Un anno senza Sergio Marchionne, le 10 frasi più celebri del manager: dalla sua idea delle ferie al consiglio per i giovani

di OPEN

La leadership, i giovani, gli operai e l’Italia. Il manager FCA a tutto campo

Un anno fa, il 25 luglio 2018, moriva Sergio Marchionne. Nei giorni della sua scomparsa, l’aggettivo più utilizzato per ricordare l’ex ad di FCA era stato “controverso”: amatissimo da molti, odiatissimo da altrettanti. Ecco una raccolta delle dieci frasi più celebri del manager, attraverso cui ciascuno può, direttamente, costruire il proprio giudizio.

1 – Il leader

27 maggio 2008. Dalla lectio magistralis per il conferimento della laurea ad honorem in Ingegneria gestionale

La vera validità di un amministratore delegato oggi si può pesare soltanto in termini di impatto umano che ha sulla sua struttura. Suo compito più importante è quello di scegliere i leader giusti e metterli nei posti giusti. Per leader giusti intendo persone che hanno il coraggio di sfidare l’ovvio, di seguire strade mai battute, di rompere schemi e vecchie abitudini che sono visibili alla concorrenza, di andare oltre a quello che si è già visto. Uomini e donne che comprendono il concetto di servizio, di comunità e di rispetto per gli altri. Sono persone che agiscono con rapidità ma hanno la capacità di ascoltare. Sono affidabili, nel senso che mantengono sempre le promesse e non fanno promesse che non sono in grado di mantenere. E soprattutto hanno la visione del loro agire in un contesto sociale.

2 – Gli operai

Ho grande rispetto per gli operai e ho sempre pensato che le tute blu quasi sempre scontino, senza avere responsabilità, le conseguenze degli errori compiuti dai colletti bianchi.

3 – Ai giovani

27 agosto 2016. Parlando agli studenti dell’Università Luiss di Roma.

Siate come i giardinieri, investite le vostre energie e i vostri talenti in modo tale che qualsiasi cosa fate duri una vita intera o perfino più a lungo.

4 – La solitudine del leader

In un intervista a la Repubblica del 23 ottobre 2007.

La leadership non è anarchia. In una grande azienda chi comanda è solo. La collective guilt, la responsabilità condivisa, non esiste. Io mi sento molte volte solo.

5 – L’Italia

Nella stessa intervista, Marchionne parla del nostro Paese.

L’Italia è un paese che deve imparare a volersi bene, deve riconquistare un senso di nazione.

6 – La burocrazia

Qualche ragione c’è se gli investimenti esteri sono ancora così bassi. E queste ragioni si chiamano burocrazia, servizi, infrastrutture, tasse e costi di gestione. Dalla mia esperienza personale, ho visto che i vincoli burocratici alla fine proteggono aziende inefficienti, aziende che non hanno prospettive di sviluppo e nella maggior parte dei casi scaricano i costi sui clienti.

7 – Le ferie

Sergio Marchionne parla a un evento dell’Università Bocconi dei suoi primi mesi di lavoro in Fiat e del “provincialismo italiano”.

Nel 2004 perdevamo cinque milioni di euro al giorno, ma quando andai in ufficio in Italia ad agosto non c’era nessuno. Così chiedo: ‘Ma dove sono tutti?’ e mi dicono: ‘In ferie’. ‘Ma in ferie da cosa?’, dico io. Nel mondo se ne fregano d’agosto. In Brasile, negli Stati Uniti ad agosto lavorano. E noi? Noi siamo convinti che siamo la Fiat e tutti ci aspettano… A quel tempo perdevamo 5 milioni di euro al giorno, 5 milioni, ed io ero in ufficio da solo…

8 – Le linee prevedibili

Sempre a la Repubblica nel 2007, Marchionne spiega il suo metodo per raggiungere gli obiettivi.

Ai miei collaboratori, al gruppo di ragazzi che sta rilanciando la Fiat, raccomando sempre di non seguire linee prevedibili, perché al traguardo della prevedibilità arriveranno prevedibilmente anche i concorrenti. E magari arriveranno prima di noi.

9 – L’imprenditore e le distruzioni creative

22 settembre 2007. Intervento al XXXI Convegno di Economia e politica industriale.

Il ruolo dell’imprenditore in economia è quello di stimolare investimenti e innovazione e quindi provocare una serie di “distruzioni creative”.

10 – Il profitto

Sempre il 27 agosto 2016 all’Università Luiss di Roma.

Esiste un limite oltre il quale il profitto diventa cupidigia e coloro che operano in un libero mercato hanno anche l’obbligo di agire entro i limiti di ciò che una buona coscienza suggerisce.

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