La California frena la gig-economy: i lavoratori sono dipendenti a tutti gli effetti

Le aziende californiane stanno «entrando nel panico»: l’economia on-demand non è per lavoratori autonomi

Mentre l’Italia attende che il tavolo sui rider venga riaperto dal Ministero del Lavoro, la California ha fatto il primo passo per riscrivere le regole della gig-economy. O meglio, per riassorbire la forza lavoro sfuggita in questi ultimi anni alla regolamentazione contrattuale più classica del lavoratore dipendente.

L‘Assemblea dello Stato californiano ha approvato una legge che renderà più difficile per le aziende avere dei lavoratori inquadrati come autonomi invece che subordinati. La legge ora passerà al Senato per il vaglio definitivo.

Gli effetti del cambiamento saranno immediati, oltre che enormi: centinaia di lavoratori non inquadrati potranno beneficiare delle tutele previste dai contratti dai lavoratori dipendenti – quali disoccupazione, sussidi, straordinari, salario minimo orario (che negli Usa è fissato a 12 dollari l’ora) e assicurazione sanitaria.

Non solo: se la legge dovesse passare definitivamente, le aziende saranno private di parte dei loro guadagni. Ad esempio, considerando i propri lavoratori come indipendenti invece che come subordinati, in questi anni di attività Uber non ha avuto bisogno di pagare un minimo orario a centinaia di persone, né assicurare loro i vari benefit o pagare le relative tasse o contributi. Per questo, come scrive Alexia Fernández Campbell su Vox, alcune imprese californiane stanno «entrando nel panico» per la possibilità che la legge passi anche al Senato.

Che cos’è la gig economy

“Gig” è l’abbreviazione dell’inglese “engagement”, ingaggio. All’inizio del Novecento, “gig” veniva usato dai musicisti jazz per riferirsi all’ingaggio ricevuto per una serata. Pian piano, l’espressione si è diffusa in tutto il mondo della musica, fino a riferirsi a qualsiasi tipo di ingaggio saltuario e in proprio che prescinda dal posto fisso e che si orienti, invece, sulla variabile della richiesta.

È con un discorso di Hillary Clinton risalente al 2015 che il termine è entrato ufficialmente nel mondo dell’economia globale. «Molti americani stanno guadagnando soldi extra per potersi permettere una piccola stanza», aveva detto Clinton, «progettando siti web, vendendo prodotti che hanno realizzato artigianalmente in casa o addirittura guidando la loro macchina privata. Questa economia on-demand, o per così dire gig-economy, sta creando economie dinamiche e sta scatenando l’innovazione. Ma sta anche sollevando serie questioni sulla salvaguardia del posto di lavoro e su quale forma avrà un buon impiego in futuro».

Rider, Uber, Airbnb: tutte forme di economia on-demand che pian piano sono diventate il sostrato della nostra quotidianità. Servizi di food delivery, di affitto temporaneo o di trasporto privato alternativo, orientati dalle piattaforme di mediazione (le app) che facilitano al cliente la fruizione dell’offerta. Ma che gravano enormemente sulle entrate del lavoratore, costretto a dividere le entrate con le imprese (spesso multinazionali) che ne gestiscono gli ordini.

Come funzionerà la legge californiana

«Le grandi imprese non potranno più abbassare i loro costi privando i lavoratori delle protezioni a cui hanno diritto», ha scritto su Twitter Lorena Gonzalez, membra dell’Assemblea di San Diego, dopo che gli altri deputati hanno votato in maggioranza la legge che lei stessa ha aiutato a scrivere.

Il provvedimento, conosciuto come “AB-5”, prevede un cosiddetto “ABC test”, necessario a capire se e quando un lavoratore debba essere inquadrato come subordinato.

Per poter registrare i lavoratori come indipendenti, l’azienda deve poter provare che a) sia libero dal controllo del datore di lavoro, b) il suo lavoro non sia centrale per il business e il profitto dell’azienda e che c) il lavoratore ha un proprio business indipendente. Se tutte e tre le condizioni non vengono riconosciute dalla Corte Suprema, il lavoratore deve essere inquadrato per legge sotto un contratto da dipendente.

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