Diffamò l’Arcigay, condannato a 4 mesi l’organizzatore del Family day Gandolfini

L’organizzatore del Congresso delle famiglie attribuì all’associazione Lgbtq la possibilità di connotare come “pedofilo” il proprio profilo Facebook

Massimo Gandolfini, organizzatore del Congresso delle famiglie, è stato condannato dal tribunale di Verona per diffamazione nei confronti dell’Arcigay. A comunicarlo è l’associazione in difesa dei diritto Lgbtq che, con una nota, spiega che Gandolfini è stato condannato «a 4 mesi di reclusione, convertiti in una sanzione pecuniaria di 30mila euro». Dovrà inoltre versare «una provvisionale di 7mila euro per l’Arcigay e 3mila per l’allora presidente, Flavio Romani».

L’associazione ricostruisce quindi come si sia svolta la vicenda. I fatti avvennero nel 2015 – scrive Arcigay – quando durante un intervento pubblico Gandolfini sostenne che tra le 58 identità di genere approvate dall’Arcigay e tra cui era possibile optare su Facebook per connotare il proprio profilo, vi fosse anche la pedofilia.

Per sostenere le proprie affermazioni – si legge ancora nella nota – Gandolfini mostrava un articolo de La Repubblica che nell’occhiello recitava: «Da oggi il social media permette di optare tra 58 identità diverse. Tutte approvate da Arcigay, inclusa una destinata a suscitare dibattiti».

Tuttavia Gandolfini, secondo i giudici, avrebbe travisato il contenuto dell’articolo, «sostenendo che l’identità di genere approvata da Arcigay e destinata a suscitare dibattito fosse la pedofilia, e non quella del “femminiello”, come l’articolo correttamente riportava», chiosa Arcigay.

Nello scorso aprile Simone Pillon, attuale senatore della Lega e anch’egli promotore del Congresso delle famiglie, era stato condannato dai giudici di Perugia a pagare una multa di 1.500 euro per diffamazione nei confronti del circolo Lgbt Omphalos dello stesso capoluogo umbro, affiliato ad Arcigay. Alla base della condanna, le affermazioni di Pillon secondo cui il circolo sarebbe stato un luogo di «adescatori di minorenni».

Il giudice aveva disposto anche il risarcimento in sede civile nei confronti del circolo e di un attivista per complessivi 30 mila euro: al pagamento della cifra il giudice aveva subordinato la sospensione della pena.

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