Caso Cucchi, le richieste del pm: «18 anni ai carabinieri accusati del pestaggio»

Il pubblico ministero: «Non una pena pesante ma una pena giusta»

Richieste di pena pesanti quelle avanzate dal pm Giovanni Musarò, titolare delle due nuove inchieste sulla morte di Stefano Cucchi (la prima è quella attuale, che entro novembre andrà a sentenza, l’altra è quella sui depistaggi che hanno caratterizzato il processo finora che inizierà a metà novembre).

Pene «non esemplari ma giuste» ha detto il magistrato della procura di Roma concludendo la requisitoria, per i carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, come per il falso. Le circostanze attenuanti generiche, ha spiegato Musarò, non vanno applicate a nessuno, neppure a Tedesco – testimone fondamentale per l’accusa che, nel 2011, ha puntato il dito contro gli agenti della penitenziaria pur sapendo, per esserne stato testimone diretto, chi aveva picchiato il giovane geometra romano.

L’omicidio

Gli imputati di omicidio preterintenzionale rischiano pene di anni:

  • Raffaele D’Alessandro: 18 anni
  • Alessio Di Bernardo: 18 anni

Francesco Tedesco esce invece dall’accusa relativa al pestaggio (ma non dal falso). Per Tedesco è stata valutata una diversa posizione perché, nel corso di un interrogatorio a fine 2018, ha deciso di accusare i colleghi ammettendo il pestaggio. Non solo: prove contro di lui non ce ne erano in ogni caso, ha detto Musarò.

Il falso

Le richieste per i due accusati di falso sono comunque pesanti, tanto per il comandante di stazione Mandolini che per il collega Tedesco:

  • Roberto Mandolini, 8 anni di reclusione
  • Francesco Tedesco, 3 anni e 6 mesi

Il maresciallo Mandolini, all’epoca dei fatti comandante della stazione Appia, induce tanti dei colleghi a fare falsi, ha sottolineato il magistrato. E lui stesso ne commette molti, incluso l’ultimo: aver definito Cucchi «senza fissa dimora» perché restasse in carcere.

Alcune delle accuse, intanto, si sono prescritte: il carabiniere Vincenzo Nicolardi, oltre a Tedesco e Mandolini non dovranno mai rispondere della calunnia nei confronti degli agenti della penitenziaria. E’ passato troppo tempo.

Le parole della sorella Ilaria

«Non abbiamo mai cercato vendetta. Noi vogliamo giustizia», dice Ilaria. «Qualcosa che possa essere d’esempio anche ai colleghi degli imputati che un domani potrebbero sentirsi legittimati ad agire nello stesso modo Deve arrivare un segnale». Così Ilaria Cucchi commenta a caldo le richieste avanzate oggi dalla procura di Roma.

«Questo processo ci riavvicina allo Stato, riavvicina i cittadini e lo Stato», dice ancora la sorella di Stefano Cucchi in aula. «Non avrei mai creduto di trovarmi in un’aula di giustizia e respirare un’aria così diversa. Sembra qualcosa di così tanto scontato, eppure non è così».

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