Machiavelli Reloaded (mezzo millennio dopo): «Senza il confronto con interlocutori giovani, sarebbe forse rimasto uno dei tanti» – L’intervista

«Uno che scriveva che non è necessario avere delle qualità, ‘ma è bene necessario parere di averle’ forse oggi avrebbe scritto L’influencer, invece del Principe»

Fondo Salva-Stati, verifica di governo, contratto, cronoprogramma, crisi, maggioranza, disoccupazione, fuga di cervelli, Europa, sovranità, sovranismo, social, Instagram stories e dirette Facebook. Cosa direbbe della politica di oggi un personaggio che ha segnato la storia e la cultura d’Italia e che detiene tra i record di citazioni – spesso a sproposito – come Niccolò Machiavelli?


Le sue opere continuano ad attirare l’attenzione della comunità scientifica internazionale: nonostante l’immensa mole di studi a lui dedicati, Machiavelli resta infatti un “problema aperto”. Per «mettere a fuoco i termini delle più recenti discussioni sul pensiero e l’opera del Segretario fiorentino», e capire «cosa Machiavelli abbia oggi da dirci sulla politica moderna e sul futuro dell’Europa» l’appuntamento è a Firenze, il 13 e il 14 dicembre, presso l’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento a Palazzo Strozzi, per un seminario a lui dedicato. L’evento è promosso dall’INSR, Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento, in collaborazione con la Scuola Normale Superiore di Pisa.

Che cosa ha ancor da dirci Machiavelli, nell’anno domini 2019, mentre si parla di democrazia digitale, mentre Sardine spontanee e più o meno giovani scendono in piazza e la rappresentanza si interroga sulla propria stessa esistenza? Lo abbiamo chiesto a Lucio Biasiori, uno dei relatori della due giorni di Firenze: classe 1984, nato a Trento, è professore associato di storia moderna all’Università degli studi di Padova ed è stato ricercatore in storia moderna alla Scuola Normale. È autore di Machiavelli, Islam and the East: Reorienting the Foundations of Modern Political Thought, con Giuseppe Marcocci, e di Nello scrittoio di Machiavelli. Il Principe e la Ciropedia di Senofonte.

Professor Biasiori, il nome di Machiavelli viene tirato in ballo spessissimo quando si tratta di commentare il presente.

«Un mio conoscente una volta mi ha detto: se senti qualcuno che cita Machiavelli per commentare un evento della politica italiana, probabilmente quel qualcuno sta per dire una scemenza. Mi è bastato applicarla un paio di volte, per scoprire che è una di quelle «regole che mai o raro fallano» (citazione da Machiavelli). Provateci: vedrete che funzionerà quasi sempre. Se funziona è per una serie di motivi: primo perché le affermazioni poste sotto un principio di autorità spesso hanno bisogno di essere sostenute da qualcosa di esterno alla loro debole evidenza; poi perché Il Principe, la sua opera più famosa, è stato scritto nel 1513. È passato mezzo millennio, e molte cose sono cambiate da allora. Ma i motivi veri e più importanti hanno forse a che fare con Machiavelli stesso. Il primo è che Machiavelli visse in un momento in cui il mondo stava cambiando faccia: l’apertura delle rotte verso l’Oceano Indiano e l’Atlantico stava inaugurando quello che molti storici vanno sempre più definendo il primo vero fenomeno di globalizzazione, mentre la Riforma di Lutero stava spaccando in due l’Europa. Di entrambi i terremoti Machiavelli non registra la minima vibrazione – anche se poi le sue opere vennero usate per interpretare e disciplinare gli effetti di quei due eventi, come le conquiste e le guerre di religione. Questo ovviamente non significa che non fosse un abile politico o un pensatore acutissimo (fu entrambe le cose, soprattutto la seconda). Vuol dire soltanto che, come tutti, si trovò in mezzo a un mondo dominato dalla «variazione grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni dí, fuora d’ogni umana coniettura» (di questo sì era molto consapevole) e non poteva vedere la sua epoca già stilizzata secondo delle linee di tendenza generale, come noi vediamo la sua – infatti non riusciamo a vedere in tal modo la nostra. Perché dunque dovrebbe esserci d’aiuto qualcuno che si era trovato nella nostra situazione cinquecento anni fa, per quanto fosse un tipo sveglio? Il secondo motivo è che, proprio per orientarsi e interpretare quel mondo in continua trasformazione, Machiavelli disse moltissime cose diverse tra loro: esaltò le repubbliche e teorizzò il principato, scrisse il peggio che poteva degli uomini suoi contemporanei e ci ha lasciato pagine mirabili sul potere dell’uomo di resistere allo straripante arbitrio della fortuna, e così via – e quindi è un autore che, ridotto in pillole, è buono per tutte le stagioni. Fin da subito, anzi, una delle ragioni del mito negativo che gli venne costruito intorno è legata al fatto che la sua opera venne diffusa per massime, tolte dal loro contesto».

Lucio Biasiori, uno dei relatori della due giorni di Firenze: classe 1984, nato a Trento, è professore associato di storia moderna all’Università degli studi di Padova

Quindi non ha più nulla da dirci?

«No, se fosse così non varrebbe la pena usare dei soldi pubblici per pagare delle persone che lo studiano. Il critico letterario Cesare Garboli parlò una volta di una “funzione Machiavelli” attiva negli italiani, che li avrebbe abituati a pensare e architettare ogni sorta di rivolgimento politico senza poi metterne in pratica alcuno (strano destino per l’inventore della «verità effettuale»). Questa “funzione Machiavelli” avrebbe in tal modo immunizzato una volta per sempre l’Italia, rendendola un paese di continue rivoluzioni pensate e mai messe in pratica. Forse è vero, forse no, non lo possiamo sapere (non è un’affermazione falsificabile). Di certo non è la classica citazione da Machiavelli per dire che i politici sono cinici o che il consenso popolare è volubile. Vale perciò la pena rischiare di chiedersi se un’analoga “funzione Machiavelli” si attivi anche quando parliamo di uno dei pochi temi su cui non cambiò mai idea: che è meglio essere giovani che vecchi».

Bella scoperta, non serviva Machiavelli.

Vero, e però dobbiamo pensare che alla sua epoca la giovinezza non era considerata come un valore in assoluto e, se si è creato quello stereotipo che chiamiamo giovanilismo, lo dobbiamo forse anche alle sue opere.

Palazzo Strozzi a Firenze/Wikipedia

Può farci qualche esempio?

Certo, ma prima di tutto bisogna dire una cosa. Essere giovani al tempo di Machiavelli non vuol dire la stessa cosa di esserlo ora. Siccome la vita era più breve, le classi di età differivano molto da quelle a cui siamo abituati noi. C’era l’“infanzia” che, come dice il termine, terminava quando il bambino cominciava a parlare. Data l’alta mortalità infantile, nessuno si curava particolarmente di questi “infanti”: anzi, lo stesso Machiavelli riprendeva Lorenzo il Magnifico perché interrompeva delle riunioni di stato per mettersi a giocare coi figli che avevano fatto irruzione nella stanza. Poi cominciava la “puerizia” che nel ‘500 durava fino ai quattordici anni, dopodiché si diventava “giovani” e quindi, in un’età in cui la scolarizzazione e la disciplina non erano certo una cosa per tutti, si diventava punibili per reati (gli statuti di Conegliano del 1488 prevedevano la pena di morte dai dieci anni in su per omicidio). Quindi quando Machiavelli parla di giovani indica una classe di età inferiore a quella che intendiamo noi con questo concetto. Chiarito questo punto, il primo motivo per cui Machiavelli preferisce i giovani è perché sono più adatti a fare la guerra e di conseguenza anche a scriverne: «sendo questo esercizio da giovani, mi persuado che i giovani sieno più atti a ragionarne, come essi sono più pronti a esequirlo» dirà proprio nell’Arte della guerra. Oltre alla virtù militare, l’altro grande mezzo che l’uomo politico deve usare, secondo Machiavelli, per conseguire e mantenere il potere è – lo sanno tutti – l’astuzia. Anche qui i giovani sono meglio dei vecchi: basti pensare al personaggio di Callimaco della Mandragola, «un giovane venuto or da Parigi» che porta via la moglie Lucrezia al vecchio Messer Nicia (che, se volessimo azzardare un’interpretazione psicanalitica, si chiama quasi uguale a Niccolò).

Qui rimaniamo sul piano della virtù, della capacità dell’uomo di resistere alla fortuna. Ma che succede nei casi in cui è la fortuna a farla da padrona?

Stesso discorso. In un passo, molto poco politicamente corretto del capitolo 25 del Principe, Machiavelli dice che «la fortuna è donna, et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla e sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano». L’atto fondativo della politica è uno stupro, ha scritto qualche anno fa, commentando questo passo, Adriano Sofri. Forse dire ‘stupro’ è dire troppo: di certo c’è l’esaltazione della forza giovanile, capace di domare i capricci della fortuna. Un punto di vista molto maschilista, oltre che giovanilista – potremmo dire usando termini che lo avrebbero portato a riderci in faccia. Del resto c’è chi dice che sia morto proprio per aver ingerito troppe pillole nel tentativo di arrestare il suo decadimento fisico. Non lo sapremo mai: di sicuro era un amante appassionato di giovani donne – tra cui un’altra Lucrezia, una prostituta detta “la Riccia” – mentre ci ha lasciato un ritratto che fa impressione di una vecchia prostituta veronese – sdentata, barbuta e puzzolente: forse il suo elogio della gioventù più indiretto ma al tempo stesso più chiaro.

Quindi per Machiavelli la politica è una cosa solo da giovani?

Sì e no. La giovinezza, se non ce l’hai più, non puoi dartela, però ci sono dei modi per aggirare questo ostacolo. Imitare i romani, per esempio. Ci sono dei passi sinistramente stupendi dei Discorsi sopra Livio in cui si parla – in un’opera fatta stampare sotto il patrocinio del Papa – della «debolezza nella quale la presente religione ha condotto el mondo» e si esalta il potere di coesione sociale che avevano i feroci sacrifici dei romani.

Perché ‘sinistramente stupendi’?

Perché arrivarono fino a Nietzsche e alla sua critica del cristianesimo come religione da schiavi, con tutte le conseguenze, a volte ripugnanti, che questa visione ha nella sua filosofia. L’alternativa all’imitazione dei romani era per Machiavelli quella di imitare i turchi, i loro veri eredi – anche loro in effetti si sentivano tali, avendo preso la capitale dell’Impero romano: Costantinopoli. Machiavelli, che quasi non parla di scoperte e di Riforma, è invece un attento osservatore della crescente potenza ottomana e – ma questa è una mia convinzione su cui non tutti sono d’accordo – era anche venuto in contatto con il pensiero politico islamico tramite una traduzione volgare di un’opera attribuita ad Aristotele ma in realtà concepita sotto il califfato abbaside, il Kitab sirr al-asrar (Segreto dei segreti), decisivo per la proposta politica del Principe.

Lasciando la filologia e tornando ai ragazzi e alle ragazze di oggi?

«Ci sono dei programmi televisivi in cui si mostrano giovani di tutti e due i sessi che usano la ricchezza ostentata o il loro potere seduttivo per ottenere qualunque scopo si propongano. Questa è una cosa che ci può far venire in mente una versione semplificata – e un po’ grottesca – del machiavellismo come mancanza di scrupoli e di cinismo pur di conseguire un risultato. Possiamo anche immaginare che uno che scriveva che non è necessario avere delle qualità, «ma è bene necessario parere di averle» sarebbe stato un attento osservatore di queste tendenze. E oggi avrebbe scritto L’influencer, invece del Principe. Per conto mio, preferisco il Machiavelli che esaltava il potere spiazzante delle domande che gli ponevano i suoi giovani amici degli Orti oricellari, i giardini di casa Rucellai dove si riuniva con i figli di alcune delle famiglie più in vista di Firenze per discutere di politica: «molte volte uno savio domandatore fa a uno considerare molte cose e conoscerne molte altre, le quali, sanza esserne domandato, non arebbe mai conosciute». Senza il confronto con interlocutori giovani, Machiavelli sarebbe forse rimasto uno dei tanti».

In copertina, Ritratto di Niccolò Machiavelli di Santi di Tito, seconda metà del 16esimo secolo.

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