Quando la cannabis ti cambia la vita. Le storie di Pietro, Simona e Antonio – L’intervista

Dopo la sentenza della Cassazione del 30 maggio, abbiamo contattato tre ragazzi che della canapa hanno fatto la loro fonte di guadagno

Tre storie, per tre personaggi, accomunate da un fattore: lavorano con la cannabis. Pietro, Simona e Antonio abitano in zone diverse del Paese, rispettivamente a Milano, Roma e Bari.

Tutti e tre hanno deciso, un giorno, di investire nel business della cannabis light, ovvero quella sostanza, derivata dalla canapa, commercializzabile perché con un tasso di Thc (il principio attivo) inferiore allo 0,2%.

Open li ha contattati per sapere cosa pensano della sentenza della Cassazione arrivata il 30 maggio e che, come recita il testo, vieterebbe la commercializzazione dei derivati della canapa, «salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante».

Su questo ultimo passaggio, i produttori si preparano a dare battaglia, anche se bisognerà aspettare le motivazioni della sentenza, attese entro 90 giorni, prima di capire se la decisione dei giudici sarà inoppugnabile o meno.

Pietro, a Milano la prima cannabis light

Pietro

Pietro Moramarco ha 30 anni, vive a Milano, città dove ha studiato facendo in parallelo qualche lavoro saltuario. Nel 2014 il primo salto nel vuoto: decide di aprire un’attività che commercializza prodotti per la coltivazione della canapa, i cosiddetti grow shop. Il grande passò, però, lo ha fatto nel 2017.

Come hai iniziato la tua avventura?

«Ho aperto il primo negozio, il MaryMoonlight, di cannabis light. Ed è stata la svolta: siamo stati i primi a smerciare un prodotto che all’epoca avevamo etichettato come Marijuana light, diventata poi nel tempo la cannabis light».

Il motivo?

«Quello delle inflorescenze è un mercato borderline, e fin da subito mi sono accorto che si poteva rischiare. L’attività l’ho aperta per due ragioni: per sfida e per gioco. Ora possiedo venti negozi, insieme ad altri quattro soci, e rifornisco più di un centinaio di rivenditori».

Hai dovuto investire molto denaro, all’inizio?

«Per nulla, e ogni volta che guadagno reinvesto».

Pietro

Cosa pensi di questa sentenza della Cassazione?

«Penso sia un fuoco di paglia, è solo questione di aspettare un po’ di tempo e tutto tornerà alla normalità. Lo dimostra anche il sequestro di merce che ho subìto nel 2018: dopo qualche mese è arrivato il dissequestro e questo perché la Guardia di Finanza si è ritrovata davanti a qualcosa che, per stessa ammissione delle forze dell’ordine, è priva di sostanza drogante».

Ma se domani ti chiedessero, invece, di chiudere?

«Chiuderei. Io il tentativo di fare una rivoluzione, l’ho fatto e lo faccio tutt’ora. È chiaro che mettere dei paletti a un settore come quello della cannabis, che ritengo un settore importantissimo, va a incrementare quelli che possono essere gli affari tra Stato e criminalità organizzata, ma questo ormai è risaputo».

Pietro

Simona, dalle ripetizioni alle piantagioni di canapa

A destra, Simona

Simona Giorgi, 24 anni, di Roma, sta cercando di ultimare gli studi in Giurisprudenza. In passato, per mantenersi, ha fatto la cameriera, le pulizie, e dava anche ripetizioni.

Hai scelto il mondo della cannabis per passione?

«Un paio di anni fa, complice un grave lutto, ho dovuto scegliere, su consiglio del medico se buttarmi sugli psicofarmaci o scegliere la cannabis terapeutica».

Una delle piantagioni curate da Simona

E come è andata?

«Gli psicofarmaci mi facevano stare solo peggio, allora ho provato la cannabis e lì è nata una passione sfrenata. Ho capito che è una sostanza che porta solo vantaggi a chi ne fa uso».

Hai quindi aperto un negozio…

«Esatto, ho investito circa mille euro insieme al mio socio e ho cominciato. Ora a Roma siamo famosissimi, abbiamo più di un negozio anche se ogni tanto dobbiamo far fronte a qualche problema di routine…»

Quale problema?

«Il 5 dicembre 2018 abbiamo avuto prima un sequestro, tramutatosi poi in dissequestro della merce. La Guardia di Finanza si è accorta che, rispetto alle segnalazioni ricevute, non vendevamo affatto sostanze psicotrope».

A sinistra, Simona

Possiamo considerare routine anche la sentenza della Cassazione di qualche giorno fa?

«A dire il vero non me l’aspettavo proprio. Davvero siamo ritornati su un argomento simile? Inutile dire che mi batterò con le unghie e con i denti per difendere questo genere di attività. Anche perché, se poni un freno alla cannabis, non arrechi danno solo a me che la vendo, ma anche a chi lavora nel “dietro le quinte”: i ragazzi del packaging, chi produce le cartine. Il giro d’affari mica si ferma a noi che vendiamo inflorescenze».

Un gran bel giro d’affari…

«Sì, più o meno da 180 milioni di euro. Robetta, insomma. E noi ci paghiamo le tasse su questa merce, lo Stato dovrebbe ringraziarci».

Antonio, una fuga a Malta prima dei cannabinoidi

Antonio

Antonio Di Tanno vive a Bari. Dopo una laurea in Giurisprudenza è andato a Malta a cercare fortuna. Lì, ha aperto una società di gaming online. Ad un certo punto, Malta ha cominciato a stargli stretta ed è ritornato a casa, in Italia. A Bari ha aperto un cannabis shop con servizio a domicilio.

Come mai questo cambio di vita?

«Avevo la necessità di creare qualcosa nel mio Paese. Ho capito che il regno della cannabis light era un buon terreno da sfruttare, visto il vuoto legislativo sulle inflorescenze, la resina…»

E poi?

«E poi per interesse imprenditoriale. L’argomento mi appassionava così tanto che mi ci sono buttato senza sapere come sarebbe andata».

Una piantagione di canapa

E com’è andata?

«Molto bene, purtroppo (ride, ndr). Siamo partiti dal basso, pagando una cifra davvero esigua per l’investimento e ora siamo diventati famosi in città. Dico siamo, perché oltre a me c’è un altro socio».

Che mi dici della sentenza in Cassazione?

«Quella sentenza è lo specchio di un’Italia che non riesce ad andare avanti, che non progredisce, che non si mette in testa che discettando ancora di argomenti simili, nel 2019, è come fare l’occhiolino alla criminalità organizzata. Che ringrazia sentitamente, immagino».

Se ti dicessero che da domani devi chiudere?

«Chiuderei, non mi metto contro la legge. Mi inventerei di nuovo qualcosa, mi rimboccherei le maniche come ho sempre fatto».

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