Aborto, se l’Alabama è peggio dell’Arabia Saudita

I divieti di interruzione della gravidanza appena approvati in Alabama, Georgia, Missouri sono più restrittivi di quelli vigenti in circa la metà dei paesi del Medio Oriente a maggioranza musulmana

E se gli occidentalissimi Stati Uniti, liberi e libertari, fossero peggio dei paesi musulmani in termini di diritti delle donne e di aborto? Addirittura peggio dell’Arabia Saudita? A sollevare il dubbio è il giornale israeliano Haaretz: i divieti di aborto appena approvati negli stati dell’Alabama, della Georgia, e nel Missouri che tanto hanno fatto scalpore e che hanno visto l’opposizione della società civile con intellettuali e artisti in prima fila, sono più restrittivi di quelli vigenti in circa la metà dei paesi del Medio Oriente a maggioranza musulmana.

«Non c’è un livello di fervore, violenza e di attacchi contro le donne paragonabile a quello negli Stati Uniti in questo momento», dice – come ricostruisce Quartz – Leila Hessini, vice presidente del Global Fund for Women, che promuove iniziative per l’uguaglianza di genere a livello internazionale. «In Medio Oriente e Nord Africa non vediamo lo stesso desiderio di rendere le leggi più punitive e più restrittive per le donne che hanno bisogno di ricorrere all’aborto rispetto a quanto vediamo negli Stati Uniti», aggiunge.

Una decina di giorni fa la governatrice dell’Alabama, la repubblicana Kay Ivey, ha firmato il provvedimento che proibisce l’aborto nello Stato, anche nei casi di stupro e incesto, rendendo quella dell’Alabama la legge più restrittiva d’America sull’interruzione di gravidanza. L’unica eccezione ammessa è se la madre è in serio pericolo di vita. Sono in arrivo i ricorsi, per violazione della Costituzione americana.

Kay Ivey sa benissimo che questa legge verrà contestata nei tribunali federali. Ma lei e i sostenitori di questa restrizione senza precedenti al diritto all’aborto hanno già preannunciato l’intenzione di presentare una causa alla Corte Suprema, dove si batteranno per superare «Roe vs. Wade», la sentenza che ha di fatto legalizzato l’aborto negli Stati Uniti nel 1973.

Donne saudite fotografano le opere dell'artista Sabah Al-Dhafiri durante un'esposizione a Riad, Arabia Saudita, 16 febbraio 2018. Epa/Amel Pain
Donne saudite fotografano le opere dell’artista Sabah Al-Dhafiri durante un’esposizione a Riad, Arabia Saudita, 16 febbraio 2018. Epa/Amel Pain

E in Arabia Saudita? Non cambia molto, anzi. L’interruzione di gravidanza, ricorda ancora Quartz, è consentita in caso di rischio di vita per la donna, per proteggere la sua salute fisica e mentale. In caso di gravidanza causata da incesto o stupro, è possibile ricorrere all’aborto legalmente per ragioni di tutela della salute mentale della donna.

Non solo: le leggi sull’aborto in altre nazioni a maggioranza musulmana come Kuwait, Giordania, Qatar, Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti – spiega ancora la testata americana – consentono di terminare le gravidanze in caso di stupro, incesto, menomazione fetale o rischio per la salute mentale o fisica di una donna.

Il Maghreb

Paesi come la Turchia, il Marocco, l’Algeria e la Tunisia prevedono l’aborto legale e gratuito nei primi tre mesi di gravidanza. Dopo questo termine, è possibile ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza se c’è pericolo di vita per la donna, per ragioni di salute mentale e fisica, se il feto ha dei problemi.

Il cortocircuito tra occidente e oriente, sul corpo delle donne, viene ricostruito da Haaretz: è il 2014 quando l’Alabama approva una legge che vieta ai tribunali civili di utilizzare eventuali norme straniere nelle loro decisioni.

Una legge redatta proprio dall’uomo che ha scritto il nuovo disegno di legge anti-aborto dell’Alabama, l’attivista Eric Johnston, fondatore dell’Alabama Pro-Life Coalition. È Johnston, nel 2014, a sostenere che è necessario escludere la legge straniera dalle sentenze americane per proteggere le donne americane dalla legge islamica della Sharia, perché restringe la libertà delle donne. «La legge della Sharia viola i diritti delle donne», spiegava Johnston.

È Johnston, nel 2014, a sostenere che è necessario escludere la legge straniera dalle sentenze americane per proteggere le donne americane dalla legge islamica della Sharia, perché restringe la libertà delle donne. «La legge della Sharia viola i diritti delle donne», spiegava Johnston.

Alabama 2014

Cinque anni dopo, l’Alabama, in termini di restrizione dei diritti delle donne, diritto all’autodeterminazione e diritti riproduttivi, si pone sullo stesso piano di «circa la metà dei paesi del Medio Oriente a maggioranza musulmana, inclusi Iran, Siria, i territori palestinesi e l’Iraq, che secondo i dati delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione mondiale della sanità hanno divieti totali di aborto, tranne nei casi in cui la la vita della donna è in pericolo».

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