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Pollo fritto in alta quota: Kfc sbarca a Cortina e Madonna di Campiglio. Scatta la polemica

06 Novembre 2026 - 20:00 Ettore Ambrosi
kfc
Le opposizioni contro la Lega locale: «Dicono di voler tutelare il territorio ma si piegano alle logiche del consumo di massa». Alpinisti e ambientalisti compatti contro le nuove aperture
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A meno di ventiquattro ore dall’annuncio dell’apertura di due punti vendita a marchio Kfc — uno a Madonna di Campiglio e l’altro a Cortina d’Ampezzo —, il fronte ambientalista e il mondo dell’alpinismo si sono compattati contro lo sbarco del colosso del pollo fritto sulle vette alpine. L’operazione, riporta il Corriere della Sera, nasce da una partnership tra la multinazionale americana e Super G, catena italiana di mountain club nota per gli après-ski, con l’obiettivo di inaugurare due “Quick Service Restaurant” affacciati sulle piste: il primo nella Piana di Nambino, il secondo nel comprensorio di Monte Faloria-Cristallo. Il debutto, calendarizzato per il 5 dicembre, ha subito provocato la reazione durissima di Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness, che al Corriere commenta: «È finita la stagione della polenta con le luganeghe — ora a migliaia di consumatori si offre pollo fritto, musica a tutto volume e voli in elicottero».

Le critiche: la montagna che diverte al posto della montagna che insegna

Alla protesta si unisce Manuela Baldracchi, presidente di Italia Nostra Trento, che critica l’impatto sul paesaggio e chiama in causa le scelte della pubblica amministrazione: «Il nuovo Kfc verrà realizzato a 1.700 metri di altitudine nella stessa area già martoriata, sia sotto l’aspetto paesaggistico che acustico, dalla presenza dell’après-sky gestito dalla Super G. Siamo di fronte allo stravolgimento del modello della “montagna che insegna”, sostituito da quello della “montagna che diverte”. Lo sviluppo della nostra economia non ha bisogno di interventi che annullano la nostra identità e la appiattiscono su modelli standardizzati, nati in contesti urbani». Un cortocircuito che per Baldracchi riflette l’atteggiamento dei decisori pubblici, definiti «sempre pronti ad autorizzare interventi privi di visione e di indirizzi condivisi con la popolazione».

Invita invece a una riflessione sistemica il presidente della Sat (Società degli alpinisti tridentini), Cristian Ferrari: «L’arrivo delle multinazionali del fast food sulle piste da sci può certamente rappresentare un ulteriore passo verso un appiattimento culturale dell’offerta turistica. Nulla contro il pollo fritto, naturalmente, ma siamo sicuri che sia questo il problema di cui dovremmo maggiormente preoccuparci?». Ferrari punta il dito sul paradosso di costruire spa e piscine in alta quota all’interno di strutture storicamente nate per gli escursionisti, con consumi massicci di energia e acqua dopo mesi segnati dalla siccità nei rifugi: «Non si tratta di mettere in discussione l’attività turistica o la libertà d’impresa, ma di chiederci quale modello di sviluppo vogliamo sostenere. Queste proposte non nascono dal nulla: rispondono a una domanda turistica, incontrano un’offerta imprenditoriale e sono rese possibili da scelte amministrative. Un meccanismo che finisce per alimentare sé stesso — trasformando progressivamente la montagna in un luogo dove riproporre modelli di consumo già disponibili altrove».

Le reazioni politiche

Lo scontro ha rapidamente varcato i confini delle associazioni per approdare nelle aule istituzionali. In consiglio provinciale, la consigliera di Casa Autonomia Paola Demagri ha sferrato un attacco frontale: «L’identità trentina viene svenduta al pollo del Kentucky. Quella che stiamo vedendo è la plastica dimostrazione del fallimento della nostra classe dirigente politica. Una giunta provinciale che anche nelle politiche turistiche ha completamente perso di vista quella “trentinità” che tanto sbandiera nei giorni di festa o nei salotti buoni, ma che poi svende alla prima occasione utile». L’esponente d’opposizione chiama in causa la maggioranza leghista: «Dicono di voler tutelare il territorio ma si piegano alle logiche del consumo di massa». A chiudere il cerchio delle reazioni è Alleanza Verdi e Sinistra attraverso Jacopo Zannini, componente del coordinamento provinciale, che sempre sul Corriere spiega: «La scelta è paradigmatica della deriva che sta vivendo il modo di vivere la montagna. Ma il punto non è demonizzare un marchio, ma chiedersi quale futuro vogliamo per le nostre vette». Da Avs evidenziano l’incoerenza rispetto ai riconoscimenti di sostenibilità ottenuti dall’Apt locale.