Cile, l’ineguaglianza e l’aumento dei costi hanno infiammato il popolo cileno: ecco cosa sta succedendo

Uno dei paesi più stabili dell’America Latina è stato scosso da proteste e saccheggi. Il presidente ha schierato l’esercito e imposto lo Stato di Emergenza: un’azione che non si vedeva dagli anni di Pinochet

Nel corso dell’ultimo fine settimana un’ondata di proteste ha scosso il Cile. Il Paese sudamericano è stato travolto da manifestazioni studentesche scatenate dall’aumento dei prezzi del biglietto della metro.

Gli scontri hanno causato finora 15 morti e 2643 feriti. Il presidente Sebastián Piñera ha risposto ai tumulti imponendo lo Stato di Emergenza, una misura che il Paese non vedeva dagli anni di Augusto Pinochet, il dittatore sud americano al potere dal 1973 al 1990.

Ansa/ Manifestanti radunati a Plaza Italia, Santiago de Cile, Cile, 21 ottobre 2019.
EPA/Esteban Garay

Il Paese è considerato uno dei più stabili della regione, in un’area notoriamente turbolenta. La decisione del ministro dell’Interno di dispiegare 10 mila soldati nelle strade ha scosso tutti e fatto tornare alla mente le violenze e le torture perpetrate negli anni ’70-’80 dal dittatore cileno scomparso nel 2006.

I motivi delle proteste

La radice delle manifestazioni che si sono verificate negli ultimi cinque giorni in Cile è il grande malcontento dei cittadini per le ingiustizie sociali e le disuguaglianze nei settori della sanità, dell’istruzione, e a livello di opportunità lavorative.

Ma il malcontento non riguarda solo un aumento del prezzo dei biglietti della metropolitana. Il Cile, una delle Nazioni più ricche della regione, è anche una delle più diseguali e i manifestanti chiedono cambiamenti per correggere il disequilibrio.

Percentuale della popolazione che vive in povertà: 2006-2017(Oecd)

Paradossalmente tra il 2006 e il 2017 il Paese era riuscito a ridurre la diseguaglianza tra ricchi e poveri. Se nel 2006 il 20% più ricco della popolazione guadagnava dieci volte di più del 20% più povero, nel 2017 il dato era sceso a 8.9.

Inoltre nel corso dell’ultima decade, secondo i dati forniti dall’Oecd, i salari sono aumentati. Nel 2000 lo stipendio medio era di circa 20.000 dollari e adesso si aggira sui 27.000. Un dato che si è riflesso anche sulla diminuzione della povertà. Sempre secondo l’Organizzazione per lo sviluppo socio economico tra il 2006 e il 2017 il Paese sudamericano ha ridotto la percentuale di povertà, passando dal 28% del 2006 al 8/10% del 2017.

Dati Ocse: indice di Gini sull’ineguaglianza. Tabella: Bbc

Il Cile ha il reddito pro capite più alto in America Latina: 20.000 dollari; le stime economiche prevedono inoltre una crescita del 2,5% quest’anno, con un’inflazione ferma al 2%.

Tuttavia, la diffusa privatizzazione del sistema sanitario e dell’istruzione, insieme ai crescenti costi dei beni e dei servizi di base, hanno portato all’aumento delle disuguaglianze. L’Oecd ha evidenziato come il Cile, tra le 30 Nazioni più ricche al mondo, abbia il peggior tasso di uguaglianza.

La diseguaglianza

La diseguaglianza si rispecchia a livello trasversale nel sistema socio-economico del Paese. Settori come sanità e istruzione sono orientati verso la privatizzazione. I cileni sono così costretti a destinare il 7% del proprio stipendio a un’assicurazione sanitaria a scelta tra quella del sistema pubblico e quella privata. Nonostante molte persone abbiano deciso di affidarsi alla sanità pubblica, i servizi negli ospedali sono carenti. Tuttavia, anche nel settore privato le prestazioni sono molto costose e la copertura sanitaria è più bassa, soprattutto per donne e anziani.

Ansa/Soldati fermi davanti al supermercato Unimark danneggiato dopo le proteste, Santiago, Cile. 20 ottobre 2019. EPA/Raul Zamora

Complice una crisi economica globale che ha fatto abbassare il prezzo del rame, il maggior prodotto di esportazione, e ha fatto alzare il prezzo del petrolio, il costo della vita e dei beni essenziali è alle stelle, in particolare nella Capitale. Nell’ultimo decennio i prezzi delle case di Santiago sono aumentati del 150%, quelli dell’energia elettrica e dei medicinali del 10%, ma nel contempo il reddito medio è cresciuto soltanto del 25%.

L’aumento del costo dei biglietti della metropolitana è stato il catalizzatore di questi disordini sociali, ma le richieste dei cittadini sono molto più profonde e richiedono un’azione governativa immediata. I cittadini si sentono abbandonati e molti faticano ad arrivare a fine mese.

La risposta del governo

Il ministro dell’Interno, Andrés Chadwick, ha detto che al momento nelle strade sono schierati ​10.500 uomini tra militari e forze di polizia, e che se necessario tale quota sarà rafforzata.

Ma gli interventi militari che si sono verificati in America Latina negli ultimi anni riflettono un diffuso problema di violenza e mancanza di sicurezza per i cittadini. Le inefficienze del governo nell’affrontare questi problemi sociali hanno un costo elevato; durante i dieci mesi di intervento delle forze armate brasiliane a Río de Janeiro nel 2018, la città ha registrato un aumento del 59% delle sparatorie, oltre 4.000 omicidi e il 40% in più di morti causate da interventi politici rispetto all’anno precedente.

#PineraRenuncia

Dopo aver dichiarato lo Stato di Emergenza, il presidente Piñera ha alzato ulteriormente la tensione dichiarando che il Paese sta vivendo una «guerra», un conflitto contro un «nemico potente e implacabile che non rispetta nulla e nessuno».

In un’affollata conferenza stampa tenutasi lo scorso sabato circondato dai generali, Piñera ha denunciato che i gruppi violenti che hanno messo a ferro e fuoco il Paese sono «in guerra contro tutti i cileni che vogliono vivere in democrazia. Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile che non rispetta nulla e nessuno e che è disposto a usare una violenza senza limiti anche quando ciò comporta la perdita di vite umane, con l’unico scopo di produrre il maggior danno possibile».

Una dichiarazione che molti hanno interpretato come una vera e propria dichiarazione di guerra tanto che sui social è partito l’hashtag #Piñera Renuncia. Il popolo chiede dunque le dimissioni del capo dello Stato: «non è all’altezza», dicono i manifestanti.

Le parole del presidente hanno riacceso memorie da un passato che i cileni pensavano di aver lasciato alle spalle, come ricordato da una manifestante: «“Siamo in guerra” dice Piñera, ma sa chi ha usato le stesse tattiche per seminare la paura?».

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