Eugenio in Via Di Gioia: «Siamo cresciuti, qualcuno è persino diventato papà. Con questo disco proviamo ad andare all’essenziale» – L’intervista
Il nuovo EP degli Eugenio in Via Di Gioia si intitola N OI come “Noi”, inteso come band, e forse non a caso si tratta del disco più intimo, pieno di ballad, in cui il sentimentalismo prende il sopravvento a tal punto da far passare in secondo piano la scrittura sempre quadrata e solare, una lettura che potrebbe anche far intendere che N OI potrebbe voler dire tutti noi, come italiani, vedi il singolo Ciao bella Italia, in cui il Paese, con il solito garbo, viene sbugiardato in tutte le proprie sciocche incongruenze. Qualcuno ha anche pensato che si potesse trattare di un numero, 01, quindi una nuova ripartenza per il gruppo che in Italia, più e meglio di tutti, è riuscito a costruire una community insieme al proprio pubblico e tutti i membri sono pronti, come artisti e come uomini, alle prossime sfide della vita, da affrontare con una consapevolezza del tutto diversa. La band torinese quest’anno sarà in tour nei maggiori club italiani, il 5 maggio poi salirà per la prima volta sul palco dell’Unipol Forum di Assago per il concerto evento Tutti dentro.
In che punto del vostro percorso arriva questo EP?
«Non arriva oggi, arriva un anno e mezzo fa, perché le canzoni ci mettono un po’ a maturare. Quindi quando nascono i nostri figli, quando raggiungiamo una maturità che diventa anche qualcosa in più che una maturità, forse è più un passaggio a un’altra vita. Tante delle nostre canzoni di N.OI hanno questo elemento dell’incontro generazionale. Mi viene in mente Ci manchiamo da una vita, mi viene in mente Come si fa. Se vogliamo anche in Ciao bella Italia c’è l’incontro tra due mondi».
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Avete citato il titolo, letto superficialmente sembra si riferisca a qualcosa di intimo, in realtà il messaggio è assai più universale. Me lo spiegate?
«Noi ci siamo aperti a diverse possibili interpretazioni, che sono quelle delle persone a noi vicine, la nostra famiglia, i nostri amici, la discografica. La verità è che noi vogliamo sospendere per un attimo la voglia di dare una definizione a qualsiasi cosa ci compaia, che è un po’ ciò che soffriamo della società di oggi, che tende a voler definire ogni singolo pixel, ogni singolo frame di un film. Cioè, noi ci troviamo a guardare un frame e non dobbiamo per forza definirlo, anzi, definirlo vorrebbe tradirne veramente il suo significato. Forse è troppo presto per provare a dare una definizione, un significato, a quello che stiamo vivendo. Questa è un po’ la provocazione, la cosa interessante, che le interpretazioni raccontano più di noi, cioè di chi interpreta, che dell’immagine in sé, ed è forse anche un po’ quello che succede veramente ogni giorno, con le notizie che si susseguono, con i frame che vediamo».
Molti hanno interpretato quel “OI” come “01”, quindi come se fosse il disco di una nuova rinascita…
«Diciamo che, in generale, noi cerchiamo di ripartire ogni volta da capo, perché dove c’è una ripartenza vuol dire che c’è un’esplorazione, si va oltre un confine, quindi, quando non arriva, ci dispiace. Ce ne accorgiamo di solito a posteriori, perché quando si è dentro il flusso è veramente complesso riuscire a definirsi. Il disco in cui questa cosa avviene di più è Natura viva, che è ad oggi quello che ha avuto maggiore impatto per le nostre vite; ci affacciavamo a un mondo di musica elettronica, organica, dove prendevamo le cose, le rompevamo, le distruggevamo, ci piaceva trasformare la musica folk, cantautorale, da cui partivamo, un po’ come hanno fatto anche Bon Iver o James Blake. Oggi, invece, quello che stiamo facendo è un po’ il contrario, invece di andare a sporcare ulteriormente, proviamo a ripulirci andando all’essenziale, quella che forse è la cosa più difficile da fare. Invece di andare nel dionisiaco, che ormai abbiamo conosciuto ampiamente nel consumo, nel distruggere, nel fare della spontaneità il nostro marchio di fabbrica, provare, invece, ad andare verso l’apollineo, quindi, non il minimale, ma la pulizia, l’ordine e la bellezza della cura».
Nel disco ci sono diverse ballad: è una cosa studiata, oppure ve ne siete resi conto una volta finito?
«Siamo un po’ più emotivi in questo periodo, perché ci sentiamo veramente in una specie di nuovo inizio. Siamo un po’ più consapevoli di un sacco di cose, sono arrivati anche due bimbi da due papà e secondo me questa cosa aiuta a dare sicurezza. Tipo non correre e avere ansia per cose che poi sono veramente effimere, inutili, e concentrarsi sull’ottimizzare le cose a cui dare valore. La razionalità nella nostra vita, non dico che abbia fallito, ma ha un po’ esaurito la sua esplorazione, il linguaggio logico che porta da A a B ha un suo valore, il “cogito ergo sum” cartesiano ha un suo valore, ma le emozioni hanno una trasversalità e una potenza che non ha paragoni e mi spiace essermene accorto a 35 anni. L’idea di cantare canzoni d’amore, che apparentemente sono superficiali ma sono invece estremamente essenziali, è forse la chiave per scrivere canzoni pop, nel senso più bello del termine, ovvero canzoni per tutti. È chiaro che è particolare questa frase detta da chi ha passato la vita a incasellare ogni singola parola perché dal punto di vista logico e razionale funzionasse. Poi mi sono accorto che ciò che funziona non è detto che sia la cosa giusta, proprio perché a un certo punto si diventa genitori e ti accorgi che non c’è sempre da fare la cosa giusta, bisogna essere d’esempio, non bisogna cercare di dire cosa fare a se stessi o all’altro ma bisogna essere la persona giusta. E le emozioni raccontano chi sei, non cosa vuoi dimostrare. Questo non significa che faremo solo ballad, anzi, possiamo saltare da un linguaggio all’altro e questo è interessante».
Voi siete riusciti negli anni come pochi a creare attorno alla vostra musica una comunità di persone, è un elemento che incide quando avete tra le mani nuova musica? Vi chiedete come verrà accolto dai vostri fan?
«Non quando si scrive, più quando si deve poi raccontare quello che si è vissuto, perché poi alla fine i dischi sono dei racconti di qualcosa che si vive, si sta vivendo o si è vissuto. La scrittura è proprio il momento più libero, più anarchico, che c’è. Non c’è proprio neanche la necessità di raccontarsi paradossalmente, è proprio più un far fluire quello che sta succedendo».
Il brano che forse si distacca di più da questo EP e un po’ da quasi tutta la vostra produzione è Ciao bella Italia…
«Sì, la necessità di farlo uscire è arrivata dal fatto che lo avevamo in cassetto da tanto tempo, è un brano che ci piaceva tanto e non vedevamo l’ora di farlo uscire. Però, sai quando hai qualcosa che ritieni importante, bello, tipo la tua maglietta preferita che non metti mai perché dici “non è ancora l’occasione, non è ancora l’occasione”? A un certo punto finisce che usi soprattutto le altre che ti piacciono meno e quella non la usi mai. Ecco, Ciao bella Italia è stata per quattro anni la nostra canzone preferita che non mettevamo perché pensavamo non fosse ancora il momento giusto. A un certo punto ci siamo guardati e ci siamo detti “Se ancora non è il momento giusto questi bambini diventano grandi e non lo sarà mai. Facciamola uscire!”».
Il pezzo, tra l’elemento coro e la critica sociale nella quale vengono bilanciati pregi e difetti del nostro Paese, si mette sulla scia di diversi altri brani di questo tipo…
«È vero, si colloca sicuramente all’interno di un quadro già ricco di artisti che hanno provato a raccontare l’Italia. Probabilmente questa cosa arriva a un certo punto nel corso della vita di un artista, anche perché, girando tanto l’Italia in tour, si è costantemente a contatto con i cliché della bellezza e della bruttura del Paese e quindi automaticamente questa cosa emerge. A un certo punto è arrivata anche a noi questa ondata di voglia di scrivere di quello che stavamo vedendo, sarà stata deformazione professionale».
Quando l’ho ascoltata prima dell’intervista ho pensato: “Questa a Sanremo spaccherebbe”…
«Quando tu hai in mano una canzone del genere è chiaro che la prima cosa che pensi è “Caspita, sarebbe perfetta, proprio perché ha un respiro ampissimo. Pensa che bello cantarla in televisione, al di là di Sanremo”. Poi è ovvio che a Sanremo ci pensi, infatti uno dei motivi per cui ce l’avevamo lì nel cassetto da tanto tempo è perché abbiamo pensato che il giorno in cui andremo a Sanremo ci andremo con questa. Io non ti nego che mi piacerebbe vedere Ciao bella Italia cantata in televisione, cantata in un contesto come l’Eurovision, come Sanremo, come il Festivalbar. Chissà se un giorno succederà. Sarebbe stupendo, sarebbe meraviglioso».
State diventando la band che volevate diventare quando vi siete messi insieme?
«Io ti dico una cosa che ho pensato quando abbiamo iniziato e che a posteriori penso che sono proprio un cretino, perché poi alla fine si sta verificando e non so se sono così convinto sia la scelta giusta, ma mi sono sempre detto: “Spero di non avere successo immediato. Spero che le cose arrivino gradualmente per potermele godere dall’inizio alla fine”. Crescere gradualmente crediamo sia una delle fortune più grandi che un qualsiasi artista, non solo una band, possa auspicarsi. Perché è facile cadere nel tranello del rimanere folgorati, quando hai un successo immediato è come se ti dessero una Ferrari. Però quella Ferrari magari tu non sei ancora in grado di guidarla da neopatentato, e allora io mi sono sempre detto “Prima della Ferrari vorrei un monopattino, poi una bicicletta, poi eventualmente un motorino, poi una pandina e poi dopo la Ferrari”».
Come vi state preparando al vostro evento al Forum?
«Paolo va in palestra, Eugenio va a correre e fa addirittura kickboxing, Lorenzo fa flessioni a casa, un altro in piscina. Tutto solo per il Forum, dopo il Forum però basta. Poi ci sarà il tour invernale e la cosa bella del tour invernale è che ogni data sarà diversa probabilmente, anche con canzoni diverse».
Cosa vi piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«Un sorriso. Un sorrisino. Anche un po’ malinconico».

