Lele Mora ricoverato in Neurologia, il malore sul treno e il «buio totale». Il risveglio in terapia intensiva
Lele Mora si trova al reparto di Neurologia del Policlinico Umberto I di Roma da circa due settimane, per un ictus che lo ha colpito durante una tournée. A raccontarlo è Il Messaggero, che ha incontrato l’ex agente dei Vip in una stanza affollata di parenti in visita, in un letto d’angolo. «Mi hanno strappato alla morte. Se sono ancora qui lo devo solo a Dio», dice a fatica. Accanto a lui ci sono la figlia Diana e don Felice, il sacerdote conosciuto nella comunità Exodus di Don Mazzi, dove Mora aveva prestato servizio dal 2012 dopo l’affidamento in prova disposto dal tribunale di Milano per la condanna scontata per bancarotta. A prendersi cura di lui è lo staff diretto dal professor Giovanni Fabbrini, direttore del dipartimento di Neurologia, e dal professor Francesco Pugliese, direttore del reparto Emergenza e Urgenza.
Cosa è successo prima dell’ictus e quanto durerà la riabilitazione
Mora racconta a Paolo Chiriatti che tutto è successo quando era in scena al Teatro San Filippo de L’Aquila, con il tutto esaurito. Prima di salire sul palco si era sentito male. È andato in scena lo stesso «per rispetto agli spettatori che avevano pagato il biglietto». Il giorno dopo avrebbe dovuto raggiungere la famiglia a Verona passando da Roma, ma sul treno per la Capitale è svenuto. Dopo «il buio totale» è rimasto cinque giorni in terapia intensiva, con un risveglio che definisce «durissimo». I medici, riferisce, lo hanno «letteralmente preso per i capelli» e gli hanno indicato una riabilitazione lunga, di almeno 60 giorni. Considerate le condizioni al momento del ricovero, dice di sentirsi fortunato e ringrazia lo staff, dai medici alle infermiere, per averlo aiutato a sentirsi meno solo.
Il trasferimento a Verona e il sostegno della famiglia
Mora spiega di voler lasciare Roma per stare vicino ai suoi affetti: sta cercando di farsi trasferire a Verona, ma al momento ci sono difficoltà a trovare un posto nel Veneto. In questi giorni i figli Diana e Mirko si sono alternati al suo capezzale, facendo «centinaia di chilometri». Di concerto con la famiglia, racconta, non è stato avvisato nessuno oltre la cerchia più stretta, per questo non si registrano messaggi o telefonate dal mondo dello spettacolo. Definisce questa la prova «più difficile» e, tra le lacrime, dice di voler lottare per i due figli e per i nipoti: «Vivo per loro». Aggiunge che «nella mia vita ho fatto anche del bene, e tanto». L’intervista si chiude con la videochiamata di uno dei nipotini, che Diana mostra al padre sul cellulare: un momento privato in cui l’«uomo che creava le stelle», titolo del suo ultimo spettacolo, si scioglie in lacrime.

