Cos’è la procedura d’infrazione e cosa rischia l’Italia, spiegato in 3 minuti

Gli italiani la temono, il Governo la nega, l’Ue la minaccia: capiamo di più sulla procedura d’infrazione contro l’Italia

Per la prima volta nella storia dell’Unione Europea, uno Stato membro potrebbe essere vittima di una procedura di infrazione per debito eccessivo. E questo Stato è l’Italia. Da fantasma che si aggirava per i ministeri già nel 2018, la prospettiva di una procedura di infrazione ha preso una forma più concreta quando, lo scorso 29 maggio, la Commissione europea ha fatto il primo passo previsto dal provvedimento: inviare una lettera di ammonimento indirizzata al Governo. Ma perché l’Europa ha deciso di mandarci un avvertimento?

Come funziona la procedura di infrazione

Nello specifico, la procedura di infrazione per eccesso di debito pubblico è una dinamIca regolata dall’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Si tratta di un provvedimento che l’Ue è chiamata a prendere in considerazione quando un Paese membro non rispetta due requisiti:

  • Il deficit di bilancio pubblico non deve superare il 3% (cioè le uscite di uno Stato non devono superare gli incassi di oltre 3 punti percentuali). Contrariamente a quanto annunciato nel Def, nel quale il Governo aveva previsto una riduzione del deficit dello 0,3% rispetto al 2,4%, al momento l’Italia si aggira attorno al 2,5%. Secondo quanto rivendicato da Giovanni Tria durante il G20 finanziario di Fukhuoka (quello dove ha bocciato i minibot come possibilità sanatoria), l’Italia riuscirà a toccare quota 2,1% entro la fine del 2019.
  • Il debito non deve superare il 60% del Pil. Per debito pubblico si intende quel debito che lo Stato contrae con altri soggetti che hanno deciso acquistare dei titoli di Stato. I creditori possono essere piccoli investitori, banche o anche altri Paesi. Al momento, l’Italia ha superato del 132% il suo prodotto interno lordo (prima di noi c’è la Grecia al 181%, subito dopo il Belgio e Cipro intorno al 102%).

Il rapporto tra Pil e debito è fondamentale per scongiurare il rischio del fallimento di uno Stato: più l’andamento del Pil è positivo, più un Paese non rischia di perdere i suoi creditori.

La condizione italiana, in prospettiva

Secondo quanto previsto dal Fiscal compact, l’accordo europeo sulla stabilità del bilancio, il debito di uno Stato deve diminuire ogni anno di un ventesimo – o quantomeno procedere il più velocemente possibile verso il limite del 60%.

Negli ultimi anni all’Italia sembra aver giocato una partita con regole a parte: nel 2018 il debito è aumentato di 0,8 punti percentuali (passando dal 131,4% al 132,2%), e nel 2019 si attesterà attorno al 133,7%. Con buone probabilità, tutto si muove verso il traguardo del 135,2% del 2020.

Per quanto riguarda lo stato del deficit, parametro fondamentale per capire l’andamento economico del Paese, anche qui non c’è stato nessun passo verso il miglioramento. L’Italia non ha rispettato la promessa di migliorare il rapporto tra quanto spende e quanto incassa, e quella paventata riduzione dello 0,3% non c’è mai stata.

Cosa comporta

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha avuto 48 ore di tempo («che non si danno nemmeno ai camerieri», ha commentato Antonio Rinaldi della Lega), per rispondere alla lettera dell’Ue con un’altra lettera di spiegazioni – poi circolata per colpa di una “manina” – alla quale ora l’Italia attende una risposta.

Se l’Ue non riterrà valida la strategia correttiva sul disavanzo progettata dall’Italia, la Commissione chiederà alla corte di Giustizia di imporre delle sanzioni. Come si legge sul sito della Commissione europea, le sanzioni sono calcolate tenendo conto di tre elementi:

  • l’importanza delle norme violate e gli effetti della violazione sugli interessi generali e particolari;
  • il periodo in cui il diritto dell’Unione non è stato applicato;
  • la capacità del paese di pagare, con l’intento di assicurare che le sanzioni abbiano un effetto deterrente

Le conseguenze per l’Italia

Secondo l’opinione di alcuni esponenti del governo, tra i quali il vicepremier Luigi Di Maio, l’Ue non andrà fino in fondo con la procedura di infrazione. Ecco perché i vertici gialloverdi non sembrano essere intenzionati a stravolgere l’idea di welfare promossa dalla manovra. Niente passi indietro sulle pensioni, niente aumenti dell’Iva, niente tagli al Reddito di cittadinanza (forse).

In ogni caso, se l’Italia non correggerà la rotta in maniera soddisfacente, e se non verranno rivisti i piani di investimento pubblico in modo da ridurre il disavanzo, il Paese diventerà a tutti gli effetti un sorvegliato speciale.

Oltre al peso delle sanzioni (fino a quasi 9 miliardi), all’aumento dell’Iva, alle revisione dei piani di investimento (cioè al ritiro di molte promesse e progetti), cose che graverebbero direttamente sulla vita dei cittadini, ci sarebbero altre due conseguenze.

Come visto, un Paese che dà una cattiva immagine di sé a livello finanziario non attira gli investitori. Da una parte, se la sfiducia sale, l’Italia non avrà abbastanza entrate per realizzare i progetti di interesse pubblico. Dall’altra, la spesa per interessi su titoli di debito pubblico di vecchia e nuova emissione, aumenterà.

Il calendario: le tempistiche previste dalla normativa europea

Secondo uno specchietto stilato dall‘Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, diretto da Carlo Cottarelli, la prossima tappa dovrebbe esserci attorno al 20 o 21 giugno. In quelle date, la Commissione europea potrà far sapere all’Italia cosa ne pensa del rapporto inviato il 31 maggio da Tria.

Ecco il calendario completo delle azioni europee, redatto sulla base della normativa sul funzionamento dell’UE:

  • 5 giugno 2019: La Commissione ha prepara la relazione per la violazione della regola del debito
  • 11 giugno 2019: Il Comitato Economico e Finanziario del Consiglio formula un parere in merito alla relazione dell’art. 126(3) e lo manda alla Commissione
  • probabilmente il 20 o 21 giugno: La Commissione, se lo ritiene opportuno in base alla situazione, inoltra il parere all’Italia e informa il Consiglio 
  • probabilmente il 9 luglio: Il Consiglio di Economia e Finanza decide se avviare la PDE (Procedura per Disavanzi Eccessivi) dopo una valutazione globale. Inizia qui la PDE
  • entro luglio: vengono decisi termini e condizioni da rispettare per l’Italia. La Commissione può proporre al Consiglio di far depositare all’Italia un deposito infruttifero al massimo pari allo 0,2% di Pil
  • entro agosto: La proposta è accettata automaticamente, salvo che il Consiglio voti per rigettare la proposta della Commissione. Ci sarà un ulteriore confronto tra Commissione e Ecofin per eventuali modifiche sulle percentuali dell’importo entro lo 0,2%
  • entro 3/6 mesi dall’apertura della procedura: La Commissione verifica la “mancanza di azioni efficaci” da parte dell’Italia e propone delle raccomandazioni al Consiglio. In caso di mancanze, le sanzioni (entro lo 0,2%) dovranno essere decise nell’arco di 30 giorni.
  • entro i successivi 2/4 mesi: se le inadempienze continuano e si aggravano, Ecofin può decidere di aumentare le sanzioni fino allo 0,5%, la Bci può essere esortata a rivedere i prestiti e il Fondo Europeo per Investimenti Strategici può sospendere gli impegni e i pagamenti

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