dal mare, ma rischiano una multa se la portano a terra. Ecco perché
C’è una legge, approvata nel 2022, che in teoria consente ai pescatori di recuperare la plastica finita in mare che resta impigliata nelle loro reti. Nella pratica, però, quella norma non è mai diventata pienamente operativa e ancora oggi le strutture per raccogliere quei rifiuti non ci sono. Il risultato, per quanto paradossale, è che i pescatori che decidono di non rigettare in mare la plastica che finisce nelle loro reti rischiano di essere multati. «La tutela della legge copre il pescatore solo nel tratto che va dalla rete al cassonetto autorizzato. Se quel cassonetto non c’è, qualsiasi sforzo per non rigettare la spazzatura in mare lo espone a rischi legali», spiega a Open Francesco Notari, Chief Sustainability Officer di Ogyre, il primo network globale di Fishing for Litter, impegnata nel recupero di rifiuti marini.
Una legge senza le strutture per applicarla
La legge Salvamare, entrata in vigore nel 2022, era stata pensata proprio per permettere ai pescatori di riportare a terra i rifiuti recuperati accidentalmente durante le attività di pesca, senza essere considerati responsabili della loro gestione. Il problema è che, a quattro anni dall’approvazione, il provvedimento è ancora incompleto. Innanzitutto, per la mancanza dei decreti attuativi, ma anche perché non esiste un’organizzazione capillare per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti nei porti.
Il problema, spiega Ogyre, si presenta soprattutto negli scali più piccoli, dove spesso non esistono isole ecologiche o aree attrezzate per il conferimento. Nei porti più grandi, invece, dove le strutture sono operative, i pescatori riescono a consegnare i rifiuti recuperati durante le uscite in mare. «La realtà cambia radicalmente per la piccola pesca artigianale e per chi sbarca nei porticcioli minori: qui la raccolta si scontra quotidianamente con un vuoto logistico insostenibile», osserva Notari.
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Perché i pescatori rischiano di essere multati
Le difficoltà più grandi per i pescatori si verificano quando un’imbarcazione rientra in porto senza avere a disposizione un punto di raccolta. A questo punto ci sono due cose che possono succedere. Se il pescatore decida di caricare i rifiuti sul proprio mezzo per portarli più vicino alla terraferma, può incorrere in una contestazione per trasporto illecito. Se invece lascia i sacchi sulla banchina in attesa che vengano ritirati, rischia che il gesto venga considerato abbandono incontrollato di rifiuti in un’area demaniale. «Formalmente, la Legge Salvamare ha depenalizzato il recupero dei rifiuti, ma all’atto pratico il rischio di sanzioni si ripresenta non appena manca l’infrastruttura in banchina», spiega Notari.
L’effetto di questo paradosso è che una legge nata per incentivare il recupero dei rifiuti da parte dei pescatori rischia di scoraggiare gli stessi pescatori dal recuperare la plastica e gli altri materiali finiti nelle reti. In alcuni casi, infatti, la soluzione più semplice potrebbe diventare quella di rigettarli in mare prima di arrivare in porto. «Affinché la legge funzioni davvero – insiste Notari – servono interventi molto pragmatici: servono kit operativi a bordo e bilance dedicate sulle banchine, bisogna attrezzare anche i piccoli moli con aree di stoccaggio dei rifiuti, non solo i grandi scali commerciali, è necessario fornire una piattaforma digitale di tracciamento per registrare le quantità recuperate dal mare».

Il lavoro in più per gli equipaggi
Recuperare rifiuti dal mare, peraltro, non è un’attività senza conseguenze per chi lavora a bordo di un peschereccio. I pescatori devono separare manualmente il pesce da bottiglie, sacchi di plastica, reti abbandonate e altri materiali, spesso sporchi di fango o incatramati. Un lavoro che richiede tempo e attenzione, anche per evitare di contaminare il pescato destinato alla vendita. I copertoni, i fusti o i pezzi di ferraglia possono anche squarciare le reti, costringendo gli armatori a comprarne di nuove oppure a ripararle.
A questo si aggiunge il fatto che il lavoro di recupero dei rifiuti non viene generalmente remunerato. La Legge Salvamare, in realtà, prevede alcune misure premiali per incentivare i pescatori a non rigettare in mare la plastica e gli altri materiali che pescano, ma anche queste non sono ancora state definite attraverso i decreti attuativi. «Senza strumenti di bordo, bilance e punti di sbarco garantiti, chiedere a un equipaggio di fare gratuitamente gli spazzini del mare significa condannare una legge sacrosanta a rimanere un’occasione a metà», sottolinea ancora Notari.
Oltre trenta tonnellate di rifiuti recuperate in Italia
Eppure, quando vengono messi nelle condizioni di farlo, i pescatori possono dare un contributo preziosissimo alla pulizia dei mari. Ogyre, per esempio, dichiara di aver recuperato in Italia oltre trenta tonnellate di rifiuti grazie agli equipaggi che partecipano al suo progetto Fishing for Litter. Si tratta soprattutto di piccole imbarcazioni della pesca artigianale che, durante le normali uscite in mare, intercettano materiali finiti accidentalmente nelle reti e scelgono di portarli a terra.
Tra i rifiuti più frequenti ci sono bottigliette e buste di plastica, spesso trasportate verso il mare dai fiumi, dal vento e dalle piogge. Le tipologie, però, cambiano anche in base alle caratteristiche dei territori. In Liguria, per esempio, i pescatori recuperano spesso tubi di grondaie e materiali edili leggeri, mentre in Campania si trovano con maggiore frequenza scarti legati alle attività lavorative, come scarpe antinfortunistiche e cavi di ferro e acciaio, che possono danneggiare le reti. Tutti rifiuti che, se solo ci fossero i giusti strumenti e la giusta organizzazione, potrebbero essere recuperati dal mare.

