«Se domani non torno»: perché Filippo Turetta non compare mai nel film su Giulia Cecchettin
Filippo Turetta non compare mai, e il suo nome non viene pronunciato neanche una volta. La sua assenza è una delle scelte più significative di «Se domani non torno», il film di Paola Randi dedicato alla storia di Giulia Cecchettin, la 22enne uccisa dall’ex fidanzato nel novembre del 2023. Arrivato nelle sale il 5 novembre, il film sceglie di non dare spazio all’uomo condannato all’ergastolo per il femminicidio. La macchina da presa non insegue il carnefice né la fredda ricostruzione del delitto, senza per questo cancellarne le responsabilità. Sposta lo sguardo dall’assassino alla vittima, dal femminicidio a chi resta, costretto a convivere con un’assenza incolmabile che si manifesta ogni giorno, nei gesti più ordinari, in un posto vuoto a tavola, in un vestito rimasto nei panni sporchi, in una stanza che conserva le tracce di chi non tornerà più. Al centro del racconto c’è il percorso di un padre che, grazie alla lucidità e alle parole della figlia Elena, si interroga sulla ferita culturale e collettiva che si riapre a ogni nuovo femminicidio.
Perché Filippo Turetta non compare nel film
«Nel libro di Gino l’omicida non viene mai nominato e su questo punto eravamo perfettamente in sintonia», ha spiegato la regista Randi durante le presentazioni del film nelle sale cinematografiche. Scritto insieme a Lisa Nur Sultan e liberamente ispirato a Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia, il libro di Gino Cecchettin e Marco Franzoso, il film parte proprio dal punto di vista di chi è rimasto. «Questo film racconta la storia dell’assenza di Giulia e della sua famiglia, il percorso che i suoi cari hanno fatto per riuscire a trasformare un dolore privato così grande in impegno civile. Era questo, innanzitutto, che ci interessava raccontare», ha aggiunto la regista. La scelta di non rappresentare Turetta serve a non esaurire il femminicidio nella comoda cornice del caso isolato. «Nel momento in cui individuiamo un colpevole, in qualche modo solleviamo tutti gli altri. Il colpevole è lui, cosa c’entro io? E invece no. C’è qualcosa di comune di cui dobbiamo prenderci cura e di cui dobbiamo assumerci la responsabilità», ha commentato Randi.
Dal singolo assassino alla responsabilità culturale
È in questo passaggio che l’assenza di Turetta assume un significato che va oltre la scelta cinematografica. La responsabilità penale resta individuale, ma le condizioni culturali in cui la violenza matura riguardano un’intera società. È la riflessione che Elena Cecchettin aveva portato al centro del dibattito pubblico dopo la morte della sorella, rifiutando di definire Turetta un «mostro» e descrivendolo, invece, come un «figlio sano della società patriarcale». Parole pronunciate davanti alle telecamere dei giornalisti che, in quei giorni, stazionavano fuori dalla casa della famiglia, e che il film restituisce.
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La regista: «I femminicidi non sono come i gialli»
«Per molto tempo i femminicidi sono stati raccontati come se fossimo dentro un giallo, come se fossero commessi da individui misteriosi, maniaci, cattivi, pazzi provenienti da chissà dove», ha osservato la regista. «Chi uccide le donne, invece, sono molto spesso quelli che dovrebbero amarle, cioè i compagni, i mariti. Sono le persone che ci stanno intorno», ha spiegato. È proprio questa vicinanza, secondo la regista, a rendere necessario un racconto diverso, capace di andare oltre la ricerca del colpevole senza mettere in discussione la sua colpevolezza.
La battaglia della famiglia dopo la morte di Giulia Cecchettin
Al centro del film resta così la famiglia Cecchettin, la sua quotidianità prima della tragedia e ciò che accade quando Giulia non torna più a casa. Gino, rimasto vedovo dopo la morte della moglie Monica, ha cresciuto i tre figli Elena, Giulia e Davide. La scomparsa della ragazza, ormai vicina alla laurea in ingegneria biomedica, interrompe una vita familiare già segnata da un lutto. Ma il racconto non si ferma al dolore. Segue il percorso di consapevolezza del padre, che attraverso le parole della figlia Elena arriva a incanalare la propria esperienza in un impegno pubblico e privato contro la violenza sulle donne. «Vorremmo che oltre a conoscere la storia della mia famiglia i giovani vedessero anche un po’ di più di sé stessi e diventare quegli agenti di cambiamento di cui la società ha bisogno», ha dichiarato Gino Cecchettin.

