Omicidio Cerciello, le ombre su Natale Hjort e l’arma del delitto. I carabinieri: «Maneggia armi con padronanza»

Il ragazzo, accusato di concorso in omicidio, finora aveva sempre negato di aver avuto a che fare con l’arma

Dalle indagini dei Carabinieri del Ris sull’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega emerge un nuovo dettaglio importante che rimette in discussione la posizione di Christian Gabriel Natale Hjort, accusato di concorso in omicidio con l’altro ragazzo americano, Finnegan Lee Elder.

I Ris hanno rilevato alcune impronte della mano e delle dita di Natale Hjort su uno dei pannelli del controsoffitto della camera d’albergo in cui alloggiavano i due americani.

Dietro quei pannelli era stato nascosto il coltello usato per poi colpire a morte il carabiniere. Uno sviluppo rilevante secondo gli inquirenti, visto che finora Natale Hjort ha sempre negatori aver avuto a che fare con l’arma.

I contenuti della relazione

Dall’informativa depositata dalla procura di Roma in in vista dell’udienza davanti al tribunale del Riesame di lunedì prossimo, che dovrà pronunciarsi sul ricorso presentato da Hjorth, è emerso come il giovane sapesse «maneggiare armi con padronanza e assoluta disinvoltura».

Dalle analisi delle foto e dai video dei cellulari dei due giovani statunitensi, sarebbero poi emersi delle immagini in cui Natale Hjorth viene ripreso mentre maneggia armi e munizioni «con irriverenza e disinvoltura».

Secondo i carabinieri del nucleo investigativo Natale Hjorth «adora farsi fotografare e riprendere mentre maneggia armi. Il suo atteggiamento, spavaldo e incline all’eccesso, mal si concilia con il profilo di un ragazzo ingenuo e rispettoso delle regole».

Inoltre, i carabinieri hanno rilevato una «copiosa quantità di immagini» di narcotici e di medicinali: cocaina in pezzi o crack, pasticche di farmaci e marijuana in pezzi o in pianta.

«Tra le immagini – si legge nell’informativa – ne vengono riportate anche alcune in cui Natale, unitamente alla sua presunta ragazza o talvolta da solo, ostenta il possesso di ingenti somme di denaro che, correlate ad alcuni messaggi estrapolati dall’applicativo Whatsapp presente nel telefono cellulare dell’indagato, potrebbero essere comunque derivanti dai proventi della vendita dei narcotici».

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