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Il ritorno dei Fask: «Sanremo? Abbiamo la canzone giusta» – L’intervista

05 Novembre 2026 - 16:14 Gabriele Fazio
Il ritorno dei Fask: «Sanremo? Abbiamo la canzone giusta» – L’intervista
La band di Perugia è appena uscita con un singolo lavorato insieme a Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari e partirà in tour il 16 aprile da Bologna (concerto già Sold Out) per poi fare tappa a Padova, Milano, Venaria Reale (TO), Napoli, Roma e Firenze
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Si intitola Inverno nucleare il brano che segna il ritorno agli inediti dei Fast Animals and Slow Kids, band che ha rappresentato l’elemento rock della felice rivoluzione cantautorale comunemente denominata “indie”. Il loro approccio genuino alla musica, ancora molto garage, non poteva che fare scopa con quello altrettanto genuino di Riccardo Zanotti, voce e penna dei Pinguini Tattici Nucleari, che firma con loro il nuovo singolo. Un singolo in cui lo scenario apocalittico diventa occasione per pensare ai valori più autentici della nostra vita e la scrittura vivacissima di Zanotti insieme alla verve dei Fask crea un mix assai succulento, anche in prospettiva. La band di Perugia partirà in tour il 16 aprile da Bologna (concerto già Sold Out) per poi fare tappa a Padova, Milano, Venaria Reale (TO), Napoli, Roma e Firenze.

Come è scattata questa scintilla con Riccardo Zanotti, con cui è facile credere che condividete l’approccio alla composizione ma che proviene da tutt’altre sonorità?

«In realtà ti dico: sembra così dall’esterno, poi quando sei nel mondino della musica le cose sono tutte molto più semplici. Con Riccardo ci conosciamo da anni, perché loro sono come noi una band, di quelle che ha fatto tanta gavetta, quelle che suonavano davanti a 50 persone, 10 li odiavano, agli altri 40 piacevano, così fino a crescere e adesso fanno gli stadi. In questa gavetta noi ci siamo incontrati mille volte, delle volte addirittura i Pinguini hanno aperto i concerti dei Fask, incredibile se ci pensi adesso, e tutte le volte ci siamo resi conto che in realtà, nonostante suonassimo generi differenti, poi il mondo era molto simile. Riccardo è un espertissimo di musica, se tu chiacchieri con lui scopri che è una persona che ha una cultura musicale gigantesca, è un grande appassionato come noi e quindi quando trovi passioni in comune è facilissimo diventare amici. Con lui abbiamo sempre chiacchierato di musica, dagli Obscura a Harry Styles, con un grado di profondità interessante. Neanche mi ricordo poi com’è scattata la cosa. Riccardo ha una capacità di scrittura gigantesca, assieme a lui poi c’è Marco Paganelli, che tratta la produzione, lavora con i suoi arrangiamenti ed è un’altra persona estremamente di cultura. Ci siamo trovati lì a parlare delle cose dei Fask, delle nostre robe piccole di provincia, con altre persone che hanno le loro robe piccole di provincia; e questa cosa si è unita all’interno di un sistema di competenze e ci ha permesso di sfondare quel muro, il più delle volte imbattibile, che è il muro dei Fask».

Il muro dei Fask?

«Sì, perché noi facciamo le cose in quattro da sempre, da quando abbiamo 18 anni, siamo sempre stati abbastanza monolitici. Hai presente quella roba che diceva Gallagher, che il mercato non vuole le band perché le band sono imbattibili, perché insieme si fanno forza? Ecco, noi, veramente, questo lo sottoscriviamo. Loro però hanno abbattuto questo muro, perché sono nostri amici, è gente che affronta le nostre stesse fatiche, capisce le stesse cose, parla di musica tutto il giorno, non pensa ad altro che alla musica. Quindi si sono inseriti perfettamente e questo ci ha permesso, per esempio, di uscire fuori dalle nostre impasse. Tipo: siamo due contro due rispetto a un arrangiamento? Arrivavano loro e dicevano: “Ragazzi, ma è palesemente questo, ma siete imbecilli?”. Il grande valore aggiunto è che loro ci hanno fermato nei nostri capogiri infiniti e ci hanno detto: “Guarda che questa cosa è bella” oppure “Senti, la frase messa così, non ti suona meglio?”, e noi dicevamo: “Madonna, forse sì”, perché ce lo diceva un amico, una persona cara, e questo su di noi funziona molto. Per questo poi il pezzo scivola, perché è un pezzo dei Fask registrato e prodotto come qualcuno che ascolta i Fask lo vorrebbe sentire. La cosa forte è proprio questa, una visione congiunta di che cosa è questa band adesso, di qual è il suono di questa band e qual è sempre stato il suono di questa band, cercando di non snaturare niente».

Vi è venuto da pensare “Potevamo farlo prima!”?

«Sì, infatti stiamo continuando a collaborare con loro perché, banalmente, ci divertiamo».

Questo singolo, ma possiamo allargarci anche al disco e al tour che evidentemente arriveranno, in che momento della storia dei Fask esce?

«Ogni volta che abbiamo pensato al nostro percorso, a dove siamo, a che dobbiamo fare, si creavano ansiette o idee sballone. Una cosa che premia questa band è il fatto che è una band che ti può piacere o non piacere, musicalmente parlando, perché cambia, ma è sicuramente sempre autentica rispetto a quello che sente. Cioè, tu puoi dirci tante cose, ma non di sicuro che non sentiamo le canzoni che scriviamo, questa è l’unica cosa che noi portiamo avanti con convinzione, e questo quindi automaticamente ti porta su un piano per cui non ti devi tanto domandare in che percorso sei, dove ti trovi, ma cosa sento, cosa voglio dire con questa canzone. Mi sembra che Inverno nucleare possa dire qualcosa in un contesto musicale dove tutto viene detto, dove tutto è esplosivo, dove ogni giorno escono tutti i dischi che uscivano nell’89. Quindi le domande che ci poniamo non riguardano tanto il percorso ma il perché noi facciamo musica. E questa è una domanda abbastanza profonda, perché poi più vai avanti, più fai i dischi, più dici “Ma a che serve questa roba qua?”. E il più delle volte la risposta è “Serve a me”, “Serve a noi, per esistere, per immaginare che tramite un linguaggio, che è la musica, io trovo quelle parole che quando vorrei parlare con un mio amico non ci riesco”».

Quanto è dura nella discografia di oggi tenere questa linea così genuina?

«Noi siamo dei privilegiati del cazzo. Perché noi abbiamo iniziato questo percorso quando era possibile un percorso nel cosiddetto mercato. Per cui tu potevi fare 100 concerti in un anno e, più o meno, campicchiare. Cioè, per noi l’alternativa era veramente la strada. Quindi noi non ci siamo mai domandati come facciamo domani a pagare le bollette, perché facciamo un concerto, andiamo in giro a suonare. Questo automaticamente ci ha permesso, nella fase della formazione, prima che i Fask determinassero delle economie, di fare come ci pareva. Quindi noi continuiamo su quella scia, ma solo perché abbiamo avuto il tempo di poterlo fare, perché abbiamo un pubblico che si è fidelizzato nel tempo, che ci vuole bene, che continua a crescere e che quindi ci permette di avere delle tempistiche che un ragazzino che inizia adesso non ha e non può avere. Quindi il problema reale purtroppo non è per noi, purtroppo è per i Fask che iniziano adesso e che non possono determinare il proprio mercato. Ci sono sempre ovviamente cose che si muovono al di là del mercato, mi vengono in mente i Tamango, ma rimangono comunque piccole isole, mentre un po’ di anni fa non era così, tutti noi ci muovevamo così, tanta della gente che si vede adesso nei grandi palchi ha fatto questo percorso qui, perché era possibile farlo. Quindi noi oggi dobbiamo soltanto essere sicuri che la nostra musica sia bella per noi, sia qualcosa di presentabile al mondo».

Sono certo che saranno tanti i ragazzi che vi chiederanno qual è la strada più giusta da intraprendere per provare a mettere un piede dentro questo mondo…

«Anche a noi prende quest’ansia musicale collettiva, ma non con la pesantezza che prende le nuove generazioni. Siamo stati fortunati in termini di tempistiche, anche se non ne avevamo idea, non ne avevamo contezza. Adesso se ci arriva un ragazzo o una ragazza che ci dice “Io sto facendo questo percorso”, e ce ne arrivano sempre, tutti noi ci troviamo in difficoltà, non sappiamo mai che cosa dire, non sappiamo qual è il percorso adesso da consigliare. Una volta avrei detto “Vai e suona, suona ovunque, anche in una pizzeria del cazzo con tre persone che ti ascoltano”».

Alla fine, stringi stringi, il live sarà sempre l’elemento che fa la differenza, vero?

«La nostra speranza utopica è che si andrà verso un’epoca in cui il live sarà sempre più importante, perché sarà l’unica cosa tangibile, vera, che ti rimarrà. Cioè, vedere una persona davanti a te, con le sue vulnerabilità, spero rimarrà sempre una cosa impagabile, fondamentale ed insostituibile. All’inizio facevamo schifo, salivamo sui palchi ed eravamo orrendi, abbiamo imparato piano piano. Quello che succede oggi è tosto, se ti va bene e le imbrocchi giusta ti trovi davanti a duemila persone che cantano le tue canzoni, come ci arrivi emotivamente? Come si scende da quel gradino se per caso va male? Come ci si risale? Con che forza d’animo? Anche queste sono domande che ci poniamo. Veramente, più si va avanti e più dico “Madonna, che fortuna! Noi abbiamo un pubblico formato che ci ascolta, che si avvicina potendo sentire otto dischi”, quindi, insomma, c’è roba da ravanare, è una vera carriera».

Secondo voi questa mancanza di gavetta influisce sull’opinione media della gente, del tutto sconclusionata, che in Italia non si produca più nuova bella musica?

«La musica bella c’è e ci sarà sempre, perché la musica, prima di tutto, il più delle volte, parte da un’esigenza personale, che non è proprio l’esigenza del “Voglio fa’ lo stadio, voglio fa’ i numeri”. Il problema grande è come dargli prospettive. Noi potremmo fare dischi radicali, esattamente come ci venivano in mente, ma li potevamo fare perché potevamo portarli in giro. Se oggi ci sembra che la musica che gira sia sempre un pochino uguale a se stessa, deriva esclusivamente da un contesto di mercato. E allora le cose più difficili, che hanno un pubblico magari un po’ più di nicchia, che necessitano di posti più piccoli, non riescono a venir fuori, anche perché i posti più piccoli non riescono a stare in piedi. Quindi alla fine ne risente la qualità di un certo tipo di musica, perché il fatto che ora giri tutto un po’ intorno alle piattaforme trasforma un po’ tutto in una fabbrica, devi produrre costantemente, devi esistere sempre, c’è una certa fetta di mercato musicale che è costretta, per forza di cose, a essere sempre sul pezzo, e questo a volte può anche penalizzare la qualità, ma per un discorso proprio matematico».

Qual è segreto dei Fask?

«Noi abbiamo un megafono che è la nostra storia, il tempo. Il tempo ci ha reso più forti, perché era il tempo giusto».

Nell’ultimo periodo noto un certo cambiamento. Vedo trapper che provano a scrivere roba più sensata, vedo cantautori che si prendono più tempo per la scrittura, che cominciano a non sottostare più alle leggi dell’algoritmo…

«Noi sentiamo il disagio generalizzato di tanti artisti. Probabilmente è tutto frutto di questo tempo di incertezza profondissima, che da qualche parte attecchirà, è impossibile che qualcosa non esploda, che qualcosa non succeda. Non sappiamo le tempistiche, non sappiamo quando, non sappiamo come, non ne abbiamo idea. Di sicuro sembra che ce ne sia bisogno, perché il problema è che noi alla fine siamo ascoltatori, noi vogliamo la musica bella, la vogliamo sentire ovunque, la vogliamo vedere».

C’è bisogno di più rock nella musica italiana?

«Il problema grosso è l’attitudine rock’n’roll, cioè è proprio un discorso di creare, di immaginarsi, percorsi laterali. Pensare che le cose non si debbano fare sempre in quel modo, ma le puoi cambiare. Pensare di fare un concerto sotto casa e lo fai, e non ti leghi al fatto che devi fare il posto grosso, così che poi c’è scritto “Sold out” e col sold out vendere altri biglietti. Così si crea solo isteria. Invece esiste il modo di riportare in un mondo sicuramente capitalista come quello in cui ci troviamo, delle idee più strane, più particolari. Per esempio, i Maneskin avevano funzionato molto perché avevano riportato la sessualità nel rock, che era una roba che mancava dai tempi di David Bowie».

Ma la formula Fask/Zanotti non può funzionare anche a Sanremo? Voi tra l’altro avreste un conto aperto con il Festival, anni fa si diceva foste dentro fino alla sera prima e poi Giorgia decise di partecipare e Conti vi fece fuori, salvo poi lamentarsi che avrebbe voluto più rock nella sua playlist…

«Noi in realtà non è che abbiamo un conto aperto, Sanremo è una cosa che in Italia non si può ignorare se fai il musicista, perché è il più grande palco che c’è. Cioè non la puoi ignorare adesso, tempo fa la potevi tranquillamente ignorare. Ed è una cosa che ci stimola da un certo punto di vista, quindi ci piacerebbe farla, ma non abbiamo nessun conto aperto. Sanremo è uno dei pochi posti, forse l’unico, dove la televisione generalista parla di musica. Una volta ce n’erano tanti, anche nelle radio si parlava di più di musica, adesso è più programmazione e programmi. A Sanremo si parla delle canzoni, cioè la gente dice “Questa canzone mi piace, però in realtà questo testo a me dice questo”. Fighissimo! Cioè è una cosa molto interessante. Poi il problema, tra virgolette, di Sanremo è anche questo: tu vai lì e ti confronti con dieci milioni di persone che guardano e ascoltano quella canzone. Quindi devi capire cosa vuoi raccontare. Nel caso di una band come noi tu devi raccontare qualcosa che sia perfettamente coerente col tuo percorso, perché se tu porti lì la canzone fatta per Sanremo, ce ne sono esempi costanti nella storia del festival, tu bruci vent’anni di musica in un secondo. Quindi una band come noi, che sta per fortuna benissimo, assolutamente in forze, fa i propri tour con migliaia di persone che ci vengono a vedere, è chiaro che deve andare lì con un’idea sensata. Tutto questo è più complesso di quanto sembri».

La domanda sorge spontanea: ce l’avete questa canzone oggi?

«Sì».