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Era in carcere per sbaglio, ma il risarcimento non gli arriva per un refuso: per 10 anni vive per strada

04 Novembre 2026 - 23:25 Marco Fedeli
Tribunale di Treviso
L'uomo è finito in carcere nel 2011 in un'indagine antidroga e poi è stato assolto. Nel 2016 gli è stato riconosciuto l'indennizzo per ingiusta detenzione. Ma quei soldi non li ha visti per anni, vivendo da senzatetto in provincia di Treviso
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Trascorre 465 giorni in carcere da innocente. Poi altri dieci anni in attesa di quell’indennizzo per l’ingiusta detenzione da 109 mila euro che la giustizia gli aveva riconosciuto. Il tutto a causa di una lettera di troppo nel nome, un banale errore di trascrizione che ha trasformato un suo diritto sancito dai giudici in un’odissea burocratica. Nel frattempo, come racconta il Corriere della Sera, l’uomo, un nordafricano di 53 anni, è finito a vivere per strada nella provincia di Treviso. Due ingiustizie, una che l’ha portato in carcere e l’altra che gli ha fatto perdere dieci anni di vita.

Perché non ha mai ricevuto l’indennizzo

La vita del 53enne, del resto, non è mai stata semplice. Anni trascorsi tra difficoltà economiche, precarietà e sacrifici, compresi quelli vissuti in Italia da immigrato irregolare. Poi, nel 2011, fu coinvolto in una vasta indagine antidroga coordinata dalla Procura di Venezia. Il suo nome finisce tra quelli degli indagati con l’accusa di essere uno degli spacciatori. Viene mandato nel carcere di Santa Maria Maggiore dove resterà per quindici mesi. Fino a quando il giudice per l’udienza preliminare lo assolve«per non aver commesso il fatto». L’uomo torna in libertà e nel 2016 arriva anche il riconoscimento economico del torto subito. La Corte d’Appello di Venezia stabilisce che ha diritto a 109 mila euro per ingiusta detenzione. Una somma che, per una persona senza casa e senza lavoro, avrebbe potuto rappresentare la possibilità di ricominciare una nuova vita. Tuttavia, la macchina burocratica si inceppa e nei provvedimenti necessari per mandare l’indennizzo il suo nome viene trascritto in maniera sbagliata. Una lettera in più è sufficiente a creare una discrepanza tra i documenti anagrafici e quelli giudiziari e a impedire così che il denaro venga versato sul suo conto corrente.

Cosa gli ha permesso di riceverlo

Senza documenti, senza una casa e senza gli strumenti per districarsi tra istanze e procedure, il cinquantatreenne resta intrappolato nel labirinto della burocrazia. Passano i mesi, poi gli anni. Il risarcimento rimane congelato mentre lui continua a vivere per strada. Qualcosa cambia quando viene indirizzato allo sportello trevigiano di «Avvocato di strada». I legali prendono in mano il fascicolo, ricostruiscono la vicenda e individuano l’ostacolo che per dieci anni ha impedito all’uomo di ottenere quanto gli spettava. «Quando abbiamo letto i documenti non riuscivamo a crederci – racconta al Corriere l’avvocata Isabella Arena -. Il diritto al risarcimento era stato riconosciuto da un giudice ben due lustri fa. Mancava solo che il nome fosse scritto correttamente. Per un errore materiale, che si sarebbe potuto correggere con una semplice istanza, una persona ha perso dieci anni della sua vita».

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