Chi era Stefano Cucchi e cosa potrebbe dirci di lui la requisitoria del pm (che inizia oggi)

di OPEN

Il processo è alle battute finali: oggi, nell’aula bunker di Rebibbia, la requisitoria finale di Musarò. Il 3 ottobre sarà la volta di quella dell’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo. La sentenza è attesa per metà novembre

Sua sorella Ilaria lo ripete sempre: Stefano Cucchi «era un ultimo, un invisibile». Così è stato per tutto il suo calvario, i sei giorni tra caserme e ospedali penitenziari in cui ha incrociato oltre 200 persone tra agenti, operatori sanitari, medici. Mentre stava lentamente morendo. «Lo hanno visto, hanno visto il degenerare delle sue condizioni fisiche fino ad arrivare – dal ragazzo che era al momento dell’arresto – al cadavere che ho visto sei giorni dopo sul tavolo dell’obitorio», dice sua sorella.

La storia di Stefano Cucchi, a dieci anni esatti dalla sua morte, è tante cose: è il caso più noto tra i – tanti – di presunti o accertati abusi delle forze dell’ordine.

È un film, uscito il 12 settembre 2018: in “Sulla mia pelle” Alessandro Borghi parla come Stefano. Come lui si muove. Interpreta magistralmente questo ragazzo romano per la cui morte ancora non c’è, dal 2009, una verità giudiziaria. Un film intorno al quale, dal momento dell’uscita nelle sale, si è creato un movimento spontaneo di proiezioni collettive e di pathos, tra emozioni e senso civico. Un sussulto condiviso di sincera impressione, di fronte alle immagini implacabili dei giorni che hanno portato alla morte di un ragazzo di 31 anni.

Alessandro Borghi interpreta Stefano Cucchi in “Sulla mia pelle”

Stefano Cucchi, dal 2015, è un Memorial che porta il suo nome: una corsa – per atleti ma anche amatori – organizzata al parco degli Acquedotti a Roma: lì dove il 15 ottobre 2009 Stefano viene arrestato dai Carabinieri. Il prossimo Memorial, per il decennale, si terrà nella Capitale il 12 e il 13 ottobre 2019.

E Stefano Cucchi è anche un’associazione, nata nel 2017: voluta da Ilaria e dai suoi genitori, è una realtà che lotta per i diritti umani e «per dare voce a tutti gli Stefano che voce non ne hanno».

Il «violentissimo pestaggio»

Stefano Cucchi, si sa, viene trovato morto in una stanza del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma. E’ ricoverato lì da quattro giorni. Al momento della morte Stefano pesa 37 chili: secondo l’autopsia, è morto alle tre del mattino. Per la famiglia, per i legali e ora per l’accusa portata avanti dal pubblico ministero Giovanni Musarò, la morte di Stefano è il risultato di un «violentissimo pestaggio» avvenuto prima ancora dell’udienza di convalida dell’arresto, la mattina del 16 ottobre, ad opera dei carabinieri che lo hanno arrestato. Dopo quel pestaggio Stefano – per la famiglia – «è morto lentamente, tra fame e sete, tra indicibili dolori». Ed «è morto solo»: è quello che fa più male.

Oggi i carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco devono rispondere di omicidio preterintenzionale pluriaggravato da futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, abuso di autorità contro arrestati, falso ideologico in atto pubblico e calunnia. Altri due uomini dell’Arma, Vincenzo Nicolardi e Roberto Mandolini, sono sotto processo per falsa testimonianza.

Il dibattimento è alle battute finali: oggi, nell’aula bunker di Rebibbia, la requisitoria finale di Musarò. Il 3 ottobre sarà la volta di quella dell’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo. La sentenza è attesa per metà novembre.

In tutti questi anni, la famiglia ha lottato strenuamente per la giustizia e contro la prescrizione. La svolta, nel processo bis, arriva l’11 ottobre 2018, quando il pubblico ministero Giovanni Musarò rivela che, a giugno dello scorso anno, l’agente Francesco Tedesco aveva presentato denuncia in Procura sul pestaggio di Stefano, accusando i suoi colleghi nel corso di tre interrogatori. Accuse che Tedesco confermerà in aula, rivelando anche l’esistenza di una nota scritta da lui stesso in cui spiegava che cosa era successo a Stefano Cucchi. La nota sarebbe stata inviata alla stazione Appia dei carabinieri di Roma e fatta sparire.

Prima, il 15 maggio 2018, a squarciare il velo del silenzio era stato il maresciallo dei carabinieri Riccardo Casamassima.

Ma chi era Stefano Cucchi?

Il giorno dell’arresto, Stefano Cucchi ha 31 anni e lavora come geometra nello studio del padre Giovanni nel quartiere Casilino, a est della Capitale. Ha avuto problemi con la droga, con più ricadute. Ma in quel momento, per quello che ne sa la famiglia, sembra esserne uscito. «Gli piaceva molto AutoCAD ed era anche bravo, ma quando è tornato a lavorare dopo l’ultima ricaduta voleva essere ancora più attivo e quindi passava moltissimo tempo sui cantieri», raccontava a Open, qualche tempo fa, il papà. Anche lui, come il figlio, è sempre – e nonostante tutto – sorridente.

Giovanni e Stefano Cucchi/Per gentile concessione della famiglia

Stefano è magro ma in salute: fa anche boxe. Ilaria, sua sorella, volto e corpo della battaglia che da dieci anni chiede giustizia per quella morte ancora senza responsabili, lo descrive come un ragazzo di estrema sensibilità. «Ila, ma tu sei felice?», le chiedeva.

Oggi Ilaria ha 45 anni, due figli e una vita divisa tra il lavoro e le udienze alle quali, insieme ai genitori Rita e Giovanni, non manca praticamente mai.

Stefano nei filmini di famiglia sorride sempre. Tiene in braccio il nipotino piccolo. L’altra nipote non l’ha mai conosciuto. «Da bambina ero timidissima», racconta Ilaria Cucchi a distanza di anni. «E c’era un periodo in cui tante mie amiche hanno iniziato a venire a casa nostra: venivano sempre più volentieri e si divertivano tanto. Con noi giocava anche mio fratello e a un certo punto capii che il vero motivo per cui arrivavano sempre più spesso era lui. Era simpaticissimo. Lo coinvolgevamo in tutti i nostri giochi e lui si prestava a tutto. È sempre stato così: sempre con il sorriso, sempre allegro. Anche quando magari aveva qualcosa dentro, riusciva sempre a strappare un sorriso agli altri»

La sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, durante l’udienza del processo sulla morte di Stefano Cucchi, presso l’Aula bunker di Rebibbia, Roma, 03 luglio 2019. ANSA/ANGELO CARCONI

Il calvario

La sera del 15 ottobre 2009, intorno alle 23.30, i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro fermano Stefano Cucchi insieme a un altro uomo, Emanuele Mancini, al Parco degli Acquedotti, in via Lemonia a Roma. Morirà sette giorni dopo, il 22 ottobre 2009, dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti.

Secondo la deposizione dei carabinieri che hanno effettuato l’arresto – il giorno dopo, nel corso dell’udienza di convalida – Stefano sta cedendo «a un uomo delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota». Viene fermato con «20 grammi di hashish, suddivisi in 12 pezzi, tre bustine presumibilmente di cocaina e due pasticche». Una è per l’epilessia, di cui il geometra romano soffre (ma non ha crisi da cinque anni). Viene portato nella caserma Appia, e da lì poi a casa dei genitori, a Roma est, per la perquisizione: i carabinieri – tre in borghese e due in divisa – non trovano nulla.

«Non si preoccupi signora, non è nulla. Domani suo figlio è a casa», dicono alla madre. Sarà l’ultima volta che Rita vede Stefano. In quel momento, secondo le testimonianze della famiglia, non c’è niente di strano nell’aspetto fisico del figlio. Stefano viene portato alla caserma Appio-Claudio e arrestato per detenzione di sostanza stupefacente a fini di spaccio: si decide la custodia cautelare, ma il geometra non viene fotosegnalato come da procedura. Secondo l’accusa, il pestaggio da parte dei carabinieri sarebbe avvenuto proprio in quel momento. E l’ipotesi sostenuta oggi dalla procura è che quelle botte, successivamente mal curate in ospedale, abbiano causato la morte.

Il giorno dopo Stefano viene processato per direttissima. Durante l’udienza di convalida dell’arresto, al tribunale di piazzale Clodio, Stefano parla faticosamente, si confonde. Ha ematomi agli occhi. «Mi dichiaro innocente per quanto riguarda lo spaccio, colpevole per la detenzione per uso personale». All’udienza c’è il padre: «Noi ti aiutiamo, ma tu devi andare in comunità», gli dice. «Papà, mi hanno incastrato». In udienza Stefano si dichiara tossicodipendente, colpevole di detenzione per uso personale e «non colpevole per quanto riguarda lo spaccio». Giovanni torna a casa e racconta alla famiglia che Stefano aveva dei segni sotto gli occhi. Il giudice stabilisce per il 13 novembre una nuova udienza e dispone la custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli. Udienza che non avrà mai luogo.

Nel primo pomeriggio Stefano viene visitato presso l’ambulatorio del Palazzo di Giustizia: «Lesioni in regione palpebrale, alla regione sacrale e agli arti inferiori», si legge sul referto. In serata sta peggio e viene portato al Fatebenefratelli. Sul nuovo referto dell’ospedale si legge: «Lesioni ed ecchimosi al viso e alle gambe, mascella fratturata, emorragia alla vescica, lesioni al torace e due fratture alla colonna vertebrale». Secondo le testimonianze, Stefano torna in carcere perché rifiuta il ricovero. È solo l’inizio del calvario.

Vicenda giudiziaria

Dopo il primo processo per la morte del geometra romano e il processo bis che oggi vede la requisitoria del pm Giovanni Musarò, un altro filone di indagine, nel frattempo, si è aperto: a luglio la giudice dell’udienza preliminare Antonella Minunni ha rinviato a giudizio otto carabinieri accusati di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Secondo la ricostruzione del pm, ancora Musarò, accolta dalla gup, hanno depistato l’inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi per coprire le responsabilità di chi lo aveva picchiato. Nel processi si sono costituiti parte civile anche il ministero degli Interni – e nell’era di Matteo Salvini, che tanto si è speso nel tempo a favore delle forze dell’ordine, certo della loro innocenza, polemizzando con la stessa Ilaria Cucchi – e il ministero della Difesa.

Il processo inizierà il 12 novembre e ad affrontarlo saranno il generale Alessandro Casarsa, ex capo dei corazzieri del Quirinale; i colonnelli Lorenzo Sabatino, ex comandante del Nucleo investigativo di Roma, Francesco Cavallo e il maggiore Luciano Soligo, comandante della compagnia Talenti-Montesacro, il capitano Tiziano Testarmata, il luogotenente Massimiliano Colombo Labriola, comandante della Stazione Tor Sapienza, i carabinieri Francesco Di Sano, nei guai per aver dovuto modificare il verbale sullo stato di salute di Cucchi quando è stato portato a Tor Sapienza dalla caserma Casilina, e Luca De Cianni.

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