Caso Cucchi, i medici della difesa: «Non è morto né per epilessia né per malnutrizione»

Oggi 26 giugno è stata depositata la perizia dei medici sulle condizioni di decesso di Stefano Cucchi

Stefano Cucchi non sarebbe morto per l’epilessia da cui era affetto, ma «per una bradicardia dovuta ai traumi» causati, secondo l’accusa, dal pestaggio dei carabinieri dopo il suo fermo. È questa la tesi che emerge dalle spiegazioni dei consulenti della famiglia del giovane, deceduto all’ospedale Pertini di Roma nel 2009.

Una tesi resa in Aula di fronte alla Corte d’Assise, e alla quale si oppongono i consulenti della difesa. Secondo loro, Stefano sarebbe morto per «un fattore aritmico in una condizione di deperimento organico», a cui hanno contribuito «un moderato stato di anoressia e la disidratazione», conseguente alla sua volontaria malnutrizione dopo l’arresto. Epilogo che, a parer loro, si sarebbe potuto addirittura evitare.

Il processo per la morte di Stefano vede imputati cinque carabinieri, tre dei quali per omicidio preterintenzionale. L’unico fattore su cui le due contrapposte equipe di medici sembrano essere concordi è l’esclusione dell’ipotesi di una morte per Sudep, una morte improvvisa e inattesa di soggetti che soffrono di epilessia.

I nodi da sciogliere

Il nodo resta invece quello dei traumi riportati e in particolare se e quanto possano essere stati determinanti per la morte del giovane geometra romano. «La progressione della bradicardia è legata al trauma sacrale che Stefano aveva», spiega il professore Vittorio Fineschi, consulente della parte civile. Per Fineschi la «catena causale» della morte riguardò un trauma lombo-sacrale, una disfunzione vescicale, e la bradicardia (la riduzione della frequenza cardiaca).

Il neurologo Alessandro Rossi ha aggiunto che anche una morte da inanizione (una forma estrema di malnutrizione e conseguente decadimento) non è plausibile. «Escludo che quest’ultima possa uccidere in cinque giorni», ha detto il medico. Tesi che contrastano con quelle dai consulenti della difesa, i quali concludono che, «qualunque sia l’origine della lesività riscontrata su Stefano, la frattura sacrale guarisce in tre-quattro settimane e non richiede alcun trattamento specifico».

Per questi stessi medici «lo stato di Stefano era assimilabile ad un’anoressia di moderata entità: l’80% di questi soggetti va incontro ad una morte cardiaca. Cucchi, che già prima dell’arresto aveva una grave condizione pro aritmica, pativa una sofferenza multi organo ad alto rischio per la vita, associata in seguito ad una disidratazione».

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