Dove osano i socialisti: la penisola iberica ha svoltato a sinistra

I partiti di estrema destra avanzano in tutta Europa, con l’eccezione di Portogallo e Spagna

Negli ultimi anni i partiti di destra e i movimenti sovranisti hanno modificato i vecchi equilibri basati sul bipolarismo tra centrosinistra e centrodestra. Il socialismo tipico delle sinistre europee sta affrontando una fase di profonda crisi. Ma con la recente vittoria del Psoe in Spagna e il sorprendente risultato del premier Antonio Costa in Portogallo, la penisola iberica è l’ultimo avamposto in Europa da cui la sinistra sembra poter ripartire.

Con le ultime elezioni politiche, la Spagna fa una curva a sinistra e la resurrezione del Psoe va di pari passo con quella del leader, Pedro Sanchez: cacciato dal suo stesso partito nel 2016, con le elezioni dello scorso 28 aprile, ha portato il Partito socialista operaio spagnolo vicino a quella diffusione di consenso che caratterizzò i governi di Zapatero.

Il nuovo millennio

Nei primi anni 2000, in 10 dei 15 Paesi più grandi dell’Europa occidentale governavano partiti di sinistra. Il tracollo è avvenuto dopo la prima decade del millennio: dopo la crisi finanziaria e quella del debito sovrano, i rapporti di forza si ribaltano simmetricamente e diventano 10 i Paesi in cui governa la destra.

A sinistra Pedro Sanchez, a destra Antonio Costa

L’eccezione iberica

L’ascesa delle destre, però, non ha avuto riscontri nella penisola iberica: in Portogallo, dove il governo socialista di Antonio Costa dal 2015 a oggi ha portato molti benefici all’economia lusitana, e in Spagna, dove Pedro Sanchez, complice la frammentazione della destra, è l’unico in grado di formare il prossimo governo.

Il caso portoghese

A Lisbona, il governo di Pasos Coelho, oltre ad affrontare la gravissima crisi economica, ha subito un forte calo dei consensi dopo che, il predecessore Socrates, è stato condannato a un anno di carcere per frode e corruzione.

In questo vuoto di potere nell’area socialista, Antonio Costa è riuscito a riunire attorno a sé una maggioranza intorno a programmi di incentivi economici per il settore turistico e dei servizi, combinato a una serie di agevolazioni fiscali per le imprese. Il risultato? Il Portogallo è riuscito a ridurre il deficit pubblico allo 0,5% del Pil.

Antonio Costa e Pedro Sanchez in un summit bilaterale a Valladolid

Il caso spagnolo

Dopo le elezioni del 26 maggio si risolverà il rebus sulla formazione del governo spagnolo: l’unica cosa certa è che il primo ministro sarà Pedro Sanchez che, il 28 aprile scorso, ha portato il Psoe al 28,7% dei consensi. Numeri così alti per il partito socialista non si vedevano dai tempi di Zapatero.

Ovviamente, a determinare il successo sono stati fattori diversi, non ultimo il crollo dei popolari di Mariano Rajoy, sfiduciato dopo che il suo partito ha dovuto affrontare una serie di casi giudiziari per corruzione. Gli scogli più alti per il governo di Sanchez saranno le spinte indipendentiste dei partiti baschi e catalani i cui voti potrebbero essere necessari per dare al Psoe la maggioranza in parlamento. E, anche per questo, il segnale che arriverà dalle urne europee sarà importante per capire quanto solido è il futuro del parlamento spagnolo.

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