«Un tumore sarebbe stato meglio della droga»: storia di una mamma che ha denunciato suo figlio (per salvarlo) – L’intervista

«E il sistema, in questo paese, non riconosce la dipendenza come una malattia grave, molto più grave di un tumore. Perché la persona non ragiona: tu gli parli ed è come se parlassi alla droga»

Elegante e col viso stanco, buono, ma ferito. Michela – il nome è di fantasia – ha voglia di raccontare questa storia, perché mai avrebbe voluto viverla. Il protagonista è suo figlio. Alessandro ha 23 anni e si droga da quando ne aveva 15. Hashish, marijuana e poi cocaina. Tante canne, e tanta coca: Alessandro è un tossicodipendente grave.


Michela lo ha denunciato a settembre. Lo ha fatto finire in carcere. Perché in Italia, dice, «non c’è altro modo di far rimanere rinchiuso – e quindi lontano dalla droga – un tossicodipendente grave». Michela è una madre esasperata, ma che lotta ancora. E che arriva a dire che «un cancro sarebbe stato meglio» di tutto questo. «Ci fosse capitato un tumore, sarebbe stato meglio», dice, quasi con serenità.

«Almeno avremmo avuto davanti una persona che ragionava. Una persona in grado di dire: ‘Ho un tumore, mi posso curare, la scienza è andata avanti, forse ce la posso fare’. Sarebbe stato molto meglio». E invece è la droga il cancro di Alessandro.

«Questo Paese non riconosce la dipendenza come una malattia grave, molto più grave di un tumore – perché la persona non ragiona: tu gli parli ed è come se parlassi alla droga». E allora non resta che far finire tuo figlio in carcere.

Viale Trastevere, Federico Enni/Unsplash

«Tossicodipendente grave»

Sono otto anni che Michela e suo marito le provano tutte. Cliniche in Italia, cliniche all’estero, comunità, percorsi, specialisti. Hanno cacciato il figlio di casa, come suggeriscono gli esperti. Lo hanno riaccolto. Hanno fatto tutto quello che è necessario. «Alessandro vuole uscirne. Vuole smettere: quando è lucido, è sincero», dice sua mamma. «Ma poi è la droga a parlare. E la droga se lo riprende sempre».

Michela sprofonda leggera nel divano di casa. Il rumore di una lavatrice lontana è la colonna sonora del suo racconto. Il soggiorno è quello di una qualunque casa benestante, di una qualunque famiglia benestante. In un quartiere qualunque, di quelli bene, di Roma. Foto di famiglia, soprammobili, libri, luci soffuse e una bella vista dalla finestra.

Foto di viaggi, Alessandro che sorride tra i suoi genitori, Alessandro serio, Alessandro piccolo, Alessandro pulito, quando l’incubo non era ancora cominciato. Poi, Alessandro con lo sguardo spento. «Quando è lucido vuole smettere. Ma poi niente: scappa dalla comunità di turno e ricomincia».

Roma. Luis Núñez/Unsplash

È questo il nodo, la stortura del sistema, quello che sta rendendo vani, per Michela, anni di lotta. «Un tossicodipendente non viene trattato come un malato», spiega. «E invece lo è eccome. Ma il sistema non lo considera tale. E gli permette, per esempio, di uscire dalla comunità: se firma per farlo, loro lo lasciano andare».

Alessandro – – nonostante, peraltro, abbia l’amministratore di sostegno e quindi non potrebbe comunque farlo da solo – firma, esce e in un attimo torna alla droga. Lo schema è sempre lo stesso, da anni. Da qui nasce la decisione inimmaginabile di mia madre. «Ho denunciato mio figlio e l’ho fatto arrestare. Almeno resta dentro e lontano dalla droga. Almeno, forse, si salva».

Quel giorno di fine estate

È un giorno di fine estate a Roma. Alessandro rimane a dormire da un suo amico, che la mattina telefona a Michela: «Vieni, c’è un problema». Il ‘problema’ è una grossa busta piena di marijuana lasciata così, sul tavolo di casa. «Lui dormiva. Io ho preso la busta e l’ho nascosta», dice Michela. «Quando si è svegliato ha iniziato a cercarla febbrilmente.

L’ha trovata e abbiamo discusso. Non so come, siamo scesi a compromessi e sono riuscita a riprendere quella busta. Non si aspettava che la portassi dalla polizia. Non se lo aspettava». Al commissariato di zona, ormai, il ventenne e i suoi genitori sono di casa. «Ci hanno sempre aiutato moltissimo, li abbiamo chiamati non so quante volte», dice Michela. «Ci conoscono tutti.

Quindi il commissario mi ha raggiunta: gli ho dato la busta e gli ho detto che era di Alessandro». Il ragazzo, nel frattempo, è scappato di nuovo. A piedi e senza telefonino. «Io gli compro i Nokia da 20 euro, ma lui si vende anche quelli», dice sua mamma. «Ci ha avvisato una signora che lo ha ritrovato a vagare in un parco».

Piazza Navona, Roma. Kevin Bosc/Unsplash

Madre e figlio vanno in questura. «Alessà», lo apostrofa il commissario, «che lo conosce benissimo e gli vuole anche bene». Il ragazzo passa la notte in stato di fermo. Il giorno dopo il processo per direttissima, quindi la condanna e la decisione del giudice del ricovero in clinica.

Poi, ancora una volta, la comunità, l’ennesima. «Ma non è semplice, perché i servizi sociali sono molto restii con i recidivi. Come se non avessero più speranze». Alessandro è lucido, si vuole curare, lo ha detto anche al giudice: dice che è la volta giusta. È stato condannato un anno e otto mesi senza sospensione della pena.

«Per un po’ non mi ha parlato, mi ha bloccata sul telefono perché lo avevo denunciato. Gli ho detto che una mamma fa di tutto per un figlio. Se ti devo mandare in carcere, ti ci mando, gli ho detto. Abbiamo un legame molto stretto. Poi gli passa e mi dice ‘Vieni presto, mi raccomando’. È un ragazzo molto buono, lo è sempre stato».

Come si comincia

A 14 anni, Alessandro vuole fare il linguistico, e la famiglia sceglie per lui un liceo privato nello stesso quartiere residenziale in cui vivono. Studia inglese, francese e spagnolo e va a scuola a piedi. Questo è un angolo di Roma in cui il verde è tanto verde. E rigoglioso.

Il centro non è poi così lontano, mentre la periferia – quella brutta, quella di borgata dove si vede e si sa che si spaccia e che gira la droga, dove ci sono le vedette e dove gli estranei hanno paura a passeggiare – è distante anni luce, nelle consuetudini e nelle immagini.

Hennie Stander/Unsplash

È dal secondo anno di liceo che le cose iniziano a peggiorare. Papà Vincenzo scopre Ale a fumare sigarette al parco. «Non diciamo niente a mamma, ma sai che le sigarette fanno male», gli dice. «Ovviamente avevo capito tutto anche io, sì», dice Michela. Ma a scuola comincia a girare il fumo. «A detta dell’istituto scolastico c’era il massimo controllo, e anche gli altri genitori erano convinti che fosse impossibile che i figli fumassero a scuola.

Alessandro alla fine è passato come il drogato della scuola, ma è lì che mio figlio ha incontrato il fumo. Non era mica l’unico, né il primo». Poi le canne diventano sempre di più: «Tante, l’ho capito che erano tante: aveva iniziato a essere aggressivo. Si vedeva quando fumava. Lo abbiamo portato da uno specialista». Ma poi dalle (tante) canne, Alessandro passa ad altro.

«Questo è un quartiere ricco», racconta sua madre. «Ci sono i ragazzini di 12, 13 anni che si siedono al bar qui sotto a fare l’aperitivo da 15 euro: possono tranquillamente permetterselo. I soldi non mancano». E a una festa Alessandro si vede offrire della cocaina. È appena maggiorenne. «Da lì non l’ha più lasciata», sospira sua madre.

GRAS GRÜN/Unsplash

Dentro e fuori le cliniche

Alessandro entra ed esce dalle cliniche, è seguito da uno psichiatra. Ora, tra obbligo di firma e ricoveri detentivi, mamma Michela spera di arrivare a una svolta e di tenerlo finalmente lontano da una ricaduta. «Le crisi di astinenza sono indescrivibili».

Per ricominciare, e per liberarsi da una vita scandita dalla droga che è ormai un’ossessione anche per lei. «A volte la notte esco, e vado nei posti di spaccio. Li conosco tutti ormai. Mi apposto, poi chiamo le forze dell’ordine». Si sta ammalando anche lei, e lo sa: per suo figlio è tossicodipendenza, per lei è ossessione e odio.

Alessandro «ha perso tutto. Ha perso gli amici, la giovinezza, non ha festeggiato i suoi 18 anni, non ha fatto le vacanze con i suoi coetanei. Non sa niente di cosa significhi la vita di un ragazzo. Per lui esiste soltanto la droga».

Roma. Claudio Bellucci/Unsplash

L’obbligo di cura

Il senso della testimonianza di Michela è questo: «Sui giornali, quando e se si parla di droga, ci si limita ai blitz delle forze dell’ordine. Ma non si parla mai di questi ragazzi», dice a Open. La lavatrice continua ad andare. Fuori sta scendendo la sera.

«Siamo abbandonati da tutti. Noi che lo seguiamo dopo tutti questi anni, passo passo, non lo abbandoneremo mai: faremo di tutto per salvarlo. Ma mio figlio è molto grave». Dopo la denuncia, Michela va tutti i giorni in clinica, fuori Roma. «Avevamo messo un’assistenza per paura che Ale scappasse di nuovo: sapeva comunque che sarebbe finito in carcere, e questo era un deterrente».

È l’ennesima clinica: non sanno più quante ne hanno girate, in Italia e all’estero. «Ci sono sempre gli stessi ragazzi, quelli gravi come mio figlio. Passano da una clinica all’altra, dalla comunità alla clinica, dalla clinica alla comunità. Mio figlio ha 23 anni, se rimane con queste persone più grandi di lui, non riusciremo a curarlo».

D’altro canto «ti spiegano che le cure sono volontarie, e che se tuo figlio non si vuole curare perché preferisce drogarsi, loro non possono fare niente. Ma non è così. Lui si vuole curare. Ma nel momento peggiore dell’astinenza, che loro chiamano craving, lui non ragiona. Perde il lume e scappa». Ora il ragazzo è in prigione. E i genitori stanno, di nuovo, facendo di tutto per farlo andare in comunità. A guarire, sperano, una volta per tutte.

Simon King/Unsplash

L’appello alle istituzioni

Un sistema che non funziona e che manca degli strumenti adatti per combattere un nemico invisibile. «In Italia non esiste l’obbligo di cura. Ok», dice Michela. «Ma penso che per i casi gravi di dipendenza, comprovati da documentazione medica – perché mio figlio è grave – ecco, in quel caso ci dovrebbe essere l’obbligo di cura. Ti obbligo con una sentenza a rimanere in clinica. Altrimenti ti mando in carcere. Io l’ho dovuto denunciare, per poter ottenere questo effetto», racconta.

Alessandro usa la cocaina. «Chi me lo dice che una notte è tagliata male, non ragiona e fa qualcosa di grave?», dice Michela. Le lacrime le salgono agli occhi solo una volta. «È un pericolo per se stesso e per gli altri. Quando stava male, ci è successo di pregare in ginocchio affinché venisse ricoverato. Ho dovuto urlare come una pazza».

C’è uno stigma sociale e culturale su chi si droga, dice questa madre. «Sono emarginati da tutti. Nessuno li vuole vedere. Chi gliela fa fare a drogarsi? In fondo è una scelta loro, no? Questo è quello che la gente pensa. E tu perdi tutto. Vorrei che le istituzioni intervenissero ricordando che questi ragazzi non sono dei relitti percentuali. Sono dei malati. Sono dei tossicodipendenti».

Leggi anche: