Clementino e Rocco Hunt: «Ci siamo conosciuti a una battle di freestyle. Adesso, dopo 15 anni, facciamo un disco insieme» – L’intervista
L’attesissimo joint album di Clementino e Rocco Hunt non poteva che intitolarsi The Album. Netto. Definitivo. Perché celebra un’unione artistica e personale di lunga data, quando Pino Daniele oltre una decade fa, prima che il rap diventasse un trend da classifica e da social, li chiamava «i due mascalzoni». Quei due mascalzoni in effetti sono quelli che, ancor prima che Geolier venisse artisticamente al mondo, hanno posizionato il rap in lingua napoletana nella geografia della musica italiana mainstream. Un’impresa. Tanto che The Album, cui direzione artistica, saggiamente, è stata messa interamente nelle mani di Don Joe (lavoro meraviglioso) segna certamente un checkpoint nella storia della scena rap partenopea. Le tracce il 10 marzo saranno eseguite dal vivo dai due rapper in un evento speciale al PalaPartenope di Napoli, lo hanno intitolato Capocannonieri – The Show, in riferimento a uno dei primi pezzi realizzati insieme, il seme di una collaborazione destinata a fare la storia.
Il vostro disco è figlio delle vostre storie ma anche di scelte ben precise…
Clementino: «Abbiamo cercato di fare quello che ci piace, il rap. Quello di Rocco Hunt e quello di Clementino».
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Questo è un lavoro che ha una storia molto più lunga di quello che pensiamo, no?
C: «Sì, una storia che è iniziata 15 anni fa, quando ci siamo conosciuti a una battle di freestyle. Da allora siamo diventati amici, abbiamo tirato fuori la prima canzone e poi da lì non ci siamo più fermati. Siamo stati ospiti nei dischi dell’altro fino ad arrivare oggi in televisione. E poi, dopo tanti anni di hype, abbiamo creato questa meraviglia, questo nostro piccolo capolavoro di album».
Quando vi siete accorti che era arrivato il momento giusto?
Rocco Hunt: «Beh, ce ne siamo accorti dopo la prima puntata di The Voice. Quando sono stati postati i reel della puntata nei commenti sotto scrivevano “Ma questo album?”, “L’album insieme?”, “Quando lo fate l’album insieme?”, “Stiamo aspettando l’album”, “Sono 15 anni che aspetto”, “L’avete promesso che ero single, mo teng’ tre figlie, ancora dovete fare l’album”. C’era proprio una richiesta forte da parte dei fan. Ci avevamo già provato anni fa, però non eravamo ancora pronti, forse, artisticamente. Ci siamo fatti poi la promessa di rivederci, ci siamo rivisti, ce lo siamo ripromesso ancora, effettivamente ci siamo visti in studio e c’è stato quel momento in cui proprio mettiamo le mani sulla penna e sul foglio e le cose ci uscivano in maniera naturale, spontanea. Ci siamo resi conto che questo era l’anno giusto per fare questa opera».
Parlavamo prima di scelte, cosa vi eravate ripromessi di mettere in questo contenitore?
C: «Sicuramente del divertimento, fare le cose nella maniera più spensierata possibile e non farle a tavolino, perché altrimenti non ci saremmo più divertiti, non volevamo seguire degli schemi, il mercato, etc, etc. Abbiamo scritto tanto, fatto tante canzoni e poi abbiamo creato la tracklist, qualcosa è rimasta anche fuori. Abbiamo messo tutto in mano a Don Joe, che è stato il supervisore del progetto come direzione musicale, perché ci serviva una testa con una street credibility e una cazzimma e un cuore per poter mettere le cose insieme. Abbiamo creato questo trio e l’album è uscito fuori, abbiamo optato per un rap anni 90, inizio 2000, proiettato nel 2026».
In che momento della vostra vita e della vostra carriera arriva questo disco e rispetto alla vostra vita e alla vostra carriera cosa rappresenta?
RH: «Sicuramente un passo necessario, perché questa è la chiusura di un ciclo e l’apertura di uno nuovo, perché comunque è una promessa che avevamo fatto ai fan, era un tassello che mancava nella nostra carriera e che va un po’ a completare quello che serviva per onorare la nostra storia. Siamo in un punto meraviglioso della nostra vita, stiamo raggiungendo la nostra maturità, Clem magari più di me, però stiamo cercando di migliorarci e di crescere nel nostro quotidiano».
C: «Beh, ma tu hai qualche figlio più di me. Ci controbilanciamo. 2 a 0 qua stai vincendo!».
Come invecchia un rapper?
C: «Ce l’hai con me? A me mancano sei anni per i 50, adesso ne ho 44. Io comunque posso rispondere, mi ricordo di aver visto a Londra, al teatro Apollo, Mel-Man e rappava nonostante i suoi quasi settant’anni. Quindi diciamo che io l’ho visto un po’ come invecchia un rapper e dipende da cosa vuoi fare, è chiaro che a 80 anni non puoi fare gli extra beat che facciamo adesso, però comunque puoi invecchiare facendo qualcosa che può rimanere nei cuori delle persone».
In cosa vi siete contaminati l’un l’altro lavorando insieme?
RH: «Sicuramente nel modus operandi. Ognuno di noi lavora nel quotidiano in modi differenti, anche se con la stessa attitudine. Ognuno di noi poi ha rubato qualcosa dall’altro dal punto di vista dell’organizzazione delle giornate, il lavoro, gli appuntamenti in studio, anche da un punto di vista artistico, perché magari c’è uno dei due che ha delle peculiarità rispetto all’altro e quindi magari uno poi rubacchia qualcosa di qua e di là. Penso che sia la cosa bella dei joint album confrontarsi, imparare, non sentirsi mai sufficientemente arrivati, perché poi è quando smetti di imparare, quando ti senti già arrivato, secondo me pecchi di superbia e la tua vita è anche un po’ finita, perché non si smette mai di imparare dalle persone che incontri per strada. La fortuna è nell’uomo che si incontra al mattino».
Cosa credi di aver rubacchiato a Clemente?
RH: «Sicuramente i soldi dal portafoglio mentre registrava e non se n’è accordo».
C: «Eh, assaje ce truvave!».
RH: «Sto scherzando. Sicuramente ci siamo perfezionati, perché comunque la solarità è impossibile rubarla, è un tratto che ti distingue proprio a livello di carattere. Io, come dice Cleme, sono uno stakanovista, quello che si sveglia la mattina con un obiettivo e lo deve portare per forza a termine e questa cosa a volte mi fa prendere anche molti impegni più del dovuto, e quindi qualche impegno a livello professionale o umano ti può anche riuscire meno. Mentre Cleme, dall’alto dei suoi 14 anni in più, della sua maturità, mi ha insegnato anche a respirare. Ogni tanto un impegno è anche giusto rimandarlo, non è un’offesa verso gli altri ma un segno di rispetto verso se stessi».
Clementino invece cosa ha rubacchiato a Rocco?
C: «Come organizzare bene una strategia prima di uscire con l’album. Però con strategia non intendo quella relativa al mercato, intendo la strategia del concept dell’album. Rocchino arrivava con grandi idee, “Dobbiamo fare questo, questo e questo” e su ogni cosa voleva la perfezione assoluta. Questa cosa qua sicuramente l’ho presa da Rocchino. Al contrario io sono uno molto legato ai dettagli, io sono uno, per esempio, a cui piace, quando andiamo a fare il mix finale, aggiungere quella vocina della signora all’interno del pezzo, mi piacciono i dettagli. È stata una bella avventura, devo dire la verità, è stata un’avventura fantastica».
A proposito di mercato, voi avete fatto questo disco per celebrare la vostra amicizia, andava fatto per mettere un punto e a capo nel rap napoletano, tutto giusto. Però poi il disco finisce lì, dovrà scontrarsi con la realtà dei numeri. In questo senso avete delle aspettative?
C: «No, non abbiamo proprio problemi, perché sappiamo di aver fatto un classico. Non lo dico perché ci dobbiamo atteggiare, è perché lo sappiamo, perché dopo 15 anni tirare fuori un album che rappresenta noi stessi, che rappresenta il nostro rap, senza fare cose che devono per forza entrare in quei giri perché altrimenti non vendi, te lo fa diventare un classico; e l’abbiamo capito quando sono usciti i primi spoiler e tutti i nostri fan dicevano “Cazzo, questo volevamo!”. Abbiamo fatto un classico, per questo si intitola The Album».
Sicuramente rappresenta un checkpoint per quanto riguarda la scena napoletana. Ma anche voi avete l’impressione che sia più autentica delle altre?
RH: «No, io penso che non possiamo essere così presuntuosi, perché comunque il rap è popolare in tutta Italia e ogni scena ha i suoi tratti forti, anche a Milano si rappa bene, c’è una scuola che fa un rap in una certa maniera e poi, per sfortuna, il disagio non è solo una prerogativa del Sud, Per sfortuna l’Italia è un paese disagiato da Nord a Sud, quindi quando c’è qualcosa da dire, quando c’è un disagio, quando ci sono denunce da fare, c’è sempre il rap. Io devo dire che ho trovato cose autentiche anche al di fuori della scena campana. Anche la scena siciliana, la scena calabrese, la scena pugliese, che in questo momento sta emergendo alla grande, la scena di Milano dei nuovi, il rap è forte proprio perché è variegato e ogni quartiere, ogni zona, ogni città, ogni regione, ha i propri messaggi da far arrivare a tutti».
A proposito di disagio, questo è un periodo di disordini, molti artisti si sono esposti ma è come se mancasse l’elemento musicale. Il rap sarebbe stato perfetto, ma l’impressione è che sia sempre più dentro il mercato e lontano dalle strade. Secondo voi ha un po’ tradito la sua missione?
RH: «Quando si parla di cronaca e di fatti così gravi come quelli che sono successi è difficile poi andare a pensare a uno svago come la musica, però io sono rimasto piacevolmente sorpreso, perché nei giorni di protesta, quando Cleme ha fatto una storia di vicinanza agli autotrasportatori, ho notato che molta gente poi riprendeva la storia, molte testate giornalistiche hanno ripreso il pensiero di Cleme e anche frasi di canzoni mie vecchie, tipo questa mia canzone che ho con il maestro Avitabile che si chiama ‘A verità, che è del 2014 ed è ritornata in trend su TikTok nei video fatti dagli utenti per le proteste. E questa è la prova che quello che pensiamo noi come esseri umani, come artisti, non da oggi, ma da 14 anni, possa comunque rappresentare la gente».
Ascoltando nel disco Parlami d’amore istintivamente ho pensato che fosse un pezzo perfetto per Sanremo. Vi è mai venuto in mente che questo disco poteva anche essere lanciato dal palco dell’Ariston?
C: «Guarda, pensare che una cosa sia per Sanremo è sempre difficile, perché magari il giorno che mandi Parlami d’amore a Sanremo loro volevano il pezzo divertente; mandi il pezzo divertente e volevano il pezzo cantautorale. Noi abbiamo fatto le nostre cose e, per riassumere, non abbiamo mandato niente, né una canzone d’amore, né una canzone sul sociale, né una canzone divertente; noi abbiamo cercato di mettere il meglio sul disco, ci siamo concentrati talmente tanto che a Sanremo non c’abbiamo pensato. Anche perché a marzo abbiamo un concerto a Napoli, magari tra qualche anno ci possiamo pure pensare. Sta già succedendo quello che volevamo. Quando abbiamo messo i primi due spoiler su Instagram la gente ha commentato quello che noi volevamo. “Ma quanto spaccate!”, “Che bello che siete tornati”, “Che bello che avete fatto questo disco insieme”, “Non vediamo l’ora di ascoltarlo”, “Come spaccano le rime”. Questa è l’essenza, insomma. La voglia di divertirsi e di far divertire. E di far pensare anche. Hip-hop. Hip is the knowledge. Hop is the moment».

