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Giuse The Lizia racconta la sua generazione: «Se gli adulti dialogano malissimo con noi alzare la voce diventa un obbligo» – L’intervista

03 Novembre 2026 - 08:30 Gabriele Fazio
Giuse The Lizia racconta la sua generazione: «Se gli adulti dialogano malissimo con noi alzare la voce diventa un obbligo» – L’intervista
Il cantautore siciliano nella prima metà di dicembre girerà nei più importanti club italiani
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Stanno larghi sulle dita di una mano gli artisti che riescono bene come Giuse The Lizia a raccontare la propria generazione. Era avvenuto con Crush e con Internet, oggi con MDMA, che non è solo un riferimento alla droga psicoattiva ma l’acronimo per Mica Dobbiamo Morire Adesso, si certifica, soprattutto grazie a una dimestichezza nel maneggiare l’elemento canzone sempre più adulto e consapevole. L’amore, il lavoro, le perplessità, le paure, diventano pezzi di vita esaltati e smorzati con una scrittura in cui le immagini ultraterrene compongono un puzzle iperrealistico, grazie alla straordinaria capacità di rimanere sempre con entrambi i piedi dentro le storie che racconta. Il cantautore siciliano nella prima metà di dicembre girerà nei più importanti club italiani.

Questo disco conferma la tua cifra stilistica, che forse è anche più importante che azzeccare una hit…

«Grazie mille, non era un disco scontato, anche solo banalmente riuscire a scriverlo in un periodo strano, è stato complicato. Quindi sono contento che si noti anche un po’ di level up su certe cose, su certi approcci alla scrittura».

In che periodo della tua vita e della tua carriera arriva questo disco?

«Arriva in un periodo un po’ tosto e trafficato, perché nel frattempo mi sono laureato quindi per un bel po’ di mesi ho scritto una tesi impegnativa che mi ha portato via molte risorse, mentali e fisiche. Nel frattempo, quando un po’ cominciavo a vedere la fine di questo percorso di stesura della tesi, ho cominciato a mettere la testa sul disco. Quando potevo andare in studio era anche una bellissima pausa da quella routine alienante che era scrivere quella tesi. Conclusa quella questione ovviamente ho messo un po’ il turbo e abbiamo chiuso le ultime canzoni, però non è stato facile, come un po’ sempre da quando faccio musica, bilanciare le due cose, però è stato fatto».

La domanda sorge spontanea: sei uno dei cantautori più in ascesa del circuito indipendente italiano, che bisogno c’era di prendersi la laurea?

«Mi piace tanto rispondere a questa domanda: io mi sono laureato perché mi piaceva un sacco sia quello che studiavo sia il contesto in cui lo studiavo. Io ho abitato per tanti anni a Bologna, ho fatto la vita di un fuorisede che andava a studiare nelle aule studio con ragazzi che sono diventati i miei compagni di vita, quindi, non so, chiudere questa esperienza è stato necessario per me. Non per laurearmi, ma per dire “Ok, è stata la parte più bella probabilmente della mia vita, queste persone che ho conosciuto, questi posti che ho attraversato…”, e quindi l’ho fatto perché avevo tanta voglia di farlo».

Ottima risposta, congratulazioni dottore. Ci tieni a essere chiamato dottore?

«No, assolutamente no».

Tornando al disco, mi è sembrato che ci fosse una maggiore dimestichezza con l’elemento canzone, segno di una certa maturità dopo aver raccolto un po’ di esperienza sul campo o volontà precisa di forzare una certa crescita?

«Sicuramente c’è stato un tentativo, poi penso che quando passa un po’ di tempo migliori sempre in qualcosa, affini sempre delle tecniche, delle cose tue personali e forse si alza anche un po’ l’asticella della qualità e del processo creativo. Sono arrivato a un punto in cui mi dico di mettere un po’ più la testa su un testo, di chiedermi se quel ritornello o quella strofa arriva come deve arrivare, entra come deve entrare, si sviluppa nel giusto modo. Sono cose che magari facevo meno o non facevo affatto, soprattutto all’inizio, perché tutto ciò che creavo e che mi veniva fuori mi piaceva e mi gasava. Adesso c’è ancora questa componente, perché tendenzialmente mi gaso facilmente, mi prendo bene facilmente quando faccio musica, però è utile porsi più dubbi e quindi tramite i dubbi riesci a chiudere canzoni più mature, più giuste sotto vari aspetti. Io ho fatto questo, sostanzialmente: mi sono accontentato meno e fortunatamente lavoro anche con persone che ascoltano quello che faccio con attenzione e, molto onestamente, si parla anche delle cose. Quindi se c’è una canzone che sì, è carina, però “Sai non mi arriva, non mi dice niente” ce lo si dice, ci si confronta, la si migliora, è successo con vari pezzi del disco che sono migliorati dopo averci ragionato un po’ di più e alla fine esce una cosa migliore».

Ti vorrei fare la stessa domanda riguardo un altro aspetto della tua musica che considero centrale: il tuo essere generazionale. Mi chiedevo quanto fosse frutto di una ricerca, della volontà di raccontare un mondo o quanto dipenda, banalmente, dal far parte di una certa generazione, viverla, quindi poi raccontarla…

«Per un sacco di tempo mi sono trovato a raccontare di me e quindi, attraverso me, raccontare di tanti che hanno la mia età, quindi era una cosa naturale che derivava dalle mie esperienze di vita, soprattutto rispetto alla città in cui sono cresciuto e poi quella dove ho fatto l’università, quindi essere a contatto e contaminarmi con tante vite oltre la mia, quindi poi raccontarle. A questo giro l’ho provato in maniera un po’ più precisa, ho voluto fare due/tre pezzi del disco che, al di là di parlare di me e basta, parlavano precisamente di qualcosa che ha a che fare con il mio tempo, con la mia generazione. Penso banalmente a Vorrei essere un po’ più alto, a Musica per ricchi, volevo che passasse la voglia di raccontare davvero qualcosa più generale e questo esperimento mi ha gasato».

Sei andato anche oltre con dei brani che suonano del tutto “politici”…

«Fino a qualche tempo fa, e un po’ lo penso ancora, dicevo di non essere all’altezza di fare musica politica, perché la musica politica richiede un’attenzione, una preparazione, un livello di sguardo sul mondo che non è banale, però ci ho provato e posso dire di avere un pezzo un po’ politico in un disco, che è una cosa che mi gasa dire».

Hai citato Bologna, l’amore che hai sviluppato per questa città torna spesso nella tua musica, si percepisce nettamente. Possiamo dire che Giuse The Lizia a Milano non sarebbe stata la stessa persona né lo stesso artista?

«No, non sbagli, è totalmente vero, per me Bologna è stata ed è tuttora la città dove ho conosciuto così tanta gente incredibile, di valore, di talento, mi ha aperto a così tante idee, mi ha fatto confrontare con delle realtà che mi accorgo non tutti hanno la possibilità di vedere, di vivere. Io, avendo fatto cinque anni a Bologna, mi accorgo di essere cresciuto infinitamente come persona, la mia musica non sarebbe stata mai uguale senza Bolo, senza le strade di Bolo, le persone, gli amori e tutto il resto. Quindi sì, ovviamente Palermo è il cuore, ma Bolo è stata la città dell’età adulta».

Tornando a Musica per ricchi, la generazione che racconti in questo periodo è in strada a protestare…

«Intanto questa è stata una bella mattina, perché sono successe delle cose fantastiche, in Serbia questa lista di giovani studenti ha vinto contro l’autoritarismo, per dire che io penso che viviamo un periodo cruciale di cambiamento. Sono stato al corteo a Milano qualche giorno fa, era pieno di liceali, una generazione che già rispetto alla mia è diversa. Penso che ci sia tanta coscienza e tanta voglia di invertire una tendenza nefasta che ci vede veramente senza un futuro, che sia un futuro banalmente ambientale, un futuro in un posto dove stare bene, dove vivere bene, senza passare da un posto con l’aria condizionata all’altro. Non so, vivere una vita felice, c’è stato proprio tolto questo diritto, in maniera subdola, giorno dopo giorno, con telegiornali che ti dicono sempre che le cose vanno peggio di ieri, che non potremo mai ambire ad uno stile di vita come quello dei nostri genitori, che poi è il meccanismo su cui si basa una società democratica, secondo me. Cioè, se la qualità della vita che mi aspetta non può essere migliore di quella dei miei, delle generazioni che mi hanno preceduto, si inceppa il meccanismo di pace sociale, per cui tutto va bene. E noi fortunatamente abbiamo vissuto sempre immersi in questa quiete, no? Quindi è chiaro che da persona borghese, privilegiata, sempre cresciuta nella pace, nella tranquillità, pure io mi impressiono se la mia città è in subbuglio, se ci sono delle vetrine rotte, se c’è casino, se ci sono dei poliziotti che pestano dei ragazzi. Sono tutte cose che mi scombinano un ordine di pace che ho in testa, però poi mi chiedo, al di là della sterile condanna o non condanna di singoli atti, di singole azioni di persone, questa rabbia da dove viene, se è giustificata, se c’è modo di intercettarla e di risolverla con politiche lungimiranti. Io penso che sia molto più importante capire da dove arriva tutta questa sofferenza che si trasforma, a volte, naturalmente, in gesti molto molto disordinati, anche molto violenti. E una volta che la capisci la puoi risolvere. Mi dispiace vedere che spesso non c’è neanche la volontà di ascoltarci. Ci sono dei siparietti in tv…tipo Vespa che zittisce una ragazza che parla delle sue cose in maniera molto educata, in maniera molto diplomatica. Cioè, se quello è l’approccio del mondo adulto….che poi nella politica, nella classe dirigente, sono tutti adulti e dialogano malissimo con noi, non capiscono niente delle cose che noi sentiamo. Be, se questa è la situazione, alzare la voce diventa un obbligo, un dovere».

In Istruzioni c’è una non tanto velata critica al mondo della discografia. Ma qual è la cosa migliore e la cosa peggiore di far parte ormai di quel mondo?

«La cosa migliore è farne parte. Cioè, è banale, però è una fortuna, a 25 anni, fare una cosa che ami e dire alla gente che è un lavoro, perché effettivamente lo è, che ti fa stare sereno e ti riempie le giornate. Di base si può chiudere qua la discussione del cosa sia bello di ciò che sto vivendo in questo momento. Ovviamente è anche un mondo in cui devi essere forte tu a sapere gestire, a saper combattere su certe cose che ti obbliga a fare».

Una cosa in particolare?

«La fretta, che è un po’ alla base della vita di tutti noi giovani, la fretta nel far musica, nel pubblicarla, sennò ti dimenticano, o comunque c’è quest’ansia che succeda. Spesso ci si trova ad annunciare un tour prima di aver chiuso un disco, non sono imposizioni dall’alto, sono cose delle quali sei consapevole, cioè tu dici: “In questa fase della mia carriera, io devo starci, non posso sparire, non posso permettermi di uscire appena avrò il disco migliore del mondo, più bello del mondo, dovessero passare sette anni per farlo”. Devi confrontarti con delle tempistiche che sono industriali, che hanno a che fare con l’economia della musica in cui tu devi avere una tua collocazione e poi te la devi tenere stretta quella collocazione. Non dipende da nessuno in realtà, sono cose che si muovono e difficilmente puoi agire, almeno io, piccolo artista».

Ma queste imposizioni qua non finiscono per rischiare di influire sull’artista che uno vuole diventare?

«Probabilmente sì. Parlando del disco, ti potrei dire che magari avendo un anno in più di tempo, con più pazienza, più dedizione su certe scelte musicali o testuali, sarebbe venuto ancora più bello. A me piace tantissimo, è un disco che alla fine dei conti io ritengo essere uno, quantomeno, dei più ragionati, dei più studiati, e che a me piace di più dei tre che ho fatto uscire. Quindi sì, probabilmente mi piacerebbe anche vivere in un mondo dove posso dire “Faccio un disco fra due anni, fra tre anni, quando ho voglia di farne uno e quando è perfetto”, dall’altra parte vivo in questo mondo, penso che sia una cosa che riguarda me come artista, ma riguarda anche il mio amico che deve trovare lavoro, riguarda il mio amico che lavora all’interno di una azienda di merda che gli fa fare dei turni orribili. Siamo tutti in questa situazione, per cui se cambieranno le cose ben venga. Attualmente vivo al massimo questa realtà, provo a fare quanto posso.»

Nel disco citi anche Sanremo e secondo me Tiro dopo tiro poteva essere un brano perfetto per andarci. Tu che rapporto hai col Festival? Ti piacerebbe andare? Ti fa paura?

«Beh, intanto lo guardo tanto, come tutti, ormai negli ultimi 5-6 anni è diventata veramente un’altra cosa rispetto a com’era quando andavo al liceo, quando c’era una visione, soprattutto da parte di chi ascoltava indie, molto critica. È chiaro che io vorrei andare nella misura in cui un artista italiano che solca quel palco entra un po’ nella storia di questo paese, sarebbe un punto del percorso fantastico. Però è una cosa che devi fare molto consapevolmente, noi quest’anno avevamo già un disco, avevamo delle nostre idee, io non suono da un anno, quindi volevo suonare, avevamo un’urgenza diversa rispetto alle scadenze di Sanremo, quindi a ‘sto giro ho preferito fare la mia cosa, mantenere il mio programma: un disco e un tour. Poi devi arrivarci molto consapevole, con un bel disco preparato, pronto mentalmente, non so se è una cosa che si può decidere senza tutto questo livello di ragionamento precedente, quindi sì, vorrei andare in un futuro, però giocandocela bene, anche con tutte le persone con cui lavoro, ragionandoci tanto».

Credi che il tuo stile possa essere efficace anche per un pubblico più largo e generalista?

«Secondo me sì, faccio una musica che sicuramente si può considerare “indie” per tanti motivi, però è anche una musica profondamente pop che piace un po’ a tutti, quando faccio ascoltare le mie canzoni noto che piacciono, non so, a mia mamma, al mio amico che ascolta metal, trovano approvazione in tante persone, quindi magari possono avere un approccio un po’ più orizzontale, si può provare».

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?

«Intanto, dato che è un disco che arriva in una fase del mio percorso particolare, mi piacerebbe che appena qualcuno finisse di ascoltare il disco dicesse “Ok, ho capito cos’è successo nella sua vita e cosa ha voluto fare con questo disco”. Mi piacerebbe soprattutto che chi mi ha ascoltato tanto notasse che c’è stata un po’ di ricerca in più, un po’ di attenzione in più. Poi vorrei che ci fosse tanta vicinanza, tanta fratellanza, è un ascolto molto generazionale su certe cose e quindi la percezione di essere tanti, di essere vicini, di vivere vite simili nelle gioie e nei dolori».

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