Ultime notizie Delitto di GarlascoHackerLeonardo Del VecchioMidtermUcraina
ATTUALITÀBergamoCalcioGiovaniIncidenti stradali

Rayan Lawaj, morto investito a 14 anni, mentre tornava dagli allenamenti di calcio. I chilometri a piedi e il sogno della nazionale marocchina

07 Novembre 2026 - 15:49 Alba Romano
Rayan Lawaj
Il Corriere della Sera ricostruisce la vita del baby talento di Martinengo, travolto da un'auto a Ghisalba mentre stava camminando a bordo carreggiata. Alla squadra di Trezzo si chiedevano come ogni volta avesse raggiunto il campo
Google Preferred Site

A fare più male adesso sono i dettagli minimi, quelli che lo sguardo fatica ad accettare: un paio di scarpe coi tacchetti posate in un angolo, la maglia della nazionale marocchina piegata nell’armadio, un posto rimasto all’improvviso vuoto sulla panca dello spogliatoio. E poi ci sono i suoi compagni di squadra, costretti a quattordici anni a misurarsi con una parola pesante come «addio».

Rayan Lawaj aveva 14 anni e se n’è andato troppo presto, ma sapeva con lucida certezza quale strada voleva percorrere. Chi lo ha incrociato sul rettangolo verde ripete la stessa frase: viveva di pallone. A quell’età sono in tanti a coltivare la medesima illusione, accesa nei cortili o davanti a una finale vista in tv con una divisa di due taglie troppo grande. E poi la scuola superiore, il registro elettronico, i primi giri in scooter, la prima «cotta» e l’inerzia pesante di uscire di casa per l’allenamento del martedì sera sotto la pioggia battente. Quella stessa strada che lo ha portato alla morte. Il ragazzino è stato investito mortalmente dopo l’allenamento, mentre camminava ai bordi di una strada buia, a Ghisalba.

Oggi il Corriere della Sera ricostruisce quel suo mondo. Il giovanissimo è stato investito lungo la ex strada statale Soncinese con il borsone sulle spalle, di ritorno dal campo verso casa. Una distanza di ventitré chilometri tra il centro sportivo di Trezzo sull’Adda e l’abitazione di Martinengo: l’ultimo chilometro di un sogno prima del drammatico impatto con un’automobile. «Aveva una forza di volontà più grande di chiunque altro abbia visto in tanti anni di calcio», ricorda con commozione al quotidiano Alessandro Sesani, il mister che lo ha guidato alla Uso Zanica. Durante tutta la scorsa stagione, Rayan non ha saltato una sola seduta. Zero assenze. Nemmeno con l’influenza: bisognava quasi «sparargli per farlo stare a casa. L’unica volta che è mancato è stato per una visita medica, di quelle che non si possono spostare». Un ragazzo limpido, solare, frequentatore assiduo del Patronato San Vincenzo: «tra i più educati e gentili che abbia mai allenato». Per lui il pallone non rappresentava una fuga dal quotidiano, ma il modo più autentico per abitare il mondo da protagonista. «Arrivava all’allenamento con la maglia del Marocco», racconta ancora Sesani, perché il suo orizzonte più limpido era indossare, un giorno, quei colori sul palcoscenico internazionale.

Quei tanti chilometri a piedi, per allenarsi ogni giorno

In campo era poliedrico: mezzala, esterno offensivo, trequartista, centravanti. «Lo mettevo dove volevo e lui diceva sempre di sì. Mai un lamento per una sostituzione, mai una parola fuori posto». L’ex direttore sportivo della Uso Zanica, Luigi Campofiorito, uomo di lungo corso nel settore, ne era sicuro: «Quel ragazzino aveva tutti gli ingredienti per arrivare». A Trezzo, dove era approdato a luglio, si era presentato come «un ragazzo normale con grandi prospettive», nelle parole del responsabile del settore giovanile Valerio Colace. E proprio in squadra si erano preoccupati per quei chilometri troppo lunghi. Racconta al Correire il direttore sportivo della Tritium, Giuseppe Pardeo: «Gli avevamo suggerito di trasferirsi in una società più vicina a casa e che l’avremmo aiutato a trovarla, ma non aveva voluto».