Hong Kong, Joshua Wong: «L’Italia rischia di diventare una provincia cinese. La nostra battaglia per la libertà non si fermerà» – L’intervista

Intervista all’attivista ventitreenne, tra i portavoce del movimento pro democrazia a Hong Kong

Da cinque anni è uno dei volti più conosciuti delle proteste pro democrazia a Hong Kong. Nel 2014 venne arrestato per aver preso parte come leader studentesco alla «rivoluzione degli ombrelli» per chiedere al governo di Pechino una riforma del sistema elettorale.

Ora, a 23 anni, Joshua, cresciuto in una famiglia protestante, che deve il suo nome a un personaggio biblico (Giosuè), è tornato da sei mesi nelle strade di Hong Kong per chiedere al governo centrale di Pechino di garantire la libertà concessa dal «sistema dei due Stati».

La scorsa settimana le istanze di Hong Kong sono arrivate anche in Italia grazie a un collegamento in diretta video da Milano, dove l’attivista ventitreenne ha invitato il governo italiano a non fidarsi della Cina e a sostenere la protesta nell’ex colonia britannica.

Le sue parole hanno scatenato una crisi diplomatica tra Roma e Pechino, dopo che la Cina ha contestato la decisione del parlamento italiano di ospitare un intervento del leader del partito pro democrazia Demosisto.

Joshua, il governo cinese ha fortemente criticato il tuo discorso davanti al parlamento italiano, definendo le azioni dell’Italia “irresponsabili”.

«Le critiche della Cina nei confronti del mio intervento sono irragionevoli e mostrano che non c’è alcun rispetto per le libertà fondamentali di altre democrazie. È chiaro che la Cina è un regime autoritario come dimostra il suo tentativo di censura politica in Italia.

Ansa/Joshua Wong in collegamento alla Fondazione Feltrinelli, Milano. 27 novembre, 2019

L’autorità di Pechino finge di non conoscere il volere dei cittadini di Hong Kong e ha deliberatamente distorto quelle che sono le richieste di milioni di persone. Come dimostrano gli ultimi sondaggi, oltre l’80% della popolazione dell’isola supporta la democrazia.

Perfino l’ala moderata di Pechino, come il nostro ex capo della legislatura Jasper Tsang, ha messo in chiaro la necessità di attuare riforme politiche all’interno di Hong Kong. La vittoria schiacciante ottenuta alle ultime elezioni distrettuali ne è un’ulteriore prova. Perciò, chiedo con insistenza che il governo di Pechino onori la sua promessa di una democrazia vera e onesta in Hong Kong».

A marzo l’Italia ha firmato il memorandum sulla Belt and Road initiative. Il governo si è diviso. Di quali rischi e opportunità parliamo?

«Nel 2017 la polizia di Hong Kong ha importato 129 macchine HI-MATIC dell’azienda italiana Iveco che sono stati date in dotazione alla polizia. Come dimostrano centinaia di documenti, i veicoli delle forze dell’ordine sono state usati per investire i manifestanti.

«La recente interferenza della Cina negli affari italiani a seguito del mio intervento è un esempio perfetto di come Pechino userà il progetto della Nuova via della seta come strumento di ricatto economico per esportare il suo regime autoritario e la censura politica anche in Italia. Qualsiasi commento che sia sfavorevole alla linea rossa imposta dalla Cina sarà preda dell’egemonia cinese.

L’incontro tra il premier Giuseppe Conte e il presidente Xi Jinping per la firma dell’intesa Italia-Cina, 23 marzo 2019

Il progetto rischia di diventare una grande minaccia per la libertà di parola in Italia. Inoltre, l’eccessiva dipendenza sugli investimenti cinesi nelle infrastrutture ha tremendi rischi politici che potrebbero trasformare l’Italia in un’altra provincia della Cina. Pechino sta spingendo perché le sue aziende acquisiscano mercati oltre Oceano.

Le aziende italiane dovranno affrontare una competizione diretta con le aziende cinesi e potrebbero presto essere “cacciate” dal mercato, senza contare che la Cina ha una lunga storia di furti di tecnologia strategica. Paesi come la Malesia, l’Indonesia, la Thailandia e le Filippine, che si sono unite alla Belt and Road, stanno progettando di ritirarsi dagli accordi con la Cina a causa delle preoccupazioni politiche riguardanti la crescente dipendenza dagli investimenti cinesi».

Due settimane fa hai fatto appello alla Germania perché metta fine al suo programma di assistenza nell’addestramento militare della Cina. Anche l’Italia ha delle responsabilità?

Chiedo al governo italiano che blocchi immediatamente la vendita di questi veicoli alla polizia di Hong Kong. Chiedo inoltre al governo e al parlamento italiano di supportare la nostra battaglia per la democrazia, dato che questo è l’unico modo per assicurare l’autonomia e proteggere gli interessi economici italiani nella nostra isola».

Ansa/Manifestanti a Hong Kong, 1 dicembre 2019

Luigi Di Maio ha condannato l’interferenza cinese negli affari italiani a seguito del suo intervento al parlamento italiano. Che cosa si aspetta adesso dal ministro degli Esteri?

«Penso che l’ultimo commento di Luigi di Maio sia molto significativo. Spero che il ministro degli Esteri italiano continui a supportare le nostre aspirazioni democratiche a Hong Kong, perché la democrazia è l’unico modo per evitare una escalation di violenze, ripristinare la normalità e mantenere la prosperità e stabilità di Hong Kong».

Di recente la comunità internazionale ha preso coscienza della persecuzioni della minoranza uigura. Nelle proteste avete spesso affermato che la repressione attuata da Pechino ai danni dei musulmani dello Xinjiang è simile a quella di Hong Kong. Perché?

«Il presidente Xi Jinping ha dichiarato che il nostro movimento pro democrazia finirà in “corpi schiacciati e ossa frantumante”. Il leader del Partito comunista cinese ha implementato una nuova serie di norme relative alla sicurezza nazionale che limitano la libertà del cittadino.

È importante notare che le operazioni da parte di Pechino ai danni della popolazioni di Hong Kong siano state giustificate ed etichettate come operazioni anti terrorismo, la stessa narrativa che stanno portando avanti nello Xinjiang attraverso la persecuzione della minoranza etnica degli uiguri. Ci aspettiamo che un modello di repressione simile possa replicarsi da noi. Non c’è nessuna esagerazione nel dire che “oggi lo Xinjiang, domani Hong Kong”».

La vostra protesta dura da sei mesi. Per quanto tempo il movimento continuerà a scendere in strada?

«Vogliamo la democrazia. Negli ultimi mesi il movimento ha messo a nudo una crisi politica che non può essere risolta senza riforme democratiche. Ho la forte convinzione che il nostro movimento resterà. I risultati alle ultime elezioni distrettuali hanno dato nuova forza alle nostre istanze. La nostra battaglia per la democrazia e la libertà va avanti, e spero che in futuro il mondo possa continuare a supportare la nostra causa».

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