Gio Evan: «Il mio più grande pregio? Saper rinunciare. Per esempio, non voglio i soldi della gente che non mi piace» – L’intervista
Il largo pubblico l’ha conosciuto quando Elisa Isoardi annunciò la fine della relazione con Matteo Salvini utilizzando una passo di un suo romanzo. Poi è arrivato il Festival di Sanremo, le vendite si sono moltiplicate, in generale si è formato il fenomeno Gio Evan. Artista poliedrico, scrittore e poeta, filosofo, umorista, performer, cantautore e artista di strada, difficile da inquadrare se non per l’unicità della sua proposta, sempre fuori dai canoni del mercato, forse la caratteristica che gli ha permesso di conquistare un pubblico molto affezionato a ogni sua uscita. Che sia musicale o teatrale, in questo caso entrambe le cose. Perché Gio Evan, pseudonimo di Giovanni Giancaspro, vastese classe 1988, lo scorso weekend ha proposto il brano Gran lavoro ed è pronto a marzo a portare in giro per l’Italia nei maggiori teatri lo spettacolo Persone luminose.
Immagina di doverti presentare come artista a una persona che non sa chi sei, che parole useresti?
«Pensieroso, se ne dovessi scegliere solo una. Sono uno che pensa, pensa, pensa, pensa, ci ripensa, torna indietro, sporca tutto. Però la cosa a cui tengo di più è il pensiero. A me piace che alla fine di tutto, alla fine della mia vita, ne esca un pensiero distillato, bello. Non voglio morire dicendo “Ma che pensieri brutti che aveva ‘sto ragazzo! Ma che pensieriacci che ha fatto!”. Quindi arrivo a rendere grappa, distillato, il mio pensiero, che sia più raffinato possibile. Da lì in poi non mi interessa quello che succede. A volte succede una canzone, a volte succede un romanzo, a volte succede un monologo, però poco mi importa come voglia uscire, purché esca da me e purché io non abbia a fine giornata partorito dei pensieri che mi possono far dire “Però, che persona brutta che stai diventando Evan!”. Ecco questo: vorrei solo morire tranquillo, diventando una persona carina. L’anno scorso mi hanno definito “pensautore” ed è la cosa più bella che mi abbiano mai detto».
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Effettivamente tocchi un tasto dolente, questo è un periodo in cui il pensiero sembra avere qualche difficoltà, nella musica e anche fuori….
«Sì, sì, assolutamente. Io questo lo sto vedendo ovunque. Abbiamo paura di esporre il nostro pensiero più autentico, perché dal momento che lo sfociamo comunque può compromettere relazioni, può compromettere posizioni di lavoro. È diventato tutto un “non lo dico, perché sennò poi i poteri grandi…”, non lo diciamo perché abbiamo paura di schierarci. Perché ovviamente se ti schieri dividi e quando dividi sai che significa? Che se tu hai un giornale e ti schieri vuol dire che metà dei tuoi lettori li hai persi. Io sono un artista e se mi schiero vuol dire che metà dei biglietti non saranno venduti, ci sarà la metà della gente sotto il mio palco. Ma qua bisogna fermarci e dire che non ne vale la pena».
Cioè?
«Io non voglio tutti sotto il mio palco. Semplicemente, a me la maggior parte delle persone non piace. Perché dovrei desiderare che leggano i miei libri o che ascoltino le mie canzoni o che cantino i miei ritornelli? Io non li voglio proprio. Non voglio i loro soldi, non voglio che facciano fila insieme al mio pubblico. Io amo non amare, da morire, chi non amo. Amo incontrare persone alle quali posso dire: “Guarda grazie, perché non ti devo amare”. Perché è una fatica amare, è una responsabilità immensa trattarti con cura, trattarti con delicatezza, con amorevolezza; e se io posso non amarti, sai quanto lavoro mi togli? Tantissimo. Abbiamo paura di schierarci perché schierandoci si divide il pane e significa che non avremo la baguette tutta per noi. Dato che io sono un piccolo, sono 1,75 x 60 kg, sono magrissimo, ho lo stomaco piccolo, non ho bisogno di tutta la baguette. Quindi a me sta bene mangiare poco».
In Italia non solo si perde pubblico ma c’è anche la cattivissima abitudine di rispondere: “Tu pensa a cantare!”. Come reagisci quando senti quella frase?
«A me non l’hanno mai detto, perché gli mangerei l’anima. Se qualcuno mi dovesse dire una volta “Tu pensa a cantare”, io andrei a casa sua, aspetterei che scende e lo accompagnerai per tutto il giorno, tranquillo, con una delicatezza pazzesca. E ogni volta che dice al dentista “Mi fa male qua”, gli direi “Ma tu pensa a fare l’avvocato!”. Non deve più dire niente, non deve più fare niente, perché lui deve pensare solo a fare il suo lavoro».
Non sarebbe una cattiva idea…
«Noi dobbiamo pensare a fare tutto. Io non capisco perché dovremmo limitarci ad essere una cosa sola. Io non sono solo un cantante, io adesso sto andando via da Milano dopo tre giorni di promo, sto andando a fare il padre che domani c’è la scuola, io non posso essere solo cantante, devo essere anche padre, poi devo essere anche giardiniere, perché l’erba è diventata uno schifo davanti a casa mia. E devo essere anche politico. Ma come faccio a non essere politico se siamo noi quelli che votiamo? Come facciamo a non fare politica se poi ci chiedono però di andare a votare? Se vado a votare vuol dire che sono un politico. Allora io mi dico: ma quando è che abbiamo perso la passione di diventare tutto? Dove cazzo è andata a finire la passione di diventare le altre cose, di entrare nelle vite degli altri, di prendersi le responsabilità? Mi fanno piangere le persone che dicono “Smettila di fare politica, fai il cantante”, ma vattene affanculo».
A proposito di Gran lavoro, tu scrivi che “racconta la tenacia di chi insiste e la determinazione di seguire una visione”. Mi chiedevo quale fosse la tua visione come uomo e come artista.
«La mia parte artista va molto d’accordo con la parte umana, la pensiamo sempre uguale, quindi mi trovo bene sia con me stesso che con l’altro me stesso. Io a un certo punto mi sono accorto che non me ne fregava, che la mia musica, il mio romanzo, il mio teatro, non avevano traguardi. Vedo e ammiro tanti miei colleghi che sfondano classifiche, che stravendono, che esultano con queste copertine patinate di vittorie. Io mi sono accorto che la mia gioia era in una lenta passeggiata. Mentre leggevo “Abbiamo ottenuto”, “Abbiamo raggiunto”, “Abbiamo fatto”… pensavo: “Io non voglio fare forse, forse la mia gioia sta nel non farlo”. A me piace camminare e se mi accorgessi che il mio percorso poco più avanti dovesse intravedere un traguardo, io lo eviterei. Non me ne frega niente di arrivare, non voglio tenere, non voglio raggiungere, non voglio dimostrare. Io ogni mattina mi sveglio con delle lacrime di gratitudine per il mestiere che faccio e che amo e per un pubblico stupendo. A me piace il concetto, mi piace il pensiero e quindi voglio semplicemente canticchiare il mio pensiero, canticchiare una rivoluzione così rachitica, una rivoluzione così gentile, che passerà inosservata. Però non mi importa niente. Vorrei morire dicendo che comunque quel piccolo ragazzo ha fatto una minuscola rivoluzione, trascurabile, nessuno l’ha vista, nessuno l’ha notata, nessuno gli ha dato una mano, però è rimasto fedele. Voglio che il mio percorso non abbia un traguardo, perché per arrivare ai traguardi, per trasformare la vita in un traguardo, devi scendere a compromessi. Non mi interessa. Io ho vissuto dieci anni super povero, ho vissuto tre anni in Amazzonia mangiando scarafaggi, ma figurati se adesso vengo in Italia e mi ammalia la pubblicità. Ma va! Mi diverto e basta, perché Dio mi ha dato l’occasione di poter fare un mestiere meraviglioso e io lo faccio con le mie forze, in grande solitudine, con pochi amici e mi godo questo percorso qua».
Si tratta di un brano che parla della costruzione dei risultati e non dei risultati. Quali sono quelli dei quali vai più orgoglioso guardandoti alle spalle?
«La possibilità di passeggiare e fare il tuo lavoro. Uno dei pochi pregi che mi riconosco è che io sono un “controego”. Odio esultarmi, odio che in qualsiasi cosa possa riscontrarsi vanità. Però, ecco, se dovessi proprio estrapolare una capacità che mi piace di me: sono molto bravo a farne a meno. Il discernimento. Perché il discernimento, il saper fare a meno delle cose, ti rende meno corruttibile. Non puoi in nessun modo corrompermi. E io lo vedo che nel nostro mestiere un po’ c’è questa cosa, con email, con telefonate, con gente che ti chiama e ti dice “Ma perché non firmi con me? Ma perché non sono io il tuo manager? Dai faremo questo! Puoi fare questa pubblicità! Ecco, avere la forza di dire “no”, “no”, “no”, “no” ovviamente ti porta a rinunciare a un botto di soldi, sei invitato a meno feste, perché poi dicono “Ma tanto Gio Evan non lo farebbe, non verrebbe, e quindi ti chiudono un po’ di porte in faccia”. Ma questa qua è la mia forza, una delle forze che reputo belle in me, non vado in giro a bussare alle porte facendo in modo che gli altri le chiudano, perché non mi interessa scendere a compromessi. Questo è il mio lavoro: saper dire “no”».
Quale è stato il più grande “no” che ti sei trovato a dare?
«Dire alle persone con le quali lavoravo, i grandi capi delle major, che non sarei mai andato a vivere a Milano, che non avrei mai partecipato a quella forma di vita, che sarei rimasto a vivere in montagna, da me. Io ai tempi avevo firmato con Universal e Mondadori, quindi dovevo essere a Milano, c’era Sanremo, c’erano tante cose in ballo. Dire questi tipi di “no”, come quando ti dicono “Questa musica falla così” e tu dici “no”, rende la pelle dura, però ovviamente ti esclude da tanti giochi».
Il tuo spettacolo si intitola Persone luminose: mi dai una definizione di persona luminosa?
«Le persone luminose nella mia vita sono quelle persone che, anche se non fanno niente, comunque emanano, cioè sono quelle persone che entrano e cambiano l’atmosfera. A me ne hanno parlato molto di Lucio Dalla, il mio tastierista ha suonato con lui (mi dispiace tantissimo che adesso suona con me!), e mi dice sempre che quando entrava Lucio Dalla in studio “noi ce ne accorgevamo anche se eravamo di spalle”. Ecco, ci sono queste persone qua, in un periodo in cui si parla molto di vampirismo, in un Occidente abituato alla lamentela, io ho scritto uno spettacolo sul bene, sul bello, sull’elogio, sulla consolazione, sul complimento. Il complimento, che è una cosa che stiamo veramente perdendo. La persona luminosa è quella che ha scelto quella prospettiva lì, quella del complimento, del bene, del sano, della guarigione. È una persona da salvaguardare».
Cioè, questo spettacolo è stato anche pensato in relazione al fatto che di persone luminose ce ne sono sempre di meno, di quante persone anzi risultano piuttosto oscure…?
«Io ho scoperto che le persone belle, quelle buone, ormai si nascondono. Perché è così feroce il mondo, che si allontanano, tornano in periferia e aprono fattorie didattiche. I buoni stanno costruendo mondi paralleli, nascosti, reconditi, si rannicchiano in angoli dove non cade più l’occhio. Perché l’attualità fa casino, perde acqua da tutte le parti. Invece le persone brutte, le persone buio pesto, quelle hanno un ego così grande che devono mostrarsi, devono farsi vedere, hanno bisogno della camera a favore, hanno bisogno di lanciare dichiarazioni di odio, perché non vivono se non di hype. Ma alla meraviglia non serve l’hype».
Possiamo dire che cose come la metropoli, la visibilità, i soldi, il successo, non sono la soluzione, non sono la risposta, oggi?
«No, non sono la risposta, ma non lo sono mai stati la risposta, perché comunque è sempre stato il poco la risposta. La rincorsa al successo, alla fama e ai soldi ha sempre fatto dei danni. Un Gandhi miliardario non esiste. Gesù quanto fatturava? La meraviglia nasce dal poco. Noi non studiamo la povertà, non è una materia didattica, normale che se non fai affezionare il giovane alla povertà, scapperà e la penserà come una malattia. Perché? Perché la povertà è brutta, viene giudicata, è sinonimo di fallimento e solo se sei ricco allora meriti ascolto e valore. Invece dobbiamo ritornare al proletariato, tornare a parlare con gli operai, nelle fabbriche, entrare lì e ricostruire tutto».
Sembra il programma che la sinistra italiana ha rinunciato a mettere in pratica…
«La sinistra intanto dovrebbe ritornare a fare la sinistra, abbiamo bisogno della sinistra. E sì, sarebbe ora che si ritornasse, che si ripartisse perlomeno da qui, da questi punti delicati. Sembra che nessuno li voglia più toccare ormai questi punti, perché fanno paura ovviamente, perché c’è così tanto lavoro da fare, in città, nelle periferie vere, nei centri, nelle famiglie…e i nostri politici non sanno dove mettere le mani».
A questo proposito, durante il Covid mi colpì molto quando Conte vi definì “Quelli che ci fanno tanto divertire…” riducendo il ruolo dell’artista a quello dell’intrattenitore. Oggi in che modo senti che è percepita la cultura in Italia?
«La cultura italiana sta sopravvivendo solo grazie ai nuovi giovani, deve tanto alla nostra generazione, i Millenial, e alla Gen Z. Perché la stiamo salvando, io me ne accorgo andando in giro, spostandomi dai club ai teatri, e sono solo i giovani che stanno lottando per la cultura. Ci stanno togliendo tutto, ci stanno togliendo i luoghi per farla e se tu togli i luoghi alla cultura, la cultura muore, perché la cultura ha bisogno della piazza, ha bisogno del teatro, ha bisogno del piccolo cinema, ha bisogno del club. E sappiamo quanti club hanno chiuso dal Covid in poi, no? Cioè adesso o fai lo stadio o sei fuori dai coglioni. Mi viene da piangere perché in questo senso vedo che i grandi, i nostri papà, ci hanno abbandonato, non hanno difeso l’arte per noi e ora ci ritroviamo senza fondi, senza luoghi e noi siamo gli ultimi che abbiamo capito che non possiamo farne a meno. Perché l’arte è un bene primario, non è uno scherzo, se a noi ci togli la musica, il teatro, l’arte, la pittura, la poesia, noi moriamo, moriamo veramente, proprio fisicamente».
A questo proposito mi ha fatto riflettere che nei disordini di questo periodo mancasse sempre l’elemento musicale. Molti artisti si sono esposti, rischiando, come dici tu, ma poi per le strade si sentivano solo bombe, neanche Bella ciao, che ormai viene rispolverata anche a sproposito…è un segnale strano, non trovi?
«Io mi allaccio a una cosa che aveva detto Fibra un po’ di tempo fa: “Mi meraviglia solo che lo stiano facendo adesso”, e anch’io ho avuto questo pensiero. È vero: sta succedendo adesso, ma poteva succedere benissimo tanti anni fa, come in Francia risuccede continuamente. Il punto è: cosa pretendiamo veramente? Che i giovani non siano pieni di rabbia? Cosa ci aspettiamo? Che nessuno sbrocchi? Io sono con quelle migliaia e migliaia di persone che sono state in silenzio, in pace e pacifiche, io sono da quella parte là, ovviamente poi i media e la stampa e le telecamere riprendono le vetrine rotte, però a rompere le vetrine erano mille. Poi ci sono anche quelli che stanno in silenzio a piangere, che stanno in Calabria a bloccare le strade; parliamo anche di questo, parliamo anche della delicatezza, quella lì disperata. Poi possiamo, dobbiamo, anche parlare della rabbia di questi giovani, che se li vai a prendere uno ad uno sai che ti dicono? Che si sentono soli, che gli abbiamo fottuto non il futuro, il presente, gli abbiamo rubato tutto, non riescono a campare. Le persone non vivono, non vivono proprio, perché con quelle poche centinaia di euro che prendono per fare degli stage non ci vivi. Ci sono miliardi di forme di violenza che subisce la famiglia italiana, la vetrina non è una forma di violenza, è un sintomo, il tuo popolo, che devi amare e difendere, ti sta dicendo che sta male, che quello che tu gli stai dando non funziona, c’è un effetto collaterale e quindi bisogna proprio scendere in strada, ascoltare bene e smettere di investire su una politica che fa solo gli affari propri».
È come se volessero manganellare un mal di pancia…
«Esattamente, è come se hai mal di pancia e per fartelo passare ti do una manganellata in testa, così poi ti fa male la testa, “Però – dici – non gli fa male più la pancia”, “Grazie al cazzo! Mi hai spaccato la testa!”».
Cosa ti piacerebbe che restasse del tuo lavoro, in chi assiste a un tuo spettacolo, legge un tuo libro o ascolta un tuo pezzo?
« Vorrei che rimanesse in realtà quello che sta succedendo. Tempo fa, quando abbiamo iniziato questo percorso artistico, abbiamo fatto caso che c’era tanta spiritualità dentro, che comunque per me è imprescindibile. Mi piace che quando la gente viene a vedere un nostro spettacolo se ne va via poi con la voglia di riprendere un po’ la vita in mano, di riconsiderare, di rivalorizzare, di rivalutare. Io mi reputo un po’ un riabilitatore d’incanto, cioè ricordo alle persone che tutto è bello, perché guarda che è veramente tutto bello, siamo vivi, c’è una preziosità nella vita che noi non ce ne rendiamo conto. Perché tutto il mondo ti dice che devi andare veloce, dallo scroll all’acquisto, metti subito nel carrello, finisci le tue compere, lavora, saluta e sparisci. In realtà c’è una lentezza preziosa che penso che noi stiamo portando avanti e della quale il nostro pubblico sicuramente ha bisogno. Siamo un po’ i lemmoni, io e il mio team siamo quelli che sembrano lentissimi, che gli dai gli schiaffi dietro il collo “Eh dai! Svegliati!”, bullizzati da tutto il sistema. Però è molto divertente, perché poi chi decide di fare due passi con noi nella calma dice “Ah però, ma si può arrivare anche così pianissimo”».

