Macron vuole vendere gli aeroporti di Parigi, l’opposizione chiede un referendum

Anche Marine Le Pen ha invitato i suoi elettori a firmare per indire un referendum popolare e bloccare la privatizzazione degli aeroporti di Parigi

Cosa hanno in comune i socialisti francesi con i repubblicani di Nicolas Sarkozy, l’ex presidente francese, e i nazionalisti di Marine Le Pen? I deputati di schieramenti molto diversi tra loro si sono uniti per opporsi al piano del premier Emmanuel Macron di privatizzare gli aeroporti di Parigi, il gruppo che comprende gli aeroporti di Orly e Roissy-Charles-de-Gaulle.

Lo scopo sarebbe quello di risanare il debito pubblico – inferiore a quello italiano ma pari comunque a circa il 98% del Pil – ma anche di istituire con i proventi di un eventuale vendita – che dovrebbero essere pari a ben 7 miliardi di euro – un fondo per l’innovazione: soldi da destinare a nuove start-up nell’ambito della tecnologia, un tema caro al presidente.

Ma per i detrattori si tratta di una svendita inaccettabile di un asset strategico dello Stato, una mossa per certi versi sorprendente da parte del premier che aveva ostacolato la vendita dei cantieri di Saint-Nazaire a Financantieri per simili motivi. A questo si sommano le preoccupazioni da parte degli ambientalisti per cui la lotta all’inquinamento deve passare anche tramite la regolamentazione del traffico aereo.

La privatizzazione era stata approvata definitivamente dal parlamento l’11 aprile con un margine di circa 100 voti: 147 a favore, 50 contrari, 8 astenuti. Il 19 giugno invece ha avuto luogo, nel quartiere a Nord di Parigi Saint-Denis, dove l’economia locale dipende fortemente dall’attività dell’aeroporto, il primo raduno dei promotori di un referendum nazionale sulla privatizzazione del gruppo aeroportuale.

Tra i presenti anche i deputati repubblicani Gilles Carrez e François Cornut-Gentille, i deputati di France insoumise Clémentine Autain e Eric Coquerel oltre al segretario del partito comunista francese Fabien Roussel. Il referendum, possibile grazie a una legge del 2008 varata dal governo Sarkozy, sarà indetto a condizione che entro nove mesi – fino al 12 marzo 2020 – siano raccolte le firme di almeno 4,7 milioni di cittadini francesi, pari a circa un decimo dell’elettorato nazionale.

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