Il ritorno di Lucio Corsi: «Perché sono piaciuto agli italiani? Perché a Sanremo sono rimasto me stesso» – L’intervista
Una delle più attese uscite discografiche italiane del weekend è certamente Napoleone Buonanotte, nuovo singolo di Lucio Corsi. Nuovo fino a un certo punto, il brano infatti, come spesso ama fare il cantautore toscano, è già stato presentato al pubblico in versione live. Si tratta di un brano, lavorato ancora una volta con il fido Tommaso Ottomano, che si può considerare parte integrante della proposta artistica di Lucio Corsi, che ci riporta alle atmosfere tipiche del nostro, un mondo surreale, sospeso, fiabesco, metafora per la narrativa, spesso ironica, di un sentimentalismo al contrario molto concreto. Un ritorno assai atteso quello di Corsi che a stretto giro calcherà i palchi di tre importanti Palasport italiani: 27 novembre Nelson Mandela Forum di Firenze, 5 dicembre Palazzo dello Sport di Roma e 11 dicembre Unipol Forum di Milano.
Quanto sta influendo sulle nuove canzoni il cambio di status del progetto Lucio Corsi? Ti senti addosso la responsabilità di parlare a un pubblico che si è moltiplicato?
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«Secondo me non deve essere così e non penso che possa accadere, perché la mia vita non è cambiata di tanto, sono sempre circondato dalle stesse persone alle quali voglio bene e in cui credo e che ammiro artisticamente, da Francis a Tommaso ai ragazzi della mia band. La mia vita dopo Sanremo non è cambiata, già prima uscivo poco, oggi esco poco uguale e ho loro intorno, perciò il fulcro è sempre quello e di sicuro quando scrivo non penso al fatto che debba intercettare i gusti di più tipologie di orecchie, sarebbe un errore, deve prima di tutto soddisfare le mie di orecchie».
Fin da subito tu c’hai tenuto a precisare quanto fosse importante la tua bolla, è stato difficile proteggerla dopo il boom a Sanremo?
«La cosa che secondo me ha funzionato di più e che magari ha portato a questa riflessione è il fatto di averlo fatto senza difficoltà. Noi siamo andati a Sanremo come eravamo noi a casa, con lo stesso spirito, ovviamente tenendo fortemente a fare delle cose belle, però in maniera naturale, vivendola come abbiamo vissuto fino a quel momento i live, i concerti, perché quello alla fine è un concerto, è un pezzo che proponi dal vivo in un teatro e noi siamo andati lì con lo stesso spirito. Secondo me è quella la chiave. Senza paragonarmi ai mostri sacri che adoro, però se vedi Rino, Vasco, Dalla, ci sono passati essendo loro stessi, sempre in quel contesto, senza cambiare di una virgola proprio, e quello è un insegnamento, no? Allora dici: “Cavolo, allora c’è un modo, c’è la possibilità di andare in televisione rimanendo con il corpo che ha uno spazio suo, senza appiattirsi nello schermo”».
Ora che il cerchio con quell’esplosione mainstream si è chiuso con un disco e un tour di successo, ti sei fermato a chiederti cosa è piaciuto così tanto di Lucio Corsi?
«Non lo so, io spero le parole delle canzoni, il modo in cui le pronuncio, e poi, come dicevo prima, non modificarsi in base al contesto. Anche a me, da spettatore, pesavano determinate cose della televisione, determinate pose e patine che ci sono e che uno indossa e che uno mette tra sé il pubblico. Mi ero proprio rotto le scatole di quella cosa, anche perché poi, vivendo in tour da tanti anni, avendo fatto tanti tour sgangherati con i ragazzi, come è giusto che sia, ho anche sviluppato un tipo di approccio alla musica, a tener salde le cose importanti, che sono le canzoni, essere se stessi fino in fondo sul palcoscenico, e andava solo portato lì quel tipo di approccio alla canzone. E anche poi l’idea di musica, il valore degli strumenti musicali, le loro forme, il loro fascino, sono cose che si vedono poco adesso in giro, io però ci sono cresciuto, così come i miei amici, affascinato dalle forme delle chitarre e dal fatto che alcuni artisti avevano quel tipo specifico di strumento, sono tutte cose sulle quali va messa ancora la luce sopra».
Il tuo universo musicale, secondo me, in un momento di forti scontri sociali come quelli che stiamo vivendo, è davvero d’ispirazione, come sempre lo dovrebbe essere la musica. Eppure mi sembra che questi disordini non abbiano una colonna sonora…
«Pensa a quanto sono abili gli strumenti a starsene zitti. Ci sono dei momenti in cui il silenzio è fondamentale e gli strumenti me l’hanno sempre insegnato. Guarda una chitarra, se non la tocchi sta zitta per anni. Un pianoforte è uguale. È così, è vero, però c’è anche tanta musica nell’energia che hanno quei ragazzi in piazza che lottano pacificamente per il loro futuro, per il mondo e per quello che verrà. E lì non c’è bisogno di canzoni, sono già musica per gli occhi».

