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Fibra, Neffa e il loro disco «contro quello che l’industria discografica ha fatto al rap»

26 Ottobre 2026 - 14:36 Gabriele Fazio
Fibra, Neffa e il loro disco «contro quello che l’industria discografica ha fatto al rap»
Il disco è stato difeso dai due rapper nella sua integrità, la major ha provato ad intervenire direzionandolo verso i nuovi trend del mercato, prima di tutto chiedendo una riduzione dei brani, ma i due hanno rifiutato
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Si intitola Zarathustra Style e rischia di essere un disco che segna un importante checkpoint nella storia del rap italiano. Non solo perché è un’opera che mette insieme due personaggi fondamentali della scena italiana ma soprattutto perché quei personaggi, Fabri Fibra e Neffa, che non hanno bisogno di troppe presentazioni, hanno operato delle scelte che non facciamo fatica a considerare rivoluzionarie. Niente feat., niente hit, 23 pezzi, un oceano di musica considerando i recinti imposti dall’attuale mercato. Frutto del lavoro, probabilmente con la Numero Uno di Sara Potente, discografica illuminata che, come pochi in Italia, riesce a leggere le esigenze artistiche più pure. Ad ogni modo Fibra e Neffa hanno ormai raggiunto uno status per cui possono anche volare serenamente più in alto del mercato e così hanno fatto. Hanno lottato con la major per la propria libertà e ne è venuto fuori un album meraviglioso, intenso, sganciato da qualsiasi sciocco trend, in cui tra i due rapper è scattato un corto circuito artistico illuminante.

Qual è stata la scintilla che ha fatto scattare questo disco?

FF: «La fortuna di avere Neffa a Milano, nello stesso quartiere. Ho pensato: “è qui, ora o mai più, facciamo un disco”. Abbiamo iniziato a confrontarci musicalmente, c’erano tantissime idee che aspettavano di essere espresse, appena abbiamo trovato le strumentali giuste siamo partiti. Questo disco era una missione».

N: «Firmo in calce».

Effettivamente, ascoltando il disco, credo che la missione, a parte il disco, fosse quello che voi volevate dire e dimostrare col disco. Che si può comporre un album lungo, senza featuring, senza hit costruite ad hoc…

N: «Secondo me eravamo in missione per scavare dentro di noi. Noi non riusciamo a fare la musica se non è vissuta profondamente. Non ci siamo mai dati un canone, perché il canone era già quello che stava succedendo, l’energia con cui ci siamo incontrati. Quindi, ti dico la verità, di questo disco non se n’è parlato in termini di progetto, se non dopo molti mesi, la prima parte della lavorazione è stata assolutamente e puramente creativa e su questo eravamo sintonizzati. I miei beat già dicevano a Fabri delle cose, tendeva a scegliere spesso cose un po’ over the edge, un po’ sperimentali, su cui poi in realtà puoi fare la differenza con il flow su certi suoni. Avevamo voglia di misurarci con questo, credo».

FF: «Quando avevamo già cinque o sei pezzi era certo che stava venendo fuori qualcosa. A quel punto ci siamo proprio dati delle regole: il disco lo facciamo tutto noi, senza ospiti, lo produce tutto Neffa, perché il sound deve essere unico, e andiamo avanti finché non abbiamo più nulla da dire. Ci siamo veramente divertiti a farlo, però volevamo anche affrontare dei temi che sono molto nello spirito del rap. Noi abbiamo fatto tanti dischi che sono andati nella direzione delle classifiche, delle radio, del consenso, della critica. A questo giro volevamo fare un disco radicale e contro. Contro quello che l’industria discografica ha fatto al rap, quello contro le nostre insicurezze, contro il tempo che passa. È un disco di scontri e dallo scontro nasce sempre un’energia, infatti si sente una bella energia nel disco, una bella atmosfera. E poi c’è veramente tanta musica perché Neffa è un produttore che, io l’ho sempre detto, ha un approccio intellettuale e spirituale alla produzione. Quando fa la musica, lui poi te la spiega, te la racconta, te la introduce in una maniera quasi letteraria, come se stesse parlando di un libro, di un film».

Neffa, come hai fatto a scegliere come dovesse suonare questo disco?

N: «Nella mia produzione c’è tantissima sperimentazione. Se io ho un microfono acceso e succede qualcosa e quella cosa sta bene nel pezzo, io ce la metto. Tra tutti i produttori che ho visto lavorare, devo dirtelo a mio discapito, sono uno di quelli che pensa meno che io abbia mai visto. Io parto in freestyle totale anche quando produco. Potevo farla più fighetta, lo so benissimo, però ad un certo punto ho visto che Fabrizio amava lo sporco quanto l’amavo io. Sapevamo, senza dircelo, che volevamo sporcare un po’ tutto. Così tutto qua è sporco e penso che questo definisca un canone estetico, nella misura in cui però non ce lo siamo mai detto finché non l’abbiamo visto. Io le cose le capisco quando faccio le interviste».

Nella mia recensione al disco ho scritto che sembra un lavoro a parte, che non c’entra niente né con le ultime produzioni di Fibra, né con il ritorno di Neffa con Canerandagio e nemmeno in realtà con quello che sta accadendo oggi nel rap italiano…era un obiettivo?

FF: «Più che l’obiettivo è il risultato, perché il rap è sempre stato definito un genere giovane, per ragazzi, però stiamo crescendo, Kanye West ha la mia età, Jay-Z ha 55-56 anni e ancora fa il rap, Snoop Doggy Dogg fa il rap, e il vissuto inizia a darti argomenti che non seguono più i trend e la classifica. In più si sommavano un sacco di significati, perché Neffa ha prodotto il mio primo disco, Turbe Giovanili, e anche qui la produzione è tutta sua. Lui ha un modo di rappare che è molto emotivo e interiore, io potrei essere un Picasso, perché sono spigoloso, lui un Kandinsky, perché è tutto immagini. Poi è scattata una sorta di competizione tra di noi, quindi è un disco che oggi fai fatica a trovare nella scena, perché per arrivare qua abbiamo veramente fatto molti percorsi, molti dischi, molte esperienze, molti tour. In questo disco c’è tutta la nostra vita, due vite in un disco, quindi il risultato è sicuramente qualcosa di inedito, di nuovo e anche con una forte personalità, secondo me».

N: «Io ho avuto una fase abbastanza lunga di gestione dell’idea di tornare a rappare. Mi sono guardato attorno e in Italia, sostanzialmente, io sono il rapper più anziano. Forse c’è Jovanotti, che penso sia più grande di me, ma Jovanotti non è un artista puramente rap. Mi sono detto “forse mi sento vecchio per fare il rap”, però poi mi sono anche detto “io non so come si diventa vecchi a fare il rap”, perché noi siamo i primi che diventano vecchi a fare il rap, nessuno ci ha detto come cazzo si invecchia a fare il rap. Io però mi sono accorto che il mio flow mi piaceva, le basi funzionavano, ci andavo bene sopra, infatti ho letto un commento che mi ha ferito, diceva “questo rap è anacronistico”. Io guardo quasi sempre i commenti cattivi, non so, è la mia natura, allora ho chiesto a DeeMo (N.B.: figura mitologica, uno dei fondatori dei Sangue Misto): “DeeMo, ma il mio rap è anacronistico?”, e DeeMo ha risposto: “Il tuo rap è una calligrafia”. Capisci? Il mio rap è una calligrafia, se qualcuno mi può dimostrare che è una calligrafia anacronistica io sono pronto a prenderlo in considerazione, però la mia anima si sente quella di uno che può andare. Fabri, a 50 anni, per come va su una traccia, è un ragazzo, è un bambino, c’è tanta roba da dare, ancora manco ha iniziato, manco ha finito di iniziare».

FF: «Bella questa della calligrafia, molto».

Che poi, tra l’altro, ci sono calligrafie rap di persone molto più giovani di voi che invecchiano molto più velocemente…

FF: «Ma ci sono anche giovani che rappano e che non hanno nulla da dire, è assurdo fare una formula di questa cosa. Noi abbiamo visto generazioni intere di rockers invecchiare al punto da dargli dei bolliti solo perché sono andati avanti nel tempo. Ma, credimi, chiunque conosce questo mestiere sa che se Vasco va a fare gli stadi è perché ha il motore. Il bollito di solito è sempre bollito, chi ha il motore lo vedi, chi non ha il motore commenta. Io credo che sicuramente il bollito di oggi è il mercato, è un gran pentolone. Io sinceramente neanche mi sento attratto da questi argomenti, perché non c’è nulla che qualcuno possa dirmi per far sì che io smetta di fare sta cosa se non viene da me. Se e quando smetterò sarà perché io dico di smettere, se continua è perché io dico di continuare, non ho cominciato questa cosa perché me l’ha chiesto qualcuno e non smetterò di far questa cosa perché me lo chiede qualcuno».

Quali aspettative ci sono rispetto al mercato quando si lavora un disco di questo tipo?

N: «Fabri ha una grande fan base che lo sostiene, quindi comunque io immagino che qualche numeretto assieme lo mette. La classifica però non è prevista, non abbiamo mai pensato alla classifica e quindi è contro la classifica. Non abbiamo chiesto a nessuno di portarci lassù».

FF: «L’hai detto benissimo. Che poi: cos’è un pezzo da classifica? Se intendiamo il pezzo con l’artista del momento, il suono del momento, è una cosa che abbiamo già fatto noi, ora volevamo fare una roba proprio diversa. Cioè, la nostra classifica noi l’abbiamo già scalata, arrivare a fare un disco di 23 tracce insieme dicendo quello che volevamo dire, facendo fare la grafica da un grafico scelto da noi, andando contro la major, questo è il vero successo di un artista, questo per me vuol dire andare in classifica. Poi se mi parli di un riscontro di numeri, io tutto quello che era in mio potere l’ho fatto, tutto il resto è nelle mani degli altri, non posso pensare ad avere delle aspettative in qualcosa dove io non ho controllo, sarei un illuso».

Visto che hai citato la major, immagino ti riferisca alla lunghezza del disco…Ho una curiosità: ma che parole utilizzano con due artisti come Fabri Fibra e Neffa per chiedergli di accorciare una loro opera?

N: «Ti dico solamente che ci sono state battaglie per questo disco. Io non sono andato in vacanza quest’anno e ad agosto battagliavo per questioni che riguardano anche l’uso dei campioni. Se uno vuole la vita facile si piega a queste robe qua, ma io non scrivo per i fan, io scrivo per me, la musica mi serve ad esprimere quello che mi torna e che non mi torna nella vita. Certo, potevamo dire: “Ok dai, evitiamo complicazioni: taglia, disfa”, ma perché? Poi, due anni fa, se mettevi dieci/dodici pezzi in un disco eri un cretino arido, ti dicevano “Pompa! Gonfia! Arriva a venti/trenta pezzi, perché dobbiamo andare in classifica su Spotify!”. Sono sempre i capi del mercato che decidono come va il mercato, la carne fresca cambia sempre, le regole e i canoni cambiano. Adesso improvvisamente si devono mettere pochi pezzi. Io, ti dirò, una prima dozzina di pezzi li abbiamo fatti mentre io facevo il mio album, poi Fabri ha fatto il suo e millemila date, se non avessimo avuto questi impegni mettevamo su 40 tracce, non abbiamo mai fatto un pezzo che abbiamo detto “No, questo non va sul disco”. Mai».

FF: «Io mi sono sentito dire “Il disco deve essere più corto perché oggi l’attenzione si è abbassata”. E tu veramente pensi che io sto ad ascoltare questo? Cioè è come se tu vai da Quentin Tarantino e gli dici “Guarda, quel dialogo lì deve essere meno volgare perché oggi c’è il politicamente corretto”. Ma cosa stai a fare l’arte e la musica? Ma allora andavo a trovarmi un lavoro normale, che è altrettanto dignitoso, per cui hai bisogno di sentirti dire un po’ di più cosa devi fare e tu lo fai. Io non sono qua per farmi dire cosa devo fare, non ha senso».

N: «Esatto. Io ho scelto in questa vita una cosa molto noiosa, che è essere me stesso, per fortuna ho molte personalità quindi essere me stesso è comunque un’esperienza abbastanza varia».

Nel disco, ma anche sentendovi parlare tra voi, si percepisce ancora una forte tensione artistica. Non è che Zarathustra Style diventerà una saga rap…?

N: «Un franchise! Ma io infatti ogni tanto leggo tipo “Il primo disco di Zarathustra”. Non lo so ragazzi, cioè io lì a quel punto io voglio otto psicologi nella stanza con me e Fabri, perché comunque fare questo disco qui è stato un percorso. Credimi, abbiamo dato tutto quello che avevamo al momento».

FF: «Ho visto gente che già dopo 24 ore commentava il disco, io ci sono dischi che ascolto da anni e ancora li sto capendo».

N: «Dopo 20 minuti, non dopo 24 ore! “Non è al loro livello!”».

Ma due come voi, anche attraverso esperienze di questo tipo, hanno ancora da imparare nel rap?

FF: «Sì, assolutamente. Il rap è il segno dei tempi, andando avanti cambia di continuo, si semplifica ma si complica, abbraccia nuovi vocaboli, le nuove tendenze, è un modo per raccontare quello che succede. È una delle cose più stimolanti che io abbia mai incontrato nella mia vita. È un fuoco il rap».

N: «Il rap è sicuramente una disciplina. Io da quando ho pensato di tornare a buttare giù una strofa, nel senso di farla sentire, perché qualcosa la buttavo giù ma non mi sognavo di farla sentire, a oggi ho cambiato circa una ventina, se non di più, approcci alla produzione e alla scrittura diversi. È come quando fai l’avvocato, tu conosci benissimo tutti i codici ma devi fare sempre gli aggiornamenti. Qua devi fare sempre gli aggiornamenti perché la tua calligrafia è la tua calligrafia, e su quello non ci piove, però cambia perfino il quaderno, non c’è manco un quaderno, c’è un telefono, oppure il microfono. Quindi sicuramente è una disciplina che è come un motore: per farlo andare bene deve essere sempre tuned, intonato, perfetto».

FF: «Non abbiamo inventato noi in Italia il rap, l’abbiamo importato, e il nostro è un paese che vive di tendenze. Il rap è sempre stato etichettato come un genere giovane, come un genere per ragazzini, ma il rap è musica e cultura, il rap è energia, è proprio una cosa che fa parte oramai anche del tessuto sociale dell’Italia, è l’unico ascensore sociale italiano, è l’unico modo che hanno i ragazzi per sperare di diventare indipendenti, uscire di casa e pagarsi un affitto,  non lo fai con un lavoro oggi. Il rap è un’opportunità che continua a evolvere e prendere spazio».

Tu Fibra nei tuoi dischi c’hai sempre tenuto a mettere in evidenza il rovescio della medaglia del rap. Credi che questa tua correttissima idea di rap come opportunità di vita sia rimasta inquinata da quell’atteggiamento per cui l’importante è, appunto, fare i soldi, ma poi la materia artistica può rimanere povera?

FF: «Io voglio che questo genere sia vero, voglio che quello che ascolto sia vero, non voglio sentire falsità, non voglio sentire neanche la formula facile, non voglio, mi annoio a sentire sempre le solite cose, mi fa strano che la formula e la forma di musica più originale si sia oggi appiattita. E non è che lo dico io questo, lo dice la critica americana, lo dicono i rapper americani, lo dicono le radio, solo che da noi non è che c’è un vero e proprio racconto, se queste cose da noi non le dice un artista, non le dice nessuno. Perché i magazine specializzati non ci sono in Italia, la critica italiana del rap non c’è, non c’è il cinema del rap, non c’è stato uno Spike Lee da noi, che ha raccontato la periferia o come nasce il rap. Ci siamo noi che parliamo di noi».

N: «Poi da qualche anno i bambini sono diventati il vero mercato, prima il mercato era composto più da adulti. E mi collego anche alla questione della classifica: se tu ti rivolgi a un pubblico estremamente piccolo, di bambini, hai mille probabilità in più di andare alto nelle classifiche, perché in Italia non c’è ancora un mercato digitale di gente adulta. Poi quelli che adesso hanno vent’anni arriveranno a 40 e non vorranno più sentire musica scritta per bambini e forse andranno a scoprire perfino la mia roba e io magari non ci sarò più. Magari un bambino che oggi ha cinque anni, mi scoprirà a 40 anni e dirà “Che figo che erano i Sangue Misto o i Messaggeri della Dopa o Zarathustra Style».

FF: «Certo, però i tredicenni che oggi mandano gli artisti di 15-20 anni in classifica lo fanno perché hanno il telefonino in mano, gli ascoltatori del rap boom bap degli anni ‘90 dovevano andare nel negozio con i soldi in mano. Una questione di comodità, la musica più facile da ascoltare è la trap e infatti è quel pubblico lì, però la trap e il rap non sono la stessa cosa, sono due cose diverse».

N: «Ovvio, voglio solo dire che se per un incanto del tempo questo mercato di bambini fosse nato assieme al rap ci sarebbe stato anche in Italia il cinema di Spike Lee».

Mi piace sempre concludere le mie interviste chiedendo cosa piacerebbe che rimanesse del disco in chi lo ascolta, ma in questo caso voglio aggiungere una specifica: anche nei colleghi rapper.

N: «No, io non mi arrogo nulla per quanto riguarda né gli altri, né gli altri rapper. Io voglio quello che ho visto quando siamo andati a firmare le copie, qualcuno è venuto e dagli occhi si capiva che questo disco se lo stava vivendo. Sarò brevissimo: oggi faccio molta fatica a sentire la sacralità. Cioè, mi chiedo sempre: ma questo disco, serve? Io me lo chiedevo anche quando facevo i dischi dei miei trent’anni, mi dicevo che alla fine la musica serve meno di una cosa che ti fa fermare un tavolo che balla, la musica è invisibile, non la tocchi, non serve a niente, eppure a volte cambia la vita delle persone. Quindi io quello che spero è che questo disco resti con la persona, ma non è quello per cui lo faccio, però mi piace quando parlo con la musica e se di là qualcuno mi sente la cosa prende tutto un altro senso, molto più circolare e profondo, quello mi interessa».

FF: «Io vorrei che di questo disco rimanesse l’esempio, l’esempio di quello che abbiamo fatto. Andare contro era quello che a me ha fatto innamorare di questo genere, criticare, prendere una cazzo di posizione, questo mi ha fatto scegliere di fare questa musica. Fare questa musica non è una strada spianata in bellezza, è un lavoro fatto di tantissime rinunce, ad amicizie, momenti piacevoli, viaggi. Non c’è nulla quando fai questo, c’è solo la tua visione folle di creare qualcosa che un anno e mezzo fa non esisteva e oggi c’è. E quando vai contro una scena, quando vai contro un sistema di mercato, arrivano certe critiche. Io in realtà, per come sono fatto io, l’assurdo, certe critiche me le aspetterei per quello che invece è facile. Cioè quando ci sono certi dischi che a me non dicono nulla e rispettano sempre la stessa formula e sono una copia sbiadita di quello che è in classifica da mesi, io lì mi aspetto che qualcuno arrivi e chieda “ma secondo te cosa rimarrà di questo?”. Invece quando c’è il chinare la testa davanti alle regole del mercato, spariscono tutte le domande scomode, perché tutti sono d’accordo per andare a raggiungere lo stesso obiettivo, cioè piacere senza avere problemi. Quando fai qualcosa di diverso e hai problemi, sai già che non piacerai, però è l’unico modo che hai per continuare a esistere, a rimanere, a segnare, a tracciare un percorso, a essere d’esempio».

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