Qualche fake news sui giovani e il lavoro da smontare durante le feste

di OPEN

Siamo ancora in tempo per smontare i cliché più diffusi sul nostro essere scansafatiche

Cari amici e care amiche, sappiamo bene che questo è un momento difficile. Chi di noi è stato così fortunato da riuscire a tornare a casa per le vacanze di Natale, sa che dovrà pagare uno scotto storico: quello dei giudizi approssimativi dei parenti sulle generazioni più giovani.

Da anni facciamo lo stesso errore. Per eccessiva buona fede o per troppa fiducia nel miracolo natalizio, ogni 25 dicembre o cenone di Capodanno, arriviamo impreparati alle affermazione dei nostri nonni, zii o parenti qualsiasi, che a turno pescano dal sacco delle frasi di circostanza qualche falsità sul nostro conto: quanto siamo pigri, disinteressati, distratti, fortunati.

Vi diamo prima una brutta notizia: non possiamo aiutarvi a rispondere a domande sulla fidanzata o il fidanzato, né a quelle sulla data della vostra laurea. Quel che possiamo fare è lasciarvi qualche dritta (e dato) su come rispondere a tono alla prossima fake news che vi toccherà ascoltare. È finito il tempo di annuire in silenzio!

«Ai giovani non va più di lavorare!»

Questa è forse la bufala delle bufale, la madre del conflitto generazionale tra Baby boomers e Millennials/Generazione Z (ma anche tra tutte le altre). Sono decenni che i più giovani al pranzo di Natale – e non solo – devono sentirsi ripetere di essere degli scansafatiche. A peggiorare la nostra situazione c’è stata la crisi del 2008, che in Italia ha lasciato ai margini della società quasi due milioni di under 35.

Il numero non è sparato a caso: stando allo studio Luci e ombre del mercato del lavoro, l’ultimo rapporto pubblicato dal Centro nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), «in Italia i giovani sono l’anello debole del mercato del lavoro». Dopo lo scoppiare della crisi, molti non sono più rientrati nel mercato del lavoro e l’occupazione giovanile ha registrato un calo di 400mila occupati dal 2008 (-28,8%) nella fascia tra i 15 e i 24 anni.

Non solo: i giovani adulti dai 24 ai 34 anni che sono rimasti fuori dai giochi sono circa 1,4 milioni, una cifra che rappresenta una percentuale occupazionale del -27%. La disoccupazione giovanile resta tre volte più alta di quella degli adulti.

A completare il quadro, poi, c’è un dato ancora più drammatico. Stando sempre ai dati forniti dallo stesso rapporto, nel 2018 oltre 360mila giovani tra i 15 e i 35 anni hanno smesso di cercare un impiego a causa della mancata fiducia nelle opportunità di successo che le istituzioni o il mercato sono in grado di offrire. Sono i cosiddetti “scoraggiati sociali”: un dramma che va ben oltre il riassunto di una frase fatta.

«Tu che sei un freelance e hai orari flessibili avrai un sacco di tempo libero!»

Ebbene sì. Purtroppo non tutti i nostri parenti hanno ben chiaro che le dinamiche del lavoro autonomo non coincidono proprio con quello che le passate generazioni immaginavano di conquistarsi battendosi contro le iniquità del lavoro subordinato.

E invece, la vita da freelance è quasi sempre fatta di solitudine, eccessivo carico di lavoro, pochissimo tempo libero (o addirittura nessuno), poche ore di riposo e dosi elevate di ansia. A tutto questo si aggiunge l’incertezza della retribuzione (soprattutto del quando arriverà), che spinge gli autonomi a dover cercare e seguire più clienti contemporaneamente, senza la possibilità di potersi mai realmente emancipare dal proprio lavoro.

Lo psicologo del lavoro Angelo Salvi ha raccontato a Open di incontrare giornalmente lavoratori freelance affette da stress lavoro-collegato: «L’idea che la flessibilità lavorativa corrisponda a maggior tempo per sé è una falsa narrazione. Poter lavorare a qualsiasi ora diventa una prigione. Non avendo orari definiti, i clienti, che sono molto diversificati tra loro, sanno che possono contattarti a qualsiasi ora del giorno».

«Abituati a fare la gavetta, e vedrai che poi il lavoro arriva»

Certo, se fosse così sarebbe molto bello. Chi non sopporterebbe, seppur lamentandosi ogni giorno con gli amici, qualche mese di stage o apprendistato per imparare un mestiere, con la prospettiva sicura di essere assunti regolarmente?

La realtà, purtroppo, non è affatto così lineare. Stando ai dati e alle testimonianze di chi ne ha avuto esperienza, sono sempre di più gli apprendistati e gli stage che non riescono a formare davvero i giovani, e ancora troppo pochi i rapporti di lavoro che si trasformano in contratti a tempo indeterminato.

Un esempio: l’ultimo rapporto diffuso dall’Osservatorio del precariato dell’Inps parla di 246.376 contratti di apprendistato redatti nel 2019 (dati aggiornati a settembre), di cui solo 59.528 sono stati trasformati in contratti a tempo indeterminato.

«Ormai le donne hanno gli stessi strumenti degli uomini per farsi una carriera»

Sarebbe molto bello, in effetti, poter dire di essere arrivati – dopo millenni di convivenza – a una quadra sul tema della parità dei diritti di genere. Senza affrontare tutte le difficoltà (psicologiche e non) che derivano dal reinserimento al lavoro dopo il congedo di maternità, basti guardare ad alcune percentuali più generali che riguardano il gender gap in Italia.

Secondo i dati Eurostat 2018, lo scorso anno le donne attive nel mercato del lavoro (occupate o disoccupate alla ricerca di un impiego) tra i 15 e i 64 anni erano solo il 56,2% (una donna su tre). Un numero che ci ha posizionati all’ultimo posto rispetto agli altri Paesi Ue, dove la media è del 68,3%.

Sebbene nel secondo trimestre del 2019 il tasso di attività delle donne italiane sia aumentato ulteriormente raggiungendo il 56,8%, resta comunque il più basso in Ue con oltre il 43% delle donne in età da lavoro fuori dal mercato. Molto poco per cantare vittoria.

«La laurea non serve più a niente, tanto meno a trovare lavoro»

Qui il terreno si fa scivoloso. La tentazione di pensare “cavoli, stavolta hanno ragione” è forte. Ma non facciamoci prendere dalla fretta e diamo uno sguardo ai dati.

È vero che, stando ai dati forniti da AlmaLaurea, solo il 24% dei neolaureati è riuscito a trovare un lavoro che fosse coerente con il loro percorso di studi. Ed è vero che i dati Eurostat hanno restituito un’immagine pessima del tasso di occupazione dei laureati italiani tra i 20 e i 34 anni ( siamo penultimi in Ue, con una media del 62,8% a fronte della media europea dell’85,5%).

Ma è anche vero che laurearsi conviene ancora: sempre secondo le indagini di AlmaLaurea, il titolo di studio universitario continua a ridurre il rischio di disoccupazione. Considerando una fascia d’età decisamente più estesa, quella tra i 24 e i 60 anni, il tasso di occupazione di chi è laureato in Italia è pari al 78,7%. Chi possiede solo il diploma si ferma al 65,7%.

Ah, in ultimo una clausola doverosa (che non è un dato, ma fa la sua figura): una laurea non si valuta solo in virtù degli sbocchi lavorativi che assicura, ma anche per quali strumenti fornisce per diventare cittadini consapevoli.

«Voi giovani non avete più interessi nel sociale»

Anche qui, verrebbe da rispondere, la questione è “giusto un pelino” più complicata di così. Sa da una parte l’Europa ha dimostrato di avere un alto tasso di coinvolgimento giovanile in attività non retribuite ma socialmente utili, dall’altra alcune zone d’Italia sono segnate da un gravissimo tasso di inattività tra under 30 – con un’alta concentrazione tra gli under 20.

Partiamo dai dati positivi: un’indagine promossa dalla Commissione Europea, intitolata Giovani europei (2018), ha fotografato la partecipazione dei giovani tra i 15 e i 30 anni in una serie di ambiti sociali. Più della metà degli intervistati (il 53%) ha dichiarato di esser stato coinvolto in un gruppo o un’organizzazione nell’arco del 2017 e del 2018, e di aver partecipato alle attività di una società sportiva (29%), di un club o di un’organizzazione giovanile (20%), o di un’organizzazione culturale (15%).

Gli ambiti preferiti? Quelli dell’educazione e dell’insegnamento di competenze (53%), quello della protezione dell’ambiente (50%), dell’aiuto per l’occupazione (42%) e dell’assistenza ai rifugiati e ai migranti per l’integrazione (40%). Insomma, un quadro che dovrebbe smentire senza replica la vulgata di una generazione individualista e disattenta.

Parallelamente, però, c’è un dato che riguarda specificamente il nostro Paese. L’Italia è prima in Europa per numero di Neet, giovani che non studiano né lavorano né prendono parte ad attività formative. Però, come spiegato a Open da Paolo Rozera, presidente di Unicef Italia (ente che ha pubblicato un rapporto dal titolo Il silenzio dei Neet. Giovani in bilico tra rinuncia e desiderio), non si tratta semplicemente di pigrizia.

«Ci sono diverse motivazioni che spingono un ragazzo o una ragazza a ritirarsi dalla società, specialmente in alcune regioni come la Campania, la Sardegna e Sicilia», ha detto Rozera. «Quello che noi chiamiamo «ritiro sociale» avviene in due momenti: da una parte c’è la persona che si isola, dall’altra la società, le istituzioni, che non danno occasioni né stimoli per rimanere».

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Foto copertina: Unsplash