Non c’è vita in Accademia dopo la laurea: in 10 anni dimezzati i posti per i ricercatori

Nell’ultimo decennio i posti per i dottorati in Italia sono calati del 43,4%. A farne le spese è soprattutto il Sud, ma tutto il Paese dovrà fare i conti con l’assenza di cervelli e la loro inevitabile fuga

«Niente di nuovo sul fronte occidentale». L’amaro titolo dell’indagine condotta dall’Adi, l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia, ci restituisce ancora una volta una situazione tutt’altro che positiva per quanto riguarda la ricerca nel nostro Paese. Secondo i dati presi dal Miur, negli ultimi dieci anni i posti per il dottorato si sono praticamente dimezzati.

Un decennio in picchiata

Nell’ormai lontano 2007, i posti di dottorato banditi in Italia erano in tutto 15.832. Il presente ci parla di una realtà ben peggiore: nell’anno appena trascorso, i posti disponibili sono calati del 43,4%, scendendo a 8960. Il Sud Italia si è visto tagliare più della metà dei posti (il 55,5%), allargando ancora di più il divario con il Nord e il Centro in quanto a possibilità di carriera. A oggi, il Nord conta quasi la metà dei dottorati banditi in Italia (48,2%), contro il 29,6% del Centro e il 22,2% del Sud.

Ma anche nelle aree settentrionali del Paese le cose non vanno bene. I cervelli tagliati fuori dalle Università del Nord sono un significativo 37%, e al Centro resta espulsa una fetta importante degli aspiranti accademici (41,2%). E questo nonostante il crollo dei dottorati senza assegno di ricerca (in sé notizia positiva), che non ha portato – come si poteva erroneamente prevedere – a un aumento dei posti retribuiti.

Poche certezze per i pochi vincitori

Nonostante l’aura di elitarismo che i bandi continuano a trascinarsi dietro, la triste realtà è che, anche in caso di assegnazione del posto, i ricercatori hanno poco da gioire. Come ha più volte sottolineato l’associazione dei ricercatori a tempo determinato (ARTeD), non c’è vita dopo il dottorato. L’universo del post-doc è costellato da contrattini precari messi in moto dopo la riforma Gelmini del 2010.

Lo stesso viceministro all’Istruzione Lorenzo Fioramonti (M5S) ha messo sul tavolo la necessità di riformare la struttura universitaria partendo dall’abolizione di quella macchina di precarietà. Sulla via segnata dal decreto dignità, Fioramonti si è prefissato di abolire i contratti post-doc a tempo determinato, che non garantiscono l’accesso al concorso per entrare di ruolo.

Come ha sottolineato l’Adi, solo il 10% dl totale conquista l’ambita cattedra, mentre gli altri rimangono ricercatori finiscono per essere espulsi dall’Univeristà. Anche i dati del Cineca elaborati dalla stessa Adi, hanno confermato che all’interno delle Università il personale precario supera quello stabile: i lavoratori a tempo determinato sono 68.428, contro i 47.561a tempo indeterminato.